Morte di un uomo di Stato. Il sequestro Moro, gli uomini delle Brigate Rosse, le falsità del potere. Tra verità e falsità. Un altro muro di gomma

Cronaca di un omicidio. Da parte di chi? Farabutti sedicenti rivoluzionari? Servizi deviati? Ennesimo muro di gomma del “Belpaese”! Ma prima di scrivere i dei vari punti vista è opportuno chiarire chi era Aldo Moro.

Aldo Romeo Luigi Moro (Maglie, in provincia di Lecce, 23 settembre 1916 – Roma, 9 maggio 1978) è stato un politico, accademico e giurista italiano. Tra i fondatori della Democrazia Cristiana e suo rappresentante alla Costituente, ne divenne prima segretario (1959) e poi presidente (1976) e fu più volte ministro. Cinque volte Presidente del Consiglio dei ministri, guidò governi di centro-sinistra (1963-68) promuovendo nel periodo 1974-76 la cosiddetta strategia dell’attenzione verso il Partito Comunista Italiano attraverso il cosiddetto compromesso storico[1]. Fu rapito il 16 marzo 1978 e assassinato il 9 maggio successivo dalle Brigate Rosse[1]. È uno dei quattro Presidenti del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana ad aver ricoperto questa carica per un periodo cumulativo maggiore di cinque anni. Suo padre Renato era un ispettore scolastico, originario di Gemini (Ugento), la madre Fida Stinchi un’insegnante elementare di Cosenza. Conseguì la Maturità Classica al Liceo “Archita” di Taranto. S’iscrisse presso l’Università di Bari alla facoltà di Giurisprudenza, dove al termine di un percorso brillante (superò tutti gli esami con la votazione di 30 o 30 e lode) conseguì la laurea il 13 novembre 1938 presentando una tesi su La capacità giuridica penale, sotto la guida del prof. Biagio Petrocelli, ordinario di diritto penale e in quel periodo anche Rettore dell’ateneo barese. Dopo un breve periodo come assistente volontario e poi segretario particolare dello stesso Petrocelli, a partire dall’anno accademico 1940-1941 e fino all’ottenimento della cattedra nel 1951 Moro tenne come professore incaricato corsi in svariate facoltà dell’università, fra i quali si segnalano quello in filosofia del diritto, dal quale fu tratto un apprezzato libro di testo, le sue lezioni furono infatti raccolte in dispense con il titolo Lo Stato, e l’insegnamento di diritto penale nel corso di laurea in giurisprudenza, che Moro ricoprì nel 1942-43, in quanto il titolare, prof. Giovanni Leone (poi presidente della Repubblica dal 1971 al 1978), era stato richiamato in servizio militare. Nel 1942, Moro svilupperà inoltre la sua seconda opera, intitolata La subiettivazione della norma penale, che, assieme al lodevole giudizio espresso nei confronti della attività didattica precedentemente menzionata, nello stesso anno gli varrà la concessione della libera docenza in diritto penale. La sua carriera universitaria proseguì spedita: nel 1948 fu nominato professore straordinario di diritto penale presso l’Università di Bari[2] e nel 1951, al termine del prescritto triennio di straordinariato, ad appena 35 anni di età completò il cursus honorum ottenendo la cattedra da professore ordinario di diritto penale, sempre presso l’ateneo del capoluogo pugliese. Nel 1963, anche per poter meglio conciliare gli impegni governativi e politici con quelli accademici, ottenne il trasferimento all’Università di Roma, in qualità di titolare della cattedra di Istituzioni di Diritto e Procedura penale presso la Facoltà di Scienze politiche.[3][4] Nonostante i molteplici impegni politici e istituzionali che lo accompagnarono negli anni, Moro non venne mai meno ai suoi impegni accademici e continuò ad insegnare regolarmente fino alla morte, dedicando sempre la necessaria attenzione ai suoi studenti, con i quali era solito anche intrattenersi a dialogare, dopo le lezioni. È stato ritenuto emblematico di questa sua vocazione didattica il fatto che, fra le borse rinvenute nella Fiat 130 da cui fu rapito il 16 marzo 1978, ve ne fosse una contenente alcune tesi di laurea dei suoi allievi. Nel 1935 entrò a far parte della Federazione universitaria cattolica italiana di Bari, segnalandosi ben presto anche a livello nazionale. Nel luglio 1939 venne scelto, su consiglio di monsignor Giovanni Battista Montini, di cui, proprio in quegli anni, divenne amico, come presidente dell’Associazione; in questo periodo prese i voti nella Fraternità Laica di San Domenico.[6] Durante gli anni universitari partecipò, inoltre, ai Littoriali della cultura e dell’arte. Mantenne l’incarico nella FUCI sino al 1942, quando fu chiamato alle armi, prima come ufficiale di fanteria, poi come commissario nell’aeronautica, con incarichi prevalentemente d’ufficio (da principio come esperto di problemi giuridici e in seguito come addetto stampa). Gli succedette Giulio Andreotti, sino ad allora direttore della rivista degli universitari cattolici Azione Fucina[7]. Dopo qualche anno di carriera accademica, fondò nel 1943 a Bari, con alcuni amici, il periodico La Rassegna che uscì fino al 1945. Nel luglio dello stesso anno prese parte ai lavori che portarono alla redazione del Codice di Camaldoli. Nel 1945 sposò, a Montemarciano, Eleonora Chiavarelli (1915–2010), con la quale ebbe quattro figli: Maria Fida (1946), Anna (1949), Agnese (1952) e Giovanni (1958). Fra i suoi interessi privati, si segnala la passione per il cinema e in particolare per i western, i polizieschi e le commedie con Totò.

Primi passi in politica con Dossetti

Nel settembre del 1942, quando la sconfitta del regime fascista era ancora di là da venire, Aldo Moro cominciò a incontrarsi clandestinamente con altri esponenti del movimento cattolico nell’abitazione di Giorgio Enrico Falck, noto imprenditore milanese; tra gli altri, erano presenti Alcide De Gasperi, Mario Scelba, Attilio Piccioni, Giovanni Gronchi, provenienti dal disciolto Partito Popolare Italiano di Don Sturzo; Giulio Andreotti dell’Azione Cattolica; Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti e Paolo Emilio Taviani della FUCI. Il 19 marzo 1943, il gruppo si riunì a Roma, in casa di Giuseppe Spataro, per discutere e approvare il documento, redatto da De Gasperi, “Le idee ricostruttive della Democrazia Cristiana”, considerato l’atto di fondazione ufficiale della Democrazia Cristiana. Nel nuovo partito, Moro mostrò subito la sua tendenza democratico-sociale, aderendo alla componente dossettiana, considerata comunemente la “sinistra DC”. Nel 1945 divenne direttore della rivista Studium e fu eletto presidente del “Movimento laureati di azione cattolica” (poi Movimento ecclesiale di impegno culturale), che era stato fondato nel 1932 da Igino Righetti. Nel 1946, Moro divenne vicepresidente della Democrazia Cristiana e fu eletto all’Assemblea Costituente, dove entrò a far parte della commissione che si occupò di redigere la Carta costituzionale[9]. Eletto deputato al parlamento nelle elezioni del 1948, fu nominato sottosegretario agli esteri nel gabinetto De Gasperi (23 maggio 1948 – 27 gennaio 1950). Dopo il ritiro di Dossetti dalla scena politica (1952), Moro, insieme a Segni, Colombo, Rumor e altri, costituì la corrente democristiana Iniziativa democratica, sotto il comando di Fanfani. Nel 1953 fu rieletto alla Camera, ove ricoprì la carica di presidente del gruppo parlamentare democristiano. Nel 1955 fu ministro di Grazia e Giustizia nel governo Segni I e l’anno dopo risultò tra i primi eletti nel consiglio nazionale del partito, durante il VI congresso nazionale della DC. Ministro della Pubblica Istruzione nei due anni successivi (governi Zoli e Fanfani) introdusse lo studio dell’educazione civica nelle scuole[10][11][12] (D.P.R. n. 585, 13 giugno 1958), elaborò un Piano decennale per l’istruzione diretto a rendere effettivo il diritto alla scuola con nuovi edifici, borse di studio e assistenza[13] e fu sua l’intuizione di sfruttare la neonata Rai per agevolare l’alfabetizzazione del paese dando l’avvio alla creazione di quella che, inizialmente chiamata Telescuola, diventerà la trasmissione Non è mai troppo tardi del maestro Alberto Manzi.

