Perché si scrive e per chi? (video)

Perché si scrive? È una domanda complicata e il più delle volte trascurata, ma può portare a galla innumerevoli ripercussioni. Scrivere è, senza alcuna ombra di dubbio, una delle cose più belle che una persona possa esplorare così come tutte le esperienze ricollegabili alla costruzione di un prodotto finito. Finché non si prova quella sensazione che pervade lo scrittore durante la stesura della propria opera non si può capire. Alcuni la paragonano all’emozione che si prova nel mettere al mondo e crescere un figlio, altri la descrivono come un viaggio dentro se stessi, per alcuni significa analizzare il proprio io e la realtà che li circonda mentre per altri è solo un pretesto per raccontare di sé. In ogni caso è essenziale sapere perché si scrive poiché questo fornisce una prospettiva differente sui nostri obbiettivi. Tutto questo psicanalizzarsi però può sembrare un poco inutile e anche superficiale dato che se si scrive lo si fa per una sola cosa: amore per la scrittura.

Per chi si scrive? “Lo scaffale ipotetico” è un piccolo saggio del 1967 di Italo Calvino. A sollecitarne la composizione era stata un’inchiesta “aperta da Gian Carlo Ferretti sul tema: Per chi si scrive un romanzo? Per chi si scrive una poesia?” e ospitata dal settimanale Rinascita, il periodico politico-culturale fondato nel 1944 da Palmiro Togliatti.  Dal tema dell’inchiesta che gli aveva sollecitato un intervento, Calvino prese d’altra parte a prestito un nuovo titolo per il suo scritto, quando nel 1980 lo ripubblicò. E così il saggio comparve come “Per chi si scrive? (Lo scaffale ipotetico)” nella raccolta Una pietra sopra. Discorsi di letteratura e società.  “Se si presuppone un lettore meno colto dello scrittore e si assume verso di lui un’attitudine pedagogica, divulgativa, rassicuratrice, non si fa che confermare il dislivello [culturale tra colti e incolti]; ogni tentativo d’edulcorare la situazione con palliativi (una letteratura «popolare») è un passo indietro, non un passo avanti. La letteratura non è la scuola; la letteratura deve presupporre un pubblico più colto, secondo Calvino più colto di quanto non sia lo scrittore; che questo pubblico esista o no non importa. Lo scrittore parla a un lettore che ne sa più di lui, si finge un se stesso che ne sa di più di quel che lui sa, per parlare a qualcuno che ne sa di più ancora”. Sugli stessi temi, suona anche oggi pertinentissima la risposta che Leonardo Sciascia diede per altri versi alla medesima inchiesta. Essa comparve proprio nel fascicolo di Rinascita (nel novembre 1967) in cui Calvino aveva proposta la sua. Molto più breve e molto meno ideologicamente sofisticato di quello di Calvino, lo scritto di Sciascia è anche molto meno noto e ha un titolo, “Tra impegno e disimpegno”, che oggi sa di tappo e forse non gli rende giustizia. Sciascia scrisse così: “Ho cominciato a scrivere in tempi di impegno; continuo a scrivere in tempi di disimpegno. Non ho tenuto conto dell’impegno (com’era inteso); e non tengo conto del disimpegno (com’è inteso). O dell’impegno del disimpegno, del disimpegno dell’impegno del disimpegno, e così via. Guardando alla società italiana nel suo insieme (e dico società in senso del tutto approssimativo) e a quello che in questa società accade da venti anni, da cento, da quattrocento, mi sentivo inutile ai tempi dell’impegno e mi sento inutile in questi tempi di disimpegno. Non ho mai scritto, dunque, pensando a una società pronta ad accogliere i miei libri o a respingerli; e tanto meno pensando a una classe pronta ad accoglierli e a un’altra pronta a respingerli. D’altra parte, non ho mai scritto per me stesso: quello che scrivo è importante per me soltanto per il fatto che lo comunico agli altri; cioè per il fatto che quello che vengo a conoscere o a riconoscere scrivendo appunto lo conosco o lo riconosco nel circuito della comunicazione. Ma chi sono questi altri coi quali comunico (o mi illudo di comunicare, poiché un margine pirandelliano c’è sempre in tutto quello che faccio, in tutto quello cui credo)? È difficile rispondere indicando categorie, tipi, ambienti. Posso solo dire: sono persone che conosco. Non il lettore-consumatore, dunque, ma il lettore-interlocutore. Ascoltiamo l’intervista condotta dal direttore di Radionoff e scrittore Luigi Pistone con ospiti gli scrittori Enrico Casartelli, Marcella Nigro e Francesca Arcelloni.

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Gianfranco Lotito
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