Morte di un intellettuale. Scempio di un poeta: Pier Paolo Pasolini

Ostia, 2 novembre 1975, giorno dei morti. In uno squallido sterrato non lontano dal mare, adiacente a una baraccopoli estiva dove il proletariato romano trascorre le sue povere vacanze, fingendo di essere in villa, viene trovato il cadavere martoriato di Pier Paolo Pasolini, 53 anni, scrittore, poeta, regista, intellettuale scandaloso, personalità unica e certamente irripetibile della cultura italiana. Del suo assassinio viene accusato un 17/enne borgataro, Giuseppe Pelosi, detto – per i suoi occhi sporgenti – “Pino la rana”. Sembra un nemesi ineluttabile: Pasolini è stato ammazzato brutalmente da uno di quei ragazzi di vita che tanto aveva amato, di cui tanto aveva scritto, per la cui omologazione sociale e culturale tanto si era rattristato. Un delitto tra “froci”, lasciano intendere le cronache. Pasolini, che non aveva mai fatto mistero della sua omosessualità – pur rifuggendo con cura gli orpelli dannunziani o estetizzanti di cui la moderna cultura gay ama adornarsi – era stato ucciso da un giovane sbandato in cerca di denaro, che lo scrittore aveva “rimorchiato” nei torbidi dintorni della stazione Termini a Roma, con il quale si era appartato in cerca di sesso mercenario. Alla base della tragedia, una lite finita in dramma per prestazioni sessuali che Pasolini esigeva e “Pino la rana” non voleva concedergli. Così alla fine arriverà a stabilire la sentenza della Corte di Cassazione, tre anni e mezzo dopo i fatti. Tutto chiaro, allora. Pasolini è rimasto vittima dei suoi vizi e della sue turpi manie. Ma è davvero tutto così spaventosamente lineare? Nei mesi immediatamente successivi alla sua morte, una campagna stampa del settimanale “L’Europeo” – un altro fiore all’occhiello della cultura italiana – in cui fu parte attiva la giornalista Oriana Fallaci, cerca di dimostrare che Pasolini è stato ucciso non solo dal minorenne Pelosi, ma che assieme a lui quella sera c’erano altre persone: altri borgatari, forse legati a quel mondo della malavita dalla coloritura neofascista che odiava Pasolini per la sua diversità, per la sua capacità di essere controcorrente, per le sue posizioni di sinistra, appunto per la sua non omologazione. Una banda pronta a punire “il frocio” Pasolini, un banda che – sostengono alcune testimonianza – già lo aveva minacciato. C’è anche chi si spinge fino ad ipotizzare che quello di Pasolini sia un delitto su commissione, un delitto di Stato: l’intellettuale, caustico nemico del potere, assassinato da scherani del potere stesso. Non si trattava, però, di fantasie giornalistiche. Senza avventurarsi fino a simili conclusioni, il tribunale dei minori (presieduto dal prof. Alfredo Carlo Moro, fratello di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate rosse) che in prima istanza, nel giugno del ’76, condanna Pino Pelosi a 9 anni e sette mesi di reclusione per “omicidio volontario in concorso con ignoti”, stabilisce che quella notte “Pino la rana” non era solo e non agì da solo. Una sentenza che sarà poi ribaltata in appello nel dicembre dello stesso anno e poi in Cassazione, nell’aprile del ’79. Sentenze che ridurranno di poco l’entità della condanna. A un quarto di secolo dalla sua morte, i dubbi su chi realmente assassinò Pier Paolo Pasolini sono tutti ancora intatti. Pasolini continua a vivere nelle opere che ci ha lasciato e nella coscienza di chi continua ad aborrire “Il Potere” in tutte le sue stratificazioni. Quanto al suo assassino ufficiale, Giuseppe Pelosi, tornato in semilibertà nel dicembre 1982, è entrato ed uscito di galera a più riprese. La prima volta cinque giorni dopo aver saldato il suo debito con la giustizia per rapina ad un furgone postale. Poi una sequela di piccoli reati, fino all’ultimo: una rapina commessa il 1 settembre 2000. Esattamente la notte di 24 anni e 11 mesi prima Pino Pelosi si trovava ad Ostia, su uno squallido sterrato non lontano dal mare. Assieme a Pier Paolo Pasolini. Forse da solo, molto più probabilmente assieme ad altri. Non lo sapremo mai.

Cronologia della vicenda giudiziaria

2 novembre 1975 – Pier Paolo Pasolini viene assassinato. Arresto di Giuseppe Pelosi. Cominciano gli interrogatori.
5 novembre 1975 – La madre di Pasolini si costituisce parte civile.
28 novembre 1975 – Perizia medico legale su Pelosi.
2 febbraio 1976 – Davanti al tribunale dei minori di Roma comincia il processo contro Giuseppe Pelosi.
9 marzo 1976 – Alla nona udienza il processo si sposta sul luogo del delitto.
26 aprle 1976 – Giuseppe Pelosi viene riconosciuto colpevole di omicidio volontario “in concorso con ignoti” e condannato alla pena di 9 anni, sette mesi e 10 giorni di reclusione e a una multa di 30 mila lire.
4 dicembre 1976 – Comincia il processo d’Appello contro Giuseppe Pelosi. Il dibattimento si conclude in giornata. La condanna viene confermata, ma il dispositivodella sentenza esclude il “concorso con ignoti”.
26 aprile 1979 – La Cassazione conferma la condanna di Giuseppe Pelosi. Definitivamente escluso il “concorso con ignoti”.

