Pinelli, un omicidio di Stato

Il 12 dicembre 1969, dopo la strage di Piazza Fontana, Pinelli viene invitato a seguire i poliziotti in questura, anzi a precederli col motorino. Tre giorni dopo, il corpo di Pino veniva scaraventato giù dalla finestra di una stanza dell’ufficio politico, al quarto piano della questura. Era la fine di una vita, l’inizio di una tragica farsa, tuttora in corso. Il 12 dicembre 1969, esplode una bomba a Piazza Fontana, Milano. Muiono sedici persone. Immediatamente mass-media e magistratura puntano l’indice contro gli anarchici, ma in realtà è una strage di Stato. Tre giorni dopo, l’anarchico Giuseppe Pinelli sarà defenestrato dal 4° piano della questura di Milano durante un interrogatorio illegale (lo stato di fermo era scaduto). Pinelli viene fermato poche ore dopo la strage del 12 dicembre 1969 a Piazza Fontana. Viene interrogato per tre giorni e alla sera del terzo giorno viene trovato morto nel cortile della questura, dopo essere precipitato dalla finestra della stanza dell’interrogatorio che si trovava al quarto piano. La versione ufficiale parla di suicidio: gli inquirenti cercarono di far credere che Pinelli si fosse tolto la vita perché coinvolto nell’attentato. Non era vero. Come pure la ricostruzione delle ultime ore di interrogatorio. Il 1968 e il 1969 sono anni dove la contestazione operaia e studentesca sembra portare a grandi cambiamenti. Tra il gennaio e il dicembre 1969 vengono compiuti 145 attentati quasi tutti di matrice fascista. Il 25 aprile 1969 gli anarchici sono accusati e poi assolti di vari attentati alla fiera di Milano. Un anarchico, di nome Paolo Braschi, viene invitato durante un interrogatorio dal commissario Calabresi a buttarsi dalla finestra. Il 12 dicembre 1969 a Milano nella sede della banca nazionale dell’agricoltura in piazza Fontana alle 16,37 scoppia una bomba che causa la morte di 16 persone e il ferimento di altre 88. Nella stessa ora a Roma scoppiano altre bombe. Infine, nella banca Commerciale di Milano viene trovata una borsa contenente una bomba che in tutta fretta, viene fatta esplodere eliminando una prova preziosa per le indagini. Immediatamente, a dimostrazione di un disegno già preordinato, le indagini senza alcun indizio seguono la pista anarchica. Il commissario Luigi Calabresi già alle 19,30 (3 ore dopo la strage) ferma alcuni anarchici davanti al circolo di via Scaldasole. Nella notte del 12/12/1969 sono illegalmente fermate circa 84 persone quasi tutte anarchiche, tra cui Giuseppe Pinelli. Il lunedì 15/12 viene arrestato con l’accusa di strage Pietro Valpreda, anarchico. Dopo più di tre anni di galera, innocente, sarà completamente assolto. I giornali partono con una campagna stampa di calunnia e denigrazioni sposando le tesi della questura. La sera del 15 dopo 3 giorni di continui interrogatori muore, volando dal 4° piano della questura, Giuseppe Pinelli. Aldo Palumbo, cronista dell’«Unità», mentre cammina sul piazzale della questura sente un tonfo poi altri 2 ed è un corpo che cade dall’alto, che batte sul primo cornicione del muro, rimbalza su quello sottostante e infine si schianta al suolo per metà sul selciato del cortile per metà sulla terra soffice dell’aiuola. Nella stanza dell’interrogatorio sono presenti il commissario Luigi Calabresi, i brigadieri Panessa, Mucilli, Mainardi, Caracutta e il tenente dei carabinieri Lograno che saranno tutti per “meriti” elevati di grado. Il questore Marcello Guida, nel 1942 uomo di fiducia di Benito Mussolini e direttore del confino politico di Ventotene, già 20 minuti dopo, durante una conferenza a cui partecipano anche il dott. Antonino Allegra (responsabile dell’ufficio politico della questura) e il Commissario Calabresi, dichiara che Pinelli «improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto» [1]. Secondo alcune fonti della polizia il ferroviere anarchico si sarebbe suicidato dopo aver gridato l’ormai celebre frase: «È la fine dell’anarchia!», di fatto ammettendo di fatto una propria responsabilità che l’avrebbe portato al suicidio perchè «l’alibi era crollato». L’ultimo compagno ad aver visto Pinelli in vita, nonché unico testimone, è Pasquale Valitutti, anch’egli presente in Questura in attesa di essere interrogato. Valitutti in sede processuale dichiara che il commissario Calabresi era presente nella stanza da dove cadde Pinelli: «Hanno riempito la questura di Milano di tantissimi anarchici e di tanto in tanto li interrogavano, li mandavano a casa, qualcuno lo mandavano a casa senza interrogarlo, arriva la sera del 15 dicembre e siamo rimasti solo io e Pino Pinelli, gli altri erano tutti andati a casa. Vediamo insieme come era il posto: l’ufficio politico della questura di Milano era un appartamento: c’era una porta di ingresso, c’era un lungo corridoio, su questo corridoio da un solo lato c’erano varie stanze. Io ero in una stanza che era più vicina alla porta d’ingresso rispetto alla stanza vicina dove poi sarebbe stato stato interrogato Pino. È sera tardi non c’è riscaldamento, non c’è assolutamente nessuno, c’è un silenzio agghiacciante. Sono seduto al tavolo con Pino lui è tranquillissimo, serenissimo. Lui è un compagno più grande di me e mi incoraggiava […] Verso le 10 e mezzo vengono e portano Pino per l’interrogatorio. Erano il commissario Calabresi, altri 2. Io resto solo, assolutamente solo nella stanza. Davanti a me non c’è una finestra, o una porta. Ho una parete completamente aperta, con una grande apertura, con quattro finestre, molto più asse delle finestre, su un corridoio, completamente vuoto davanti a me. Da questo corridoio passano, portando Pino, Calabresi e gli altri, e vanno nella stanza vicino. Chi dice che Calabresi non era in quella stanza sta mentendo, nel più spudorato dei modi. Calabresi è entrato in quella stanza, è entrato insieme agli altri, nessuno più uscito. Io ve l’assicuro, era notte fonda, c’era un silenzio incredibile, qualunque passo, qualunque rumore rimbombava, era impossibile sbagliarsi, lui era in quella stanza.[…] Qualcosa è successo in quella stanza. Dopo circa 20 minuti ho sentito un rumore. Io non voglio fare retorica, era un rumore sordo, muto, cupo, io non sapevo cosa fosse,non sapevo proprio neanche lontanamente avevo immaginato che cos’era quel rumore, e subito immediatamente vengono due poliziotti, mi mettono con la faccia contro la parete e mi dicono “si è buttato” allora realizzo che quel rumore era il corpo di Pino che cadeva, che moriva, un rumore sordo, cupo,bruttissimo… e e nessuno è uscito da quella stanza fino a quel momento, nessuno.» Nel primo mese vengono fornite 3 versioni contrastanti di come sarebbe venuto il suicidio. Gli anarchici accusano subito la polizia, ed in particolare il commissario Calabresi, di assassinio e i fascisti e lo Stato di essere gli autori delle stragi. Parte una campagna di controinformazione con assemblee, cortei, libri, fino ad arrivare ad un processo allo Stato. Manifesto dell’USI-AIT in occasione del quarantennale della strage di Piazza Fontana e dell’uccisione di Giuseppe Pinelli, anarchico e militante USI. Si scopre che a mezzanotte meno due secondi (2 minuti e 2 secondi prima della caduta di Pinelli) venne chiamata l’autoambulanza. La stanza dell’interrogatorio larga m.3,56×4,40 e contenente vari armadi e scrivania e la presenza di 6 persone rende impossibile uno scatto di Pinelli verso la finestra. La stranezza è che la finestra fosse aperta, trattandosi di dicembre e di notte. L’anarchico cade scivolando lungo i cornicioni. Non si è dato quindi nessuno slancio. Egli cade senza un grido e senza portare le mani a protezione della testa, come se fosse già inanimato. «Noi accusiamo la polizia di essere responsabile della morte di Giuseppe Pinelli, arrestato violando per ben due volte gli stessi regolamenti del codice fascista. Accusiamo il questore e i dirigenti della polizia di Milano di aver dichiarato alla stampa che il suicidio di Pinelli era la prova della sua colpevolezza, e di aver volontariamente nascosto il suo alibi dichiarando che “era caduto”. Gli stessi inquisitori hanno dichiarato di non aver redatto alcun verbale edi interrogatorio di Pinelli, pertanto ogni eventuale verbale che venisse in seguito tirato fuori è da considerarsi falso. Accusiamo la polizia italiana di aver deliberatamente impedito che l’inchiesta si svolgesse sotto il controllo di un magistrato con la partecipazione degli avvocati della difesa. Accusiamo i magistrati e la polizia di aver ripetutamente violato il segreto istruttorio diffondendo voci e accuse tendenti a diffamare di fronte all’opinione pubblica un uomo assolutamente innocente, ma per loro colpevole di essere anarchico. Noi accusiamo lo Stato Italiano di cospirazione criminale nei confronti dell’anarchico Pietro Valpreda, da mesi sottoposto ad un feroce linciaggio morale e fisico, mentre le prove che gli inquirenti credono di avere contro di lui, si smantellano da sole una per una.» Con queste parole gli anarchici sintetizzavano la loro accusa nei confronti dello Stato e dei suoi apparati, la cui natura intrinsecamente criminale e violenta appariva evidente. L’assassinio di Giuseppe Pinelli comportò l’apertura di una prima inchiesta che si concluse con una archiviazione. Il 24 giugno 1971 la vedova Pinelli presentò una nuova denuncia che comportò l’apertura di una nuova inchiesta assegnata al giudice Gerardo D’Ambrosio. Intanto, gli ambienti anarchici e della sinistra portarono avanti avanti una campagna mediatia contro il commissario. Calabresi sarà assassinato il 17 maggio 1972. L’assassinio del Commissario inciderà anche nelle indagini sulla strage di Piazza Fontana. Il 27 ottobre 1975 si conclude una nuova istruttoria iniziata 4 anni prima: nonostante le evidenti prove, l’assenza del commissario dalla stanza al momento della caduta di Pinelli sarà ritenuta credibile, tutti gli indagati (il commissario Calabresi, i poliziotti Vito Panessa, Giuseppe Caracuta, Carlo Mainardi, Piero Mucilli ed il tenente dei carabinieri Savino Lo Grano) vennero prosciolti da ogni accusa: «Una sentenza passata alla storia. Pinelli, sostenne D’Ambrosio, non si era suicidato ma nemmeno era stato assassinato. “Verosimilmente”, a causa di un “malore attivo” e dall’“improvvisa alterazione del centro di equilibrio” fu violentemente spinto fuori dalla finestra. Giuseppe Pinelli alto 1,67, sentendosi male, invece di accasciarsi sul pavimento come ogni altro essere mortale, con un balzò inconsulto e involontario si ritrovò invece a scavalcare una finestra di 97 centimetri, spalancando al contempo, quasi in volo, le imposte socchiuse della finestra. Una tesi senza precedenti nella storia del diritto e rimasta ancor oggi unica nel suo genere».

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