Hong Kong, la follia non ha fine

La giustizia è diventata una farsa a Hong Kong già da molti mesi, eppure ogni nuova sentenza rappresenta un peggioramento rispetto alla precedente. Stamattina importanti attivisti democratici, tra i quali Lee Cheuk-yan e Albert Ho, sono stati condannati a un totale di tre anni di carcere per aver organizzato e invitato altri a partecipare a una «assemblea non autorizzata» l’1 ottobre 2019. Emettendo il devastante verdetto, il giudice Amanda Woodcock, già autrice di altre scandalose sentenze, ha dichiarato che la Costituzione di Hong Kong «garantisce il diritto di assemblea», ma che questa libertà «non è assoluta». Riconoscendo che per i reati contestati, fino all’anno scorso trattati come semplici illeciti amministrativi, la pena stabilita è enorme, il giudice si è giustificato spiegando di voler dare una lezione agli imputati: «Un verdetto punitivo è necessario per fare da deterrente e mantenere l’ordine pubblico». L’attivista veterano Lee Cheuk-yan, che nel novembre 2019 partecipò a Milano all’incontro organizzato da Tempi “La libertà è la mia patria” (qui il video), dovrà scontare dunque altri tre anni di carcere, in aggiunta ai 14 mesi che gli erano stati comminati per aver partecipato a un’altra manifestazione pacifica. Per lui, come per altri attivisti, i processi non sono ancora terminati e nei prossimi mesi dovrà affrontarne altri. Anche l’avvocato ed ex parlamentare Albert Ho, già condannato ad aprile ma fino ad ora rilasciato su cauzione, ha ricevuto una pena di 36 mesi. Stessa sorte è toccata a Figo Chan, presidente del Fronte per i diritti umani e civili, e a Leung “capelli lunghi” Kwok-hung. Tra i condannati ci sono anche l’ex presidente del Partito democratico Yeung Sum e l’ex parlamentare Cyd Ho (14 mesi a entrambi), l’ex deputato Sin Chung-kai (stessa pena ma sospesa per due anni) e ovviamente l’editore più famoso e perseguitato dell’isola, Jimmy Lai, che ha ricevuto altri 14 mesi di carcere, che dovrà scontare in aggiunta a quelli già comminati in passati. Altri due attivisti sono finiti in carcere per le stesse ragioni. Prima di ricevere l’ennesima condanna, Figo Chan e Leung Kwok-hung hanno incitato la popolazione di Hong Kong a ricordare anche quest’anno le vittime della strage di Piazza Tienanmen. La consueta veglia di commemorazione, che si tiene ogni anno il 4 giugno al Victoria Park, è stata bandita l’anno scorso per la prima volta dopo 30 anni. Anche quest’anno è stata vietata. «Non dimenticheremo mai il 4 giugno!», ha gridato in aula Leung. «Commemorate il 4 giugno!», gli ha fatto eco Chan.Le principali libertà civili e i diritti umani di base sono stati cancellati con un colpo di spagna a Hong Kong dalla Cina lo scorso luglio, quando ha imposto con la forza all’ex città autonoma una legge sulla sicurezza nazionale che punisce qualunque critica al regime comunista cinese. Così facendo, Pechino ha violato un trattato internazionale firmato con il Regno Unito che doveva garantire a Hong Kong una sostanziale autonomia fino al 2047 secondo il modello “Un paese, due sistemi”. Attualmente, tutti i principali leader del fronte pandemocratico si trovano in carcere o in esilio all’estero. Rimangono pochi giovani a guidare le organizzazioni democratiche, i cui leader sono stati incarcerati. Tra questi, ci sono anche Chow Hang-tung, 36 anni, oggi a capo dell’Alleanza a sostegno dei movimenti democratici patriottici in Cina, che organizza la veglia di Tienanmen, e Fan Cheung-fung, che lavora per la Confederazione dei sindacati della città. I due, intervistati sull’ultimo numero di Tempi, a proposito della situazione di Hong Kong e delle condanne spropositate, hanno dichiarato: «Presto credo che finirò in prigione anch’io. Del resto, quando ti opponi a una dittatura, che cos’altro ti puoi aspettare? Le condanne del giudici sono inammissibili, le sentenze folli. Ma ce lo aspettavamo. La storia insegna che le dittature, alla lunga, non vincono mai se il popolo è unito. Ecco perché dobbiamo restare insieme e non arrenderci, insegnare ai nostri giovani a distinguere il vero dal falso, il giusto dallo sbagliato. Fino a quando ci permetteranno di esistere, è quello che faremo». Ma il governo di Hong Kong, ormai un pupazzo nelle mani del Partito comunista cinese, non si ferma alle condanne. Il ministero dell’Educazione ha imposto a tutte le scuole di adottare una cassetta per ricevere accuse anonime agli insegnanti che violano la legge sulla sicurezza nazionale. Inoltre, i partiti pro Cina in Parlamento, gli unici rimasti dopo le dimissioni obbligate dei democratici, hanno proposto di installare in tutte le classi di ogni scuola delle telecamere per «monitorare» il lavoro degli insegnanti.

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