La fase “dorotea”

Il 14 marzo 1959, in conseguenza delle dimissioni di Fanfani da Presidente del Consiglio e segretario del partito, fu convocato a Roma un consiglio nazionale della DC: gli esponenti di Iniziativa Democratica si erano riuniti nel convento delle suore di Santa Dorotea e in quella sede, la maggioranza della corrente (Rumor, Taviani, Colombo e, sia pure in una posizione più autonoma, Aldo Moro) scelse di accantonare la linea politica fanfaniana di apertura a sinistra costituendo la corrente dei “dorotei”. Al Consiglio Nazionale, su indicazione dei dorotei, Aldo Moro fu nominato segretario.[16] Guidò il VII congresso nazionale, svoltosi a Firenze dal 23 al 28 ottobre 1959, che lo rielesse per pochi voti, respingendo nuovamente la piattaforma politica “fanfaniana” che affermava la necessità di una collaborazione con il PSI.

Moro e il centrosinistra

Dopo la parentesi del governo Tambroni (1960), appoggiato dai voti determinanti del MSI, la convergente iniziativa di Moro alla segreteria e di Fanfani nuovamente al governo, guidò il successivo Congresso nazionale, svoltosi a Napoli nel 1962 ad approvare con ampia maggioranza una linea di collaborazione della DC con il Partito Socialista Italiano. L’esperienza delle maggioranze di centrosinistra prese forma con il quarto governo Fanfani (1962) di coalizione DC-PSDI-PRI e con l’appoggio esterno del PSI. Moro presenta alla Camera il primo governo di centrosinistra (1963)

Il primo governo di Moro

Il 28 aprile 1963 si votò per le elezioni politiche. Nel dicembre 1963 (IV legislatura, 1963 – 1968) Moro divenne presidente del Consiglio, formando per la prima volta, dal 1947, un governo con la presenza di esponenti socialisti. All’età di 47 anni, fu il più giovane presidente fino ad allora della storia repubblicana. Il programma di governo del Moro I fu così vasto e poco credibile che il presidente del Senato Cesare Merzagora lo ribattezzò ironicamente Brevi cenni sull’universo. Esso conteneva, fra le altre cose, la riforma delle regioni, riforma della scuola, riforma agraria, dell’edilizia, del fisco, delle pensioni e dei monopoli.  Risultati concreti di questo governo furono invece: l’istituzione della Regione Molise, la ventesima regione d’Italia, dallo scorporo dalla precedente ripartizione denominata Abruzzi e Molise; la disciplina della vendita a rate e la riforma finanziaria per trattenere la fuga di capitali (tra le altre cose, il governo ridusse al 5% la quota di possesso sui titoli nominativi e mantenne al 30% quella sui titoli anonimi). Il primo esecutivo Moro dovette affrontare subito la tragedia del Vajont con molte decisioni[17] a partire dalla punizione dei responsabili amministrativi della diga alla ricostruzione, esempio di programmazione territoriale sotto la guida di grandi urbanisti. Altri grandi impegni furono il compimento della nazionalizzazione dell’energia elettrica cominciata nel 1962 da Fanfani, la messa in atto della riforma della scuola dello stesso anno che istituiva la scuola media unica ed innalzava l’obbligo scolastico e la preparazione della legge urbanistica che, però, non arrivò neppure al Consiglio dei Ministri per un vastissimo schieramento di opposizione. La coalizione resse fino alle elezioni del 1968 ma trovò, inizialmente, la contrarietà del Presidente della Repubblica Antonio Segni (1962-1964). Quando il primo governo Moro fu battuto sulla discussione del bilancio del Ministero della pubblica istruzione (25 giugno 1964) riguardante il finanziamento dell’istruzione privata, il Presidente del Consiglio rassegnò le dimissioni.

I giorni del Piano Solo

Segni, durante le consultazioni per il conferimento del nuovo incarico, esercitò pressioni sul leader socialista Pietro Nenni per indurre il PSI a uscire dalla maggioranza governativa. Il 16 luglio, il Presidente della Repubblica Antonio Segni inviò il generale dei carabinieri Giovanni De Lorenzo a una riunione dei rappresentanti della DC, per recapitare un suo messaggio che, secondo alcuni storici, si ritiene che si riferisse alla disponibilità del presidente, qualora le trattative per la formazione di un nuovo governo di centrosinistra fossero fallite, a conferire un successivo incarico al Presidente del Senato Cesare Merzagora, per la formazione di un “governo del presidente”. De Lorenzo, il 25 marzo 1964, si era incontrato con i comandanti delle divisioni di Milano, Roma e Napoli e aveva proposto loro un piano finalizzato a far fronte a una ipotetica situazione di estrema emergenza per il Paese. Per l’attuazione del piano si prevedeva l’intervento dell’Arma dei carabinieri e “solo” di essi: da qui il nome di “Piano Solo”. Era inclusa una lista di 731 uomini politici e sindacalisti di sinistra che i carabinieri avrebbero dovuto prelevare e trasferire in Sardegna nella base militare segreta di Capo Marrargiu. Il piano prevedeva inoltre il presidio della RAI-TV, l’occupazione delle sedi dei giornali di sinistra e l’intervento dell’Arma in caso di manifestazioni filocomuniste. Il piano prevedeva infine l’uccisione di Moro per mano del tenente colonnello dei paracadutisti Roberto Podestà.[21] Il 10 maggio De Lorenzo aveva presentato il suo piano a Segni, che ne rimase particolarmente impressionato, tanto che nella successiva sfilata militare per l’anniversario della Repubblica, lo si vide piangere commosso alla vista della modernissima brigata meccanizzata dei carabinieri, allestita dallo stesso De Lorenzo. Tuttavia sia Giorgio Galli che Indro Montanelli ritengono che non fosse nelle intenzioni del Presidente Segni eseguire un colpo di Stato, ma agitarlo come uno spauracchio a fini politici. La contrapposizione politica che si stabilì, a livelli quasi di scontro, fra il Capo dello Stato ed il premier uscente riguardava appunto il centrosinistra: alle proposte di Moro (cui peraltro Segni doveva buona parte delle sue fortune politiche, compreso il Quirinale), che avrebbe aperto alla sinistra con maggior fiducia, col sostegno di una parte della DC e un tiepido avvicinamento del PCI, Segni rispose proponendo, o forse minacciando, un governo di tecnici sostenuto dai militari. Il 17 luglio, invece, Moro si recò al Quirinale, con l’intenzione di accettare l’incarico per formare un nuovo esecutivo di centrosinistra. Durante le trattative, infatti, il PSI, su impulso di Pietro Nenni, aveva accettato il ridimensionamento dei suoi programmi riformatori. La crisi rientrò, nessun carabiniere dovette muoversi. Moro, insieme a Nenni (che nel 1967 rievocherà quel periodo come quello del «tintinnio di sciabole»), optò per un più tranquillo e morbido ritorno alla formula governativa precedente, che avrebbe evitato rischi alquanto inquietanti, e il PSI rilasciò prudenti comunicati di rinuncia ad alcune richieste di riforme che prima aveva avanzato come prioritarie. Il 7 agosto, dopo pochi giorni dall’insediamento dell’esecutivo, dopo aver allontanato la famiglia da Roma rimandandola a Bari, Moro accompagnato da Saragat, in quel momento Vice-Presidente del Consiglio e Ministro degli Esteri, ebbe un colloquio con Segni – di cui tuttora si sospetta il coinvolgimento nel “Piano Solo” – al termine del quale il Capo dello Stato fu colpito da trombosi cerebrale. Nessuno dei presenti ha mai fatto dichiarazioni ufficiali sul contenuto del colloquio. Si è sempre ritenuto che Segni si sia sentito male durante una lite con i due membri del governo che gli chiedevano interventi risoluti contro il generale De Lorenzo, forse minacciando la caduta dello stesso Capo di Stato tramite un ricorso alla Corte Costituzionale. Tuttavia, secondo la testimonianza del suo segretario particolare Costantino Belluscio, Saragat avrebbe confidato al medesimo che i tre stavano discutendo di un avvicendamento di diplomatici, ma senza accalorarsi particolarmente. Ne seguì l’accertamento della condizione d’impedimento temporaneo, avvenuto con atto congiuntamente firmato dai Presidenti delle due Camere e dal Presidente del Consiglio. Nel dicembre 1964, nella carica di Presidente della Repubblica, a Segni successe lo stesso Giuseppe Saragat e non vi furono altri ostacoli al prosieguo della formula di centrosinistra.