Caro Pier Paolo, vittimadi un tragico sdoppiamento

Nel suo toccante libro, Come non ci si difende dai ricordi, Nico Naldini torna a parlare dell’assassinio di suo cugino rivelando quanto segue: «Ho sempre creduto alla deposizione di Pelosi: anche nei particolari. Ciò mi è costato l’ostracismo di chi affermò che si trattava di un delitto politico, di una esecuzione. Un’attrice diede la stura alle fandonie e tanti letterati le diedero retta, inventarono una figura di intellettuale scomodo e perseguitato perché Pasolini non deve imbarazzare come omosessuale. E che tipo di omosessuale! Da tempo aveva adottato il sadomasochismo anche con rituali feticistici: le corde per farsi legare e così immobilizzato, in una sorta di scena sacrificalem farsi percuotere fino allo svenimento. Non ne aveva mai fatto un mistero, sia nelle ultime poesie, sia in quelle giovanili, dove si era raffigurato come Cristo giovinetto nel martirio della Croce. Nessuno potrà dire fino a che punto avesse voluto coinvolgere in questo rituale anche Pino Pelosi. Probabilmente l’approccio sadico ebbe un inizio scherzoso: ciò che doveva essere un gioco divenne uno scontro: e Pier Paolo si accorse troppo tardi del mostro che aveva scatenato». Il libro ci fa toccare con mano le avventure gay dell’adolescente friulano, dei suoi gusti erotici estremi, al punto da far crescere il desiderio di una nuova biografia del poeta, più vicina allo sdoppiamento tragico di due personalità ben distinte di cui Pasolini soffrì fin dagli anni universitari bolognesi. Nei suoi continui viaggi nei paesi del Terzo Mondo il poeta finiva spesso in ospedale. Il tutto si accentuò dopo la fine della relazione sentimentale con Ninetto Davoli, i cui ricci neri aveva ritrovato per un attimo in quelli di Pelosi.Scrive ancora Naldini: «I ragazzi romani non gli piacevano più, aveva orrore per come erano vestiti e pettinati, per i loro ghigni, il loro vociare senza espressività» nonché per i loro cazzetti minuscoli. Così nacque l’idea dell’omologazione che tanti intellettuali affascinò. Tutto il resto è dunque follia ideologica. Questa era anche la tesi di Dario Bellezza, di cui tra poco ricorrono i dieci anni dalla scomparsa. Dario ironizzava sul delitto politico, dando degli ignoranti agli intellettuali che lo sostenevano. Io per la verità, fin dal mattino in cui mi ero recato in macchina con Moravia all’Idroscalo di Ostia, dinanzi a quei due legnetti fradici che trovammo per terra, immaginai subito che Pelosi non doveva essere solo. Con Moravia pensammo a una comitiva di gente truce che ce l’aveva per qualche ragione con Pier Paolo, che da ultimo rientrava spesso in casa con il corpo pesto, dopo averle date anche lui s’intende. Una vendetta collettiva ci venne in mente già prima di giungere all’Idroscalo, quando capimmo che eravamo seguiti da due kawasaki, cavalcate da loschi figuri che non avevano voluto indicarci la strada per l’Idroscalo, stravaccati in un bar. Moravia continuava a ripetere perché non aveva fatto come Visconti, che i ragazzi se li portava in casa, perché non aveva voluto morire nel suo letto, che bisogno c’era di finire in quel posto così squallido. Nei giorni successivi Moravia maturò l’idea del mandante simbolico di quell’orrendo omicidio, da individuare nella borghesia italiana che lo aveva processato decine di volte e che aveva preso ad odiarlo fin dall’inizio, sia in quanto omosessuale che comunista. Ricordo che, appena ginnasiale, raccattai davanti al liceo Mamiani dei volantini firmati da Ordine Nuovo contro lo scrittore comunista che faceva parlare in dialetto i personaggi del suo romanzo, nominando spesso e volentieri i genitali e la parola merda. Quella era l’arte della sinistra! Poeta, scrittore, saggista, cineasta, ma omosessuale e comunista, era per la borghesia italiana di ogni colore una miscela esplosiva.Laura Betti, con la quale mettemmo insieme l’archivio Pasolini, mi censurò il brano che avevo scritto per il libro Cronaca giudiziaria: persecuzione e morteche uscì da Garzanti, proprio perché indugiavo sul corpo omosessuale, sulla specifica materia d’amore pasoliniana. Laura usava, come del resto i comunisti del Pci, due verità: una all’interno del partito e l’altra per il grande pubblico borghese. Ricordate quante volte si diceva: che dirