Nolè e la Champions

“Un giorno o l’altro ci rimetterò la salute”, pensò Nolè alla fine della partita.
Spaparanzato sulla poltrona osservava, per niente soddisfatto, la leggera curva che il suo stomaco assumeva sempre più di sovente.
Nell’arco dei fatidici due tempi, oltre l’intervallo, Nolè aveva festeggiato ogni gol dell’Inter con un’ abbondante sorsata di calvados, e per creare un ambiente favorevole al profumato liquore, aveva ingurgitato, fra una sorsata e l’altra, pezzi enormi di cioccolato al latte con le nocciole.
Complice uno stato di forma sfavillante dell’attacco dell’Inter, che aveva costretto tifosi e cronisti all’uso del pallottoliere per tenere il conto dei gol, il risultato personale di Nolè era stato: una tavoletta, di quelle grandi, tipo familiare, di nocciolato, e tre quarti della sinuosa bottiglia di calvados.
Sazio, era sazio. Ma era anche euforico e disposto alle relazioni sociali.
Dal momento che non era ancora molto tardi chiamò al telefono Maria, l’amica delle notti brave, e l’invitò per un ulteriore cicchetto in un locale alla moda.
Maria, come sempre, non si negò, e dopo pochi minuti, Nolè a bordo della sua anonima e usatissima berlina, col sorriso beffardo di chi veleggia nei fumi dell’alcool, aprì, da vero galantuomo, la portiera all’amica e complice di sempre.
L’acre sapore della sigaretta, sul palato ancora impastato da cioccolata e calvados, gli regalava momenti di estasi, e il mescolarsi dei diversi sapori sembrava orchestrato da sapienti maestri.
Una sinfonia di gusti suonava nella sua bocca, mentre con un sorriso ebete faceva finta di ascoltare una Maria infervorata in un racconto di chissà quale storia.
La serata fu piacevole. Maria parlava senza smettere un attimo, mentre Nolè sorseggiava un whisky torbato senza né ascoltare né pensare a niente.
A mezzanotte Nolè sentì di avere appetito, fermò il cameriere e chiese se servivano ancora da mangiare. “No, commissario, la cucina è chiusa. Possiamo servirle arachidi e patatine.”
“No grazie”, rispose Nolè, e poi pensò “Città di merda!”.
Allora guardò Maria. “Capito! A casa mia per uno spaghetto. Forza, commissario dei miei stivali”.
Nolè le sorrise e le baciò la mano.
Lo spaghetto, secondo la filosofia di Nolè, costituiva il miglior alimento notturno; perchè segnava, a suo modo di vedere, la chiusura della giornata aprendo, nel contempo la porta ovattata del sonno, come niente altro al mondo.
Lo volle aglio, olio e peperoncino, come sempre. Molto al dente, e in misura ridotta, e cioè quei magici settanta grammi che gli avrebbero lasciato voglia di un’altra forchettata.
In fondo aveva gusti semplici, Nolè.
Ci bevve sopra un bicchiere di bianco, perché non trovò altro nel frigo di Maria.
“Rimani?”, gli chiese Maria.
“Non se ne parla. Domattina devo interrogare un losco individuo e alle otto devo essere già in forma.”
L’aria gelida di quella notte potentina di un febbraio che sembrava finalmente volgere a neve, lo avvolse premurosa, e decisa a fargli smaltire quella anarchica serata culinaria in pochi secondi. Nolè le fu grato e tornò a casa a piedi. La macchina l’avrebbe recuperata l’indomani.

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Luciano Petrullo
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