Secondo governo Moro

Il secondo esecutivo guidato dallo statista pugliese vide tornare sulla scena politica Amintore Fanfani in qualità di Ministro degli Esteri, a seguito dell’elezione di Saragat al Quirinale, in un momento di tensione internazionale dovuto alla guerra in Vietnam. Si ripropose inoltre lo scontro che aveva infervorato il governo precedente riguardante temi come il piano urbanistico, le Regioni e le nazionalizzazioni. Altri risultanti importanti di questo governo furono: l’approvazione di provvedimenti per i finanziamenti straordinari alle aziende in crisi sancendo la nascita delle cooperative, delle società e dei gruppi immobiliari; il varo della nuova normativa sul Cinema con ormai la produzione cinematografica che ha raggiunto livelli da record, vengono prodotti film di ogni genere con una variegata libertà di espressione; l’approvazione della legge sui patti agrari e sull’abolizione della mezzadria; la promulgazione della Legge Sabatini (dal nome di Armando Sabatini) sull’incentivazione all’innovazione tecnologica per le piccole e medie imprese; l’inaugurazione dell’Autostrada A1 e del Traforo del Monte Bianco.  A far cadere il governo è il voto sull’istituzione della Scuola Materna Statale, uno dei punti chiave del programma concordato con i socialisti. Il 20 gennaio 1966 la Camera dei Deputati respinge con voto segreto il provvedimento (ci sono 250 no e 221 sì; il voto è condizionato dal fatto che molti istituti infantili privati erano guidati da ordini religiosi). Appena il giorno prima il governo aveva chiesto e ottenuto la fiducia, con 317 sì e 232 no, su un ordine del giorno di natura procedurale. Moro si dimette il 21 gennaio[22].

Il terzo governo Moro

Il terzo governo Moro (23 febbraio 1966 – 5 giugno 1968) batté il record di durata (833 giorni) e rimase uno dei più longevi della Repubblica.

Provvedimenti principali

A seguito di catastrofi come l’alluvione di Firenze, durante questo governo, venne varata la cosiddetta legge 6 agosto 1967 n. 765, detta “legge-ponte” o legge Mancini (dal nome dell’allora ministro Giacomo Mancini[23]) contro le resistenze di numerosi settori della Democrazia Cristiana. La legge è tuttora (2012) in vigore e stabiliva la partecipazione dei privati alle spese di urbanizzazione ed avviava una estesa applicazione dei piani urbanistici cercando di garantirne il rispetto per porre un freno allo sviluppo edilizio incontrollato. Al terzo governo Moro si deve anche il provvedimento che doveva portare, a venti anni dall’entrata in vigore della Costituzione e dopo un lungo cammino, all’attuazione definitiva del decentramento regionale dopo un serrato dibattito parlamentare. I partiti di destra diedero vita ad un estenuante ostruzionismo (l’intervento di Giorgio Almirante, leader del MSI, durò ben otto ore), nel tentativo di far saltare il progetto di legge. La maggioranza riuscì a contrastare questo ostruzionismo con l’inizio, il 17 ottobre, di una seduta ad oltranza che durò ininterrottamente per 15 giorni e, con l’approvazione della legge elettorale n. 108 del 17 febbraio 1968, si avviò concretamente la costituzione delle Regioni a statuto ordinario i cui consigli regionali vennero eletti per la prima volta nel 1970. Nel 1968 con la cosiddetta legge Mariotti (legge 12 febbraio 1968, n. 132), dal nome dell’omonimo ministro della Sanità, recante disposizioni in tema di enti ospedalieri e assistenza ospedaliera, il comparto ospedaliero fu profondamente riformato attraverso la trasformazione degli ospedali in enti pubblici distinti dagli enti di assistenza del tipo IPAB. Venne inoltre avviato il processo di coinvolgimento nelle attività di protezione civile delle associazioni di volontariato (cattoliche e laiche)[24].

Moro ministro degli affari esteri

Dopo le elezioni del 1968 venne costituito un governo balneare in attesa del congresso DC, previsto per l’autunno. Al congresso, Moro uscì dalla corrente dei “dorotei” e passò all’opposizione interna al partito. Nei governi della seconda fase del centrosinistra (1968-1972), Moro mantenne a lungo l’incarico di ministro degli affari esteri (nel secondo e nel terzo governo Rumor, nel governo Colombo e nel primo governo Andreotti), durante il quale proseguì la politica filo-araba del suo predecessore Fanfani. Moro dovette far fronte anche alla difficile situazione creatasi a seguito del golpe di Muammar Gheddafi in Libia, paese molto importante per gli interessi italiani non solo per i legami coloniali, ma anche per le sue risorse energetiche e per la presenza di circa 20.000 italiani.

Il lodo Moro

In veste di Capo della Farnesina, Moro riuscì a strappare a Yasser Arafat la promessa di non porre in atto condotte di terrorismo in territorio italiano, con un impegno che fu battezzato patto Moro o lodo Moro[25][26][27].

Aldo Moro con Francesco Cossiga

L’esistenza di tale patto, e la sua validità per oltre un decennio, fu confermata da Bassam Abu Sharif, leader “storico” del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Intervistato dal giornalista del Corriere della Sera Davide Frattini su quanto dichiarato dal senatore Francesco Cossiga in merito all’esistenza di un lodo Moro con l’Italia, ovvero di «un’intesa con il Fronte Popolare» per cui appartenenti a quest’ultimo potevano «trasportare armi e esplosivi, garantendo in cambio immunità dagli attacchi», Abu Sharif dichiarava: «Ho seguito personalmente le trattative per l’accordo. Aldo Moro era un grande uomo, un vero patriota. Voleva risparmiare all’Italia qualche mal di testa. Non l’ho mai incontrato. Abbiamo discusso i dettagli con un ammiraglio, gente dei servizi segreti, e con Stefano Giovannone (capocentro del SID e poi del Sismi a Beirut). Incontri a Roma e in Libano. L’intesa venne definita e da allora l’abbiamo sempre rispettata. […] Ci veniva concesso di organizzare piccoli transiti, passaggi, operazioni puramente palestinesi, senza coinvolgere italiani. Dopo il patto, ogni volta che venivo a Roma, due auto di scorta mi aspettavano per proteggermi. Da parte nostra, garantivamo anche di evitare imbarazzi al vostro Paese, attacchi che partissero direttamente dal suolo italiano», specificando che ad essere informati fossero i servizi segreti italiani. Lo stesso Cossiga, in una lettera al direttore del Corriere della Sera, ha dichiarato: «Ho sempre saputo non da carte o informazioni ufficiali – che mi sono state sempre tenute segrete – dell’esistenza di un “patto di non belligeranza” segreto tra lo Stato italiano e le organizzazioni della resistenza palestinese, comprese quelle terroristiche quali la Fplp, che si è fatta viva nuovamente in questi giorni. Questo patto fu ideato e concluso da Aldo Moro […] . Le clausole di questo patto prevedevano che le organizzazioni palestinesi potessero avere basi anche di armamento nel Paese, che avessero libertà di entrata e uscita e di circolazione senza essere assoggettati ai normali controlli di polizia perché “gestiti” dai servizi segreti […]»[29].

Strage dell’Italicus

In questo periodo si colloca la Strage dell’Italicus del 4 agosto 1974. Stando a quanto affermato nel 2004 dalla figlia Maria Fida, Moro, all’epoca ministro, si sarebbe dovuto trovare a bordo del treno, ma pochi minuti prima della partenza venne raggiunto da alcuni funzionari del Ministero che lo fecero scendere per firmare alcuni documenti.[30][31][32] Stando ad alcune ricostruzioni lo statista pugliese sarebbe stato il vero motivo dell’attentato che va quindi interpretato o come un tentativo di eliminare Moro[33] o un avvertimento diretto al politico da parte di servizi segreti deviati.[34]

Declino della formula di centrosinistra

Alle elezioni per la presidenza della Repubblica del dicembre 1971, dopo il ritiro della candidatura Fanfani, Moro fu proposto all’assemblea degli elettori DC come candidato simbolo della continuità della politica governativa dell’ultimo decennio, in contrapposizione al conservatore-moderato Giovanni Leone, che prevalse di stretta misura. La sconfitta della candidatura Moro alla presidenza della Repubblica portò alla formazione di una maggioranza alternativa a quella di centro-sinistra che sorreggeva il governo di Emilio Colombo e al ritorno al centrismo (Governo Andreotti II). Moro, pertanto, uscì temporaneamente dalla compagine governativa. L’esperienza del governo centrista guidato da Andreotti, tuttavia, durò soltanto un anno, sino al giugno del 1973. A seguito dei cosiddetti “accordi di Palazzo Giustiniani” tra Fanfani e Moro, infatti, il XII Congresso nazionale del partito di maggioranza relativa approvò un documento favorevole al ritorno alla formula di centro-sinistra[36]. Si formarono, quindi, ancora due governi organici di centrosinistra (DC-PSI-PSDI-PRI), il quarto e il quinto governo Rumor (1973-1974), con Moro nuovamente al Ministero degli Esteri.

Di nuovo Presidente del Consiglio

Dopo la caduta del V governo Rumor[37], Moro riprese la guida di palazzo Chigi, riuscendo a formare due governi a maggioranza di centrosinistra ma senza la partecipazione di tutti i partiti della coalizione. Superando i veti incrociati dei due partiti laici di sinistra, PSI e PSDI, Moro riuscì a formare un governo bicolore con il PRI di Ugo La Malfa scongiurando il rischio di elezioni anticipate. Un’impresa non semplice in un paese segnato da una crisi economica senza precedenti in epoca repubblicana, dall’assedio del terrorismo, dalla conflittualità fra i partiti laici di governo. La stessa Democrazia Cristiana attraversava una delle fasi più difficili della sua storia a seguito della sconfitta nel referendum del 12 maggio 1974 per l’abrogazione della legge sul divorzio. La benevolenza con cui il Partito Comunista Italiano guardò al governo Moro, unitamente al prestigio di cui il leader democristiano godeva in ampi settori del paese, garantirono una certa tranquillità al governo consentendogli una capacità di agire che andava oltre le premesse che l’avevano visto nascere. Il quarto governo Moro, con La Malfa vicepresidente, avviò quindi un primo dialogo col PCI di Enrico Berlinguer nella visione di una necessaria nuova fase finalizzata al compimento del percorso avviato con la costruzione del sistema democratico italiano. Nel 1975 il suo governo concluse il Trattato di Osimo, con cui si sanciva l’appartenenza della Zona B del Territorio Libero di Trieste alla Jugoslavia. Altri risultati ottenuti da questo governo furono l’introduzione della Legge Reale (dal nome dell’esponente del PRI Oronzo Reale) per il contrasto del terrorismo, la nuova legge sul decentramento amministrativo e la riforma del diritto di famiglia italiano del 1975. Nel 1976 il segretario socialista Francesco De Martino ritirò l’appoggio esterno del PSI al quinto governo Moro determinandone la caduta.

Moro contro i processi di piazza

Il 7 marzo 1977 cominciò in Parlamento il dibattito sullo scandalo Lockheed. Il deputato radicale Marco Pannella, tra i primi a parlare, sostenne la tesi che il responsabile delle tangenti non fosse il governo, ma il Presidente della Repubblica in persona, Giovanni Leone. Ugo La Malfa si schierò dalla sua parte chiedendo le dimissioni del Presidente. Moro intervenne il 9 marzo e difese il suo partito dall’accusa di aver posto in essere un «regime»; difese inoltre i ministri Luigi Gui (DC) e Mario Tanassi (PSDI), che erano al centro dell’inchiesta. Poi replicò all’intervento di Domenico Pinto, deputato di Democrazia Proletaria, che aveva detto che la corruzione della DC era provata dallo scandalo Lockheed; per questo i democristiani sarebbero stati processati nelle piazze: «Nel Paese vi sono molte opposizioni […] ; e quell’opposizione, colleghi della Democrazia Cristiana, sarà molto più intransigente, sarà molto più radicale quando i processi non si faranno più in un’aula come questa, ma si faranno nelle piazze, e nelle piazze vi saranno le condanne». Moro replicò: «Onorevoli colleghi che ci avete preannunciato il processo nelle piazze, vi diciamo che noi non ci faremo processare». In seguito la frase si prestò a diverse interpretazioni politiche. La sua difesa di Rumor nella discussione parlamentare sullo scandalo Lockheed fu da taluni spiegata con un suo personale coinvolgimento nel sistema di tangenti versate dall’impresa aerospaziale americana Lockheed in cambio dell’acquisto di aerei da trasporto militari C-130. Secondo alcuni giornali dell’epoca Moro era il fantomatico Antelope Cobbler, destinatario delle bustarelle. L’accusa, che avrebbe avuto lo scopo di fare fuori politicamente Moro e far naufragare i suoi progetti politici, venne ridimensionata con l’archiviazione della posizione di Moro, il 3 marzo 1978, tredici giorni prima dell’agguato in via Fani. La vicenda giudiziaria si concluse nel 1979 con l’assoluzione di Gui e la condanna di Tanassi.

Verso la solidarietà nazionale

«Per quanto si sia turbati, bisogna guardare al nucleo essenziale di verità, al modo di essere della nostra società, che preannuncia soprattutto una nuova persona più ricca di vita e più consapevole dei propri diritti. Governare significa fare tante singole cose importanti ed attese, ma nel profondo vuol dire promuovere una nuova condizione umana». (Aldo Moro, Relazione al XII Congresso della Democrazia Cristiana, Roma, 9 giugno 1973[41])

Aldo Moro con Giulio Andreotti

Roma, 28 giugno 1977. Una stretta di mano tra il segretario comunista Enrico Berlinguer e il presidente democristiano Aldo Moro, i principali fautori dell’opera di riavvicinamento tra le rispettive (ed opposte) forze politiche, il Partito Comunista Italiano e la Democrazia Cristiana. Alle successive elezioni politiche anticipate, la Democrazia Cristiana mantenne la maggioranza relativa, in Parlamento, nonostante una crescita impressionante del PCI di Enrico Berlinguer. Andreotti riuscì a comporre il cosiddetto “governo della non sfiducia” e Moro fu eletto presidente del Consiglio Nazionale della DC. Nel gennaio 1978, ricevette nel suo studio di via Savoia a Roma Piersanti Mattarella, Michele Reina e Rino Nicolosi per parlare della costituenda Giunta regionale della Sicilia. La sopravvivenza del sistema politico aveva bisogno sia di regole precise, sia di scendere continuamente a compromessi alla ricerca di una forma di tolleranza civile. Sandro Fontana così riepiloga i dilemmi di Moro: «Come conciliare l’estrema mobilità delle trasformazioni sociali con la continuità delle strutture rappresentative? Come integrare nello Stato masse sempre più estese di cittadini senza cedere a seduzioni autoritarie? Come crescere senza morire?». Nell’opinione di Moro la soluzione a tali quesiti non poteva non essere raggiunta che con un compromesso politico, ampliando l’esperienza dell'”apertura a sinistra” della DC nei confronti del PSI di Pietro Nenni, avvenuta all’inizio degli anni sessanta[44]. Ma la situazione era diversa: fin dal 1956 (rivoluzione ungherese) il PSI si era dichiaratamente staccato dal PCI intraprendendo una strada autonoma. Negli anni settanta e soprattutto dopo le elezioni del 1976, Moro concepì l’esigenza di dar vita a governi di “solidarietà nazionale”, con una base parlamentare più ampia comprendente anche il PCI. Ciò rese Moro oggetto di aspre contestazioni: i critici lo accusarono di volersi rendere artefice di un secondo “compromesso storico”, più clamoroso di quello con Nenni, in quanto prevedeva una collaborazione di governo con il Partito Comunista di Enrico Berlinguer, che ancora faceva parte della sfera d’influenza sovietica, cosa confutata da recenti studi di filosofia politica, in particolare quelli di Danilo Campanella, esperto di filosofia politica morotea[45], secondo cui la strategia di Moro era quella di un “logoramento” del partito comunista per arrivare all’unità nazionale. Berlinguer anticipò le eventuali preclusioni ai suoi danni prendendo pubblicamente le distanze da Mosca e rivendicando la capacità del PCI di muoversi autonomamente sullo scacchiere politico italiano[47]. Aldo Moro fu uno dei leader politici che maggiormente prestarono attenzione alle affermazioni di Berlinguer, che con lo «strappo da Mosca» si sarebbe reso accettabile a una parte degli elettori della Democrazia Cristiana. Il segretario nazionale del Partito Comunista Italiano aveva proposto un accordo di solidarietà politica fra i comunisti e cattolici, in un momento di profonda crisi sociale e politica in Italia: la conseguenza fu un intenso confronto parlamentare tra i due schieramenti, che fece parlare di “centralità del Parlamento”. All’inizio del 1978 Moro, allora presidente della Democrazia Cristiana, fu l’esponente politico più importante che ritenne possibile un governo di “solidarietà nazionale”, che includesse anche il PCI nella maggioranza, sia pure senza una presenza di ministri comunisti nel governo, in una prima fase. Tale soluzione presentava rischi sul piano della politica internazionale, in quanto non trovava il consenso delle grandi superpotenze mondiali.  Disaccordo degli Stati Uniti: l’ingresso al governo di persone che avevano stretti contatti con il partito comunista sovietico avrebbe consentito loro di venire a conoscenza, in piena guerra fredda, di piani militari e di postazioni strategiche supersegrete della Nato. Inoltre, una partecipazione comunista in un paese d’influenza americana sarebbe stata una sconfitta culturale degli Stati Uniti nei confronti del resto del mondo, e soprattutto dell’Unione Sovietica.  Disaccordo dell’Unione Sovietica: la partecipazione al governo del PCI sarebbe stata interpretabile come una forma di emancipazione del partito dal controllo sovietico e di avvicinamento autonomo agli Stati Uniti.

Il sequestro, la morte e la sepoltura

Il  giorno della presentazione del nuovo governo, il quarto guidato da Giulio Andreotti, la Fiat 130 che trasportava Moro dalla sua abitazione nel quartiere Trionfale zona Monte Mario di Roma alla Camera dei deputati, fu intercettata da un commando delle Brigate Rosse all’incrocio tra via Mario Fani e via Stresa. Gli uomini delle Brigate Rosse uccisero i cinque uomini della scorta (Domenico Ricci, Oreste Leonardi, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera, Francesco Zizzi) e sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana. Dopo una prigionia di 55 giorni nel covo di via Camillo Montalcini, 8[53], le Brigate Rosse decisero di concludere il sequestro uccidendo Moro: lo fecero salire dentro il portabagagli di un’automobile Renault 4 rossa – rubata il precedente 2 marzo a un imprenditore (Filippo Bartoli) nel quartiere Prati, due settimane prima dell’eccidio di via Fani[54] – e gli ordinarono di coricarsi e coprirsi con una coperta dicendo che avevano intenzione di trasportarlo in un altro luogo. Dopo che Moro fu coperto, gli spararono dodici proiettili, uccidendolo. Il corpo di Aldo Moro fu ritrovato nella stessa auto il 9 maggio a Roma in via Caetani, emblematicamente vicina sia a piazza del Gesù (dov’era la sede nazionale della Democrazia Cristiana) sia a via delle Botteghe Oscure (dove era la sede nazionale del Partito Comunista Italiano)[55]. Fu sepolto nel comune di Torrita Tiberina, piccolo paese della provincia romana dove lo statista amava soggiornare. Aveva 61 anni. Papa Paolo VI il successivo 13 maggio officiò una solenne commemorazione funebre pubblica per la scomparsa di Aldo Moro, amico da sempre e suo alleato, nella basilica di San Giovanni in Laterano, a cui parteciparono numerose personalità politiche italiane e che venne trasmessa in televisione. Questa cerimonia funebre venne celebrata senza il corpo dello statista per esplicito volere della famiglia, che non vi partecipò, ritenendo che lo Stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro, rifiutando il funerale di Stato e scegliendo di svolgere le esequie in forma privata presso la chiesa di San Tommaso di Torrita Tiberina[56].

Le lettere di Aldo Moro – Corrispondenza dalla prigionia

13 maggio 1978, commemorazione funebre per Aldo Moro. In prima fila, iniziando dalla seconda persona a sinistra: Pietro Ingrao, Giovanni Leone, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti e Virginio Rognoni. Rinchiuso dalle Brigate Rosse nella “prigione del popolo”, Aldo Moro scrisse moltissime lettere, indirizzate perlopiù ai familiari e alla dirigenza della Democrazia Cristiana, più precisamente a Benigno Zaccagnini, a Francesco Cossiga, a Giulio Andreotti, a Riccardo Misasi e ad altri; oltre che al capo socialista Bettino Craxi, l’unico esponente di governo che abbia sostenuto la necessità di trattare per salvare la vita di Moro. L’autenticità delle lettere è da lungo tempo oggetto di dibattito. Gli esami grafologici hanno sicuramente attribuito la scrittura materiale delle stesse al politico, ma buona parte dell’allora dirigenza politica (soprattutto DC e in generale chi era ascritto alla “linea della fermezza” per chiudere ogni spiraglio alla trattativa) sosteneva che non fossero pensate da Moro, bensì dettate dalle Brigate Rosse. Il parere dei familiari e di diversi studiosi è invece quello di riconoscere pienamente Moro in quegli scritti. Trentotto di queste lettere vennero pubblicate, con una introduzione attribuita a Bettino Craxi, nel pamphlet Lettere dal Patibolo dalla rivista «Critica Sociale».[57]

Il Memoriale Moro

Durante i 55 giorni di prigionia, Aldo Moro viene sottoposto a lunghi interrogatori da parte del brigatista Mario Moretti. Per ogni argomento, poi, il Presidente D.C. scriveva di proprio pugno un “verbale” sui fogli quadrettati riempiendo diversi blocchi[58]. Questi documenti, redatti personalmente da Moro e poi dattiloscritti dalle BR durante la prigionia costituirono il cosiddetto Memoriale Moro[59]. La copia originale non verrà mai ritrovata, mentre alcuni esemplari dattiloscritti e fotocopiati vennero ritrovati nel covo di via Monte Nevoso 8 a Milano il 1º ottobre 1978 e il 9 ottobre 1990. Gli interrogatori vennero registrati su un normale registratore, ma le bobine contenenti le domande di Moretti e le risposte di Moro non furono mai ritrovate[58].

Le polemiche successive

Il settimanale Panorama, nel numero del 19 maggio 1980 in un articolo dal titolo Perché rubano tanto?[60], aveva sollevato il caso delle fattorie del senese amministrate dal consigliere di Aldo Moro, Sereno Freato. La polemica fu poi ripresa da Giorgio Pisanò sul settimanale Candido.

Termine della secretazione dei lavori governativi di Aldo Moro

Ormai i termini di secretazione sono scaduti, e lentamente vengono pubblicati alcuni documenti realizzati durante la sua attività politica. Nell’ottobre 2014 è stata costituita la commissione d’inchiesta parlamentare, alla cui presidenza si è insediato Giuseppe Fioroni.

Pensiero ed eredità intellettuale

Il pensiero moroteo è stato scandagliato negli ultimi anni alla ricerca di una traccia che possa teorizzare un piano teoretico di Moro. Ricercatori, collaboratori, filosofi si sono impegnati, non soltanto in ambito storiografico, a decifrare la vasta memoria di scritti e discorsi, opere, articoli e pubblicazioni dello statista. Giovanni Galloni racconta nel suo Trent’anni con Moro l’esperienza politica e personale con lo statista all’interno della DC e della politica italiana. Il libro non è pàrco di aneddoti, teorie e considerazioni personali dell’ex ministro della Pubblica istruzione. Angelo Schillaci, nel suo lavoro Persona ed esperienza giuridica nel pensiero di Aldo Moro[67] individua le radici di una filosofia del diritto all’interno del pensiero di Moro, che afferisce ad autori quali Mounier e Maritain. In particolare Schillaci sottolinea il concetto di subiettivazione della norma penale nella teoria giuridica morotea in cui il soggetto di reato è in primis titolare di un diritto innato, appunto soggettivo, al quale il legislatore deve sottostare; ne derivano temi come la pena di morte, l’ergastolo e la rieducazione dell’ergastolano[68] in cui Aldo Moro s’impegnerà durante la sua attività politica. La filosofia politica di Aldo Moro è stata studiata da Danilo Campanella che, dopo un’attenta ricerca sulla sua storia personale e sulla sua opera come esperto di diritto, ha individuato in Moro un vero e proprio filosofo della politica. Nei suoi studi Campanella ha illustrato come la filosofia di Aldo Moro partisse dal diritto romano arricchito dal cristianesimo, indagasse il contrasto tra il concetto cristiano di persona e la sua radicalizzazione nella subiettivazione, per poi estendersi all’ambito della filosofia politica[69] approdando, infine, a una forma di teologia pratica del vivere civile. Campanella distingue quella di Moro come teologia “della” politica e, in quel “della”, esprime il ruolo della religione nel vivere civile come ispirazione, e non come imposizione: per lo statista pugliese, infatti, il cristiano deve essere uomo politico non da cristiano, bensì in quanto tale]. Questo concetto è necessario per capire, nella differenza fra democrazia partecipativa e tutorale, come il cristiano, nella riflessione teologico-politica morotea, sia tale solo in quanto partecipante alla vita politica. Lo statista non s’impegnò in una commistione di filosofie precedenti, né criticò teorie politiche, ma cercò di dare risposte nuove ai problemi della politica all’interno della filosofia, come Campanella ha illustrato durante l’Inaugurazione nazionale delle presentazioni Aldo Moro, in cui il filosofo ha trattato il ruolo del cittadino nella democrazia, una nuova concezione di Stato, il ruolo della Resistenza come nuovo e vero Risorgimento, l’alternanza tra cattolicesimo e socialismo, il pluralismo, una nuova e innovativa concezione di laicità (polo pubblico e polo privato che Moro trasla dalla giurisprudenza), la comunità sociale e le prospettive europee negli Stati Uniti d’Europa[73], la politica reale e quella ideologica.

Moro e la DC

Aldo Moro «era un cattolico osservante e praticante e la sua fede in Dio si rispecchiava nella sua vita politica». Era considerato un mediatore tenace e particolarmente abile nella gestione e nel coordinamento politico delle numerose “correnti” che agivano e si suddividevano il potere all’interno della Democrazia Cristiana. All’inizio degli anni sessanta Moro fu un convinto assertore della necessità di un’alleanza tra il suo partito e il Partito Socialista Italiano, per creare un governo di centrosinistra. Nel congresso democristiano di Napoli del 1962 riuscì a portare su questa posizione l’intero gruppo dirigente del partito. La stessa cosa avvenne all’inizio del 1978 (poco prima del rapimento), quando riuscì a convincere la DC della necessità di un “governo di solidarietà nazionale”, con la presenza del PCI nella maggioranza parlamentare. La sua intenzione dominante era di allargare la base del sistema di governo, ossia il vertice del potere esecutivo avrebbe dovuto rappresentare un numero più ampio di partiti e di elettori. Questo sarebbe stato possibile solo con un gioco di alleanze aventi come fulcro la DC, seguendo così una linea politica secondo il principio di democrazia consociativa. Secondo Sandro Fontana, Moro nella sua attività politica si trovava nella difficoltà di conciliare la missione cristiana e popolare della Democrazia Cristiana con i valori di tendenza laica e liberale della società italiana. Il “miracolo economico”, che aveva portato l’Italia rurale a diventare in pochi decenni una delle grandi potenze industriali mondiali, comportò anche un cambiamento sociale, con il risveglio delle masse richiedenti una presenza attiva nella vita del paese. Moro, quando affermava che “di crescita si può anche morire”, esprimeva un suo giudizio sui rischi di una società in rapida crescita. Il risveglio delle masse aveva favorito nuove e più forti fasce sociali (tra cui i giovani, le donne e i lavoratori) che avevano bisogno di integrazione (anche economica con precise riforme) all’interno del processo politico. Le masse popolari, secondo alcuni, tendevano a esprimere in forma “emotiva e mitologica” il loro bisogno di una partecipazione diretta alla gestione del potere. Secondo altri, più semplicemente, le masse popolari italiane erano e sono – per ragioni storiche, politico-culturali e di fragilità del ceto intellettuale – propense a inclinare verso una destra autoritaria. In questo quadro variegato e in evoluzione, la missione che Moro avrebbe ascritto alla Democrazia Cristiana fu di recuperare le classi popolari dal fascismo e traghettarle nel sistema democratico. Per questo motivo, Moro si sarebbe ritrovato nella situazione di dover “armonizzare” realtà apparentemente inconciliabili tra loro[80]. Questo fattore era un fondamentale presupposto per la nascita di gruppi terroristici che, visti sotto quest’ottica, sarebbero il frutto dell’estremizzazione della partecipazione attiva ed extraparlamentare alla politica del paese da parte di una piccola frazione della popolazione in cui componenti emozionali e mitologiche si mescolerebbero provocando quasi sempre “situazioni drammatiche”[81].

Riconoscimenti ufficiali

Memoriale di Aldo Moro, in via Caetani, a Roma. Il 4 maggio 2007, il Parlamento ha votato e approvato una legge con la quale si istituisce il 9 maggio il “Giorno della memoria” in ricordo di Aldo Moro e di tutte le vittime del terrorismo. Tra aprile e maggio 2007 è stata presentata presso l’Istituto San Giuseppe delle suore Orsoline a Terracina e presso la sede dell’associazione Forche Caudine a Roma[82], presente la figlia Agnese, una raccolta ragionata dei suoi scritti giornalistici, curata da Antonello Di Mario e Tullio Pironti editore. Nella notte tra l’8 e il 9 giugno 2007, giorni della visita del presidente degli Stati Uniti d’America George W. Bush in Italia, la lapide di via Fani che ricorda il rapimento di Aldo Moro e le cinque persone della scorta uccise è stata imbrattata con la scritta “Bush uguale a Moro”. Il giorno della domenica delle Palme del 2008, 16 marzo, a trent’anni dal suo rapimento, il vescovo di Caserta Raffaele Nogaro nell’omelia pasquale ha chiesto l’avvio di un processo di beatificazione per Aldo Moro: “uomo di infinita misericordia, che perdonò tutti”[83]. Il 20 settembre 2012 il presidente del tribunale diocesano di Roma dà il via libera all’inchiesta sulla beatificazione di Aldo Moro dopo il nulla osta concesso dal vicario del Papa, cardinal Agostino Vallini, che ha indicato lo statista «servo di Dio»[84]. È stato nominato postulatore per la causa di beatificazione dello statista il dottor Nicola Giampaolo di Rutigliano. Nel giorno del 30º anniversario della sua morte, l’Università degli Studi di Bari, di cui Moro fu studente e docente, ha deliberato di intitolarsi allo statista, la decisione ha avuto il consenso e apprezzamento della figlia Agnese Moro. Ad Aldo Moro è dedicato il ponte omonimo di Taranto conosciuto anche come Ponte Punta Penna Pizzone.

Il sequestro dello statista

Sono stati – e sono destinati a restare – i 55 giorni più misteriosi dell’intera storia dell’Italia repubblicana. Ancora oggi, a distanza di più di vent’anni, soltanto rievocare il caso Moro vuol dire preparasi ad entrare in un ramificato tunnel di segreti e interro- gativi, di domande senza risposta e di inconfessabili trame. Il tempo che corre non solo ci allontana dalla completa verità sulla strage di via Fani, la lunga detenzione di un uomo politico di primo piano e la sua orrenda fine, ma rende tutto più complesso. Il trascorrere degli anni che sempre più ci fa apparire lontano quel tragico evento, anziché semplifi- care il quadro di insieme della vicenda, tende ad aggiungere nuovi tasselli ad un mosaico che appare ormai infinito. Aldo Moro, presidente della DC, per almeno vent’anni personaggio centrale della politica italiana, viene sequestrato da un commando delle Brigate Rosse il 16 marzo 1978, in via Fani a Roma, alla vigilia del voto parlamentare che – per la prima volta dal 1947 – sancisce l’ingresso del partito comunista nella maggioranza di governo. Per rapirlo la sua scorta, composta da cinque uomini, viene sterminata. Il gruppo armato che s’impadronisce di Moro afferma di volerlo processare, per processare  tutta  la Democrazia Cristiana, forse addirittura non rendendosi conto di aver gettato sulla scena politica nazionale una bomba ad alto potenziale. I 55 giorni in cui Moro sarà detenuto in un “carcere del popolo” apriranno infatti una serie di enormi contraddizioni in seno all’intera classe politica italiana, mentre i brigatisti finiranno col dimostrarsi – con i loro documenti miopi e vetusti – completamente avulsi dalla realtà storica del paese. La fine di Moro è nota: il 9 maggio 1978 Mario Moretti, capo dell’organizzazione armata, lo ucciderà, “eseguendo la sentenza”, così come scritto nell’ultimo comunicato delle BR. Quel colpo di pistola, con tanto di silenziatore, risulta assordante ancora oggi.

I troppi misteri del caso Moro

Dal commando di via Fani alle mancate perquisizioni dei covi.

Il 16 marzo 1978 alle ore 09:02 un commando composto da 10 terroristi delle Brigate Rosse compie la strage di via Fani e rapisce il presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, che viene tenuto in ostaggio per 55 giorni per poi essere “giustiziato”. Il suo cadavere viene fatto trovare in una Renault rossa in via Caetani, una strada che si trova giusto a metà strada fra via delle Botteghe Oscure (sede dell’allora Pci) e Piazza del Gesù (sede della Dc). In 40 anni non sono stati sufficienti ben 5 processi in Corte d’Assise a Roma (conclusisi con raffiche di ergastoli), due commissioni parlamentari dedicate esclusivamente al sequestro e all’omicidio della statista democristiano e una commissione stragi che affrontò ugualmente il caso, per sciogliere i misteri che circondano quei drammatici 55 giorni che cambiarono la storia dell’Italia. “Sì – commenta laconico Antonio Marini, pubblico ministero dei processi in Corte d’Assise a Roma – purtroppo sono rimasti i cosiddetti ‘buchi neri’. Mi sono dannato tutta la mia vita di magistrato (oggi in pensione, ndr) per trovare le risposte a una serie di interrogativi.  Non mi sono mai arreso e fino a quando sono rimasto in magistratura ho sempre cercato la verità. Poi non ci sono riuscito”. Ma quali sono i misteri che ancora oggi circondano la strage di via Fani? Su quei dannati 55 giorni di prigionia di Aldo Moro si è detto e scritto di tutto: dalla teoria che le Brigate Rosse fossero eterodirette o dal Kgb o dalla Cia (perché entrambe le due potenze, in piena guerra fredda, non vedevano di buon occhio il compromesso storico tra Dc e Pci), ai palestinesi dell’Olp, dalla ‘ndrangheta allo zampino dei servizi segreti deviati. “Certo – dice ancora Marini – tutto è possibile ma non ci sono le prove. Sono successi dei fatti che hanno lasciato e lasciano perplessi, ma un magistrato deve accertare i fatti con tanto di prove. La magistratura ha fatto tutto quello che poteva fare. Del caso Moro si sono interessati fior fiore di magistrati che hanno esaminato tutti gli atti. Ci sono stati 5 processi e numerose commissioni parlamentari. Ma sono rimasti tanti misteri”.

I brigatisti coinvolti

Ma togliendo le piste internazionali (Kgb, Cia e Olp) alcuni misteri sono veramente inquietanti. Cominciamo dal numero dei brigatisti coinvolti nel sequestro Moro, dai componenti del commando presente in via Fani a chi dava invece la copertura nel covo-prigione di Moro in via Montalcini. Nei vari processi che si sono succeduti sono stati condannati con sentenza definitiva Barbara Balzerani, Mario Moretti, Valerio Morucci, Franco Bonisoli, Raffaele Fiore, Adriana Faranda, Prospero Gallinari, Bruno Seghetti, Anna Laura Braghetti, Alessio Casimirri e Germano Maccari. In tutto 11, 9 dei quali erano presenti in via Fani con ruoli diversi: dal gruppo di fuoco, agli autisti fino alle staffette. Già ma nel corso delle varie inchieste emergono due nuovi elementi inquietanti: la presenza di due uomini a bordo di una moto Honda, uno dei quali armato di mitraglietta che controllavano a distanza le fasi del sequestro e quella del colonnello del Sismi Guglielmi (deceduto qualche anno fa). I due uomini a bordo della moto non sono mai stati identificati, ma tra le varie ipotesi (mai accertate) venne avanzata anche quella che appartenessero ai servizi. Il colonnello Guglielmi venne anche interrogato sulla sua presenza in via Fani praticamente al momento della strage: disse che si trovava nella zona perché si stava recando a colazione da un suo amico. Una spiegazione che non dissipò i dubbi.

La prigione di Via Montalcini

Nel luglio del 1978, quando l’appartamento era ancora abitato da Anna Laura Braghettti e da Prospero Gallinari fu oggetto di una segnalazione da parte di un condomino che aveva notato una Renault rossa sospetta. “Le attività di polizia – si legge nella relazione della commissione parlamentare depositata nel dicembre 2017 – però non compresero una perquisizione dell’appartamento della Braghetti che, a quella data, ancora vi viveva, forse con Gallinari. Anche l’escussione dell’ex ispettrice di polizia Paola Carraresi, che fu impegnata nei pedinamenti della Braghetti, evidenzia le criticità di un’operazione di polizia mal progettata e mal gestita”. Già, una “operazione mal gestita”, ma da un’inchiesta giornalistica di Repubblica, svolta da Luca Villoresi, emerge un fatto ancora più inquietante. Ascoltato dalla commissione parlamentare il giornalista afferma: “Ho tra l’altro appreso in occasione degli accertamenti da me effettuati in via Montalcini che qualcuno, durante il sequestro Moro, avrebbe chiamato la Questura per fare una segnalazione circa i suoi sospetti sull’appartamento in questione”. “Affermazione – si legge nella relazione –  che potrebbe riferirsi a una segnalazione relativa a un contrasto condominiale che avrebbe coinvolto la Braghetti e un condomino o a una segnalazione di tale Maria Agata Tombellini. In entrambi casi, peraltro, un appunto del 3 ottobre 1978 riferiva che non risultavano agli atti del Commissariato “San Paolo” evidenze in merito”.

I misteri di Via Gradoli

In questo appartamento vivevano durante i 55 giorni di prigionia di Aldo Moro, Mario Moretti, alias ing. Borghi e sua moglie, Barbara Balzerani. Una vicina di casa si lamentò dei continui rumori provenienti da quell’appartamento soprattutto di notte. Come se stessero battendo un alfabeto Morse. Probabilmente Moretti e Balzerani stavano battendo con la macchina da scrivere i comunicati delle bierre sul sequestro Moro. Fatto sta che, scrive la commissione parlamentare, “una squadra del Commissariato Flaminio Nuovo, guidata dal brigadiere Domenico Merola, aveva in precedenza effettuato un controllo dello stabile di via Gradoli 96. In quella occasione il covo brigatista, però, non fu perquisito, perché i suoi inquilini erano assenti e perché gli operanti non ravvisarono dagli altri condomini motivi di sospettare una presenza brigatista”. Forse è il caso di ricordare che in quei giorni dannati polizia, carabinieri e tutte le forze dell’ordine, quando facevano le operazioni, se non trovavano gli inquilini buttavano giù le porte di ingresso senza troppe esitazioni. Ma su questo episodio l’ex magistrato Antonio Marini non se la sente di infierire e si limita a sottolineare: “Due sono le cose, o si ammette che si possa sbagliare, oppure no. Gli errori sono sempre dietro l’angolo. Io credo nell’errore”. 

I manoscritti

Un altro grande mistero riguarda poi i manoscritti originali di Moro: gli originali non vennero mai trovati, solo fotocopie. E questo è molto strano perché nessuno tra dissociati e pentiti ha mai dichiarato che quelle carte vennero distrutte. Qui finisce la storia dei grandi misteri che circondano quei 55 giorni di prigionia. Però ci si potrebbe interrogare anche su un altro aspetto: se è vero quello che raccontano gli ex brigatisti rossi, sia i dissociati Morucci e Faranda, sia i pentiti come anche i capi storici come Mario Moretti (che non ha mai collaborato alle indagini) che dietro le Br non c’erano servizi segreti stranieri e che non erano eterodiretti da nessun forza occulta. Possibile che servizi segreti italiani di allora non fossero in grado di infiltrare o di avere un informatore nell’organizzazione terroristica? Strano. 

Sugli anni di piombo cogliamo l’occasione per riproporrerre la conferenza stampa di presentazione del libro “Mara, Renato e io” di Alberto Franceschini, un dei padri-fondatori delle Br. «Il terrorismo è un fantasma ma guardiamolo in faccia»

Mara, Renato e io è il titolo di questa storia delle Brigate rosse viste da vicino. Storia parziale certo, ma costruita come un’autobiografia, per darsi in pasto alla gente, per fare il funerale al personaggio, al brigatista e tornare finalmente a vivere come uno qualunque. Alberto Franceschini lo racconta così il suo libro dalla copertina bianca e rossa, 221 pagine, scritto con la collaborazione di due noti giornalisti dell’ Espresso, Franco Giustolisi e Pier Vittorio Buffa. Franceschini detenuto nel carcere di Rebibbia; non è accusato di reati di sangue, ma ha accumulato condanne fino al 2O22. Da un mese lavora nella redazione della rivista dell’Arci, Ora d’aria, e usufruiva di un permesso per uscire dalla cella alle 7 e 3O del mattino e rientrarvi la sera alle 18 e 3O. «Mi sono separato dalla lotta armata per scelta personale già alla fine del 1982» esordisce Franceschini dinanzi a decine di giornalisti italiani e stranieri. “Lo dissi ai compagni, in carcere. Per me l’ esperienza era finita già allora, chiusa. Cercai perfino di cambiar nome. Poi compresi. Capii che non sarebbe stato sufficiente”. Così, nel 1984, Franceschini comincia a parlare con i due giornalisti dell’ Espresso. Passano gli anni e l’ ex padre fondatore del Br matura la scelta di dissociarsi. Scrive la sua storia delle Brigate rosse, ricostruisce la trama del suo rapporto personale con Mara Cagol e con Renato Curcio, racconta i suoi ricordi di clandestino, una rapina in banca, il tentativo di sequestrare Giulio Andreotti, i giorni allucinati del sequestro di Aldo Moro e del suo assassinio vissuti nel carcere in parte con esaltazione e in parte con paura. Quindi l’ epilogo che a fine libro consta di un solo capoverso: il testo della dissociazione dalla lotta armata di Alberto Franceschini brigatista. Quasi un epitaffio simbolico per quel funerale al personaggio pubblico, al terrorista che, inseguìto per tre anni, è ormai compiuto. Ho scritto Mara Renato e io per questo e non per altro, assicura l’ ex capo brigatista. Il contratto con la Mondadori? Prevede lo O,5 per cento del prezzo di copertina sulle prime diecimila copie e lo O,8 sulle successive. Peccato non aver avuto il libro prima della conferenza stampa, attacca subito la corrispondente del giornale tedesco Der Spiegel. Risponde Carlo Sartori, responsabile delle pubbliche relazioni della Mondadori: Sul libro c’era il top-secret, com’è normale avevamo venduto l’ esclusiva delle anticipazioni a un giornale e l’abbiamo dovuta rispettare fino all’uscita del volume nelle librerie. Del resto, conclude Sartori scegliendo un paragone che suscita in sala qualche mormorio è accaduto anche in Germania, recentemente, per il libro di Gorbaciov. Franceschini afferma che quelli che ancora sparano sono solo residuati che le forze di polizia potrebbero arrestare se solo lo volessero. E che, se ciò non avviene, è solo perché oggi più che mai c’ è un utilizzo politico del terrorismo. Come chiudere definitivamente con gli anni di piombo? L’ unico modo, risponde, credo sia parlarne, comprenderne le motivazioni. Penso che per noi il terrorismo rappresenti in qualche modo quello che il nazismo è stato per i tedeschi. Un fantasma che va guardato in faccia e non rimosso. A proposito del dibattito in corso sulla pacificazione, Franceschini è drastico. Che c’ entra il perdono? La moderna cultura della pena non è più quella della vendetta, ma è quella del disinnescare la pericolosità sociale e del reinserimento. E per gli ex terroristi, la pericolosità finisce nel momento in cui affermano di accettare le regole. Dal giornalista del Popolo, il quotidiano della Dc, partono a raffica domande sul sequestro Moro. Franceschini risponde con qualche imbarazzo: sì è vero dal carcere aveva esultato alla notizia della sua uccisione. Il capitolo dedicato a Moro nel libro si chiama L’ imperatore disarcionato, dice prendendola alla lontana: era esultanza, ma anche paura. Paura di quel che sarebbe successo a noi in carcere. Ma poi ammette: sì, in quel periodo noi esortavamo i compagni ad alzare il livello di fuoco… ritenevamo i compagni di fuori deboli e noi, dentro, ci sentivamo più bravi. Era la nostra ansia di padri-protagonisti di rimanere tali. Quanto alla tesi del complotto che secondo varie interpretazioni starebbe dietro al caso Moro, Franceschini non ha dubbi: non ci credo è la sua breve risposta. Pochi gli accenni a Mara Cagol e a Renato Curcio, veri protagonisti del libro. Mara, Renato e Alberto si conoscono a Milano, riassume la controcopertina del libro, vivono insieme in un piccolo appartamento affittato clandestinamente. In quella cucina-studio-salotto viene coniata la sigla Brigate rosse, disegnata la prima stella a cinque punte, redatti i primi volantini, quelli di Mordi e fuggi. Sono flashes sulla nascita degli anni di piombo. Ognuno di noi è entrato nel terrorismo seguendo un percorso personale e ciascuno di noi segue una via d’ uscita, dice infine Franceschini cercando di spiegare come la sua scelta di farla finita con la lotta armata non sia poi tanto diversa da quella preferita da Renato Curcio. Io comunque ho finalmente imparato a rispettare le scelte di tutti. Da quando ho smesso di essere brigatista, ho smesso anche di essere giudice.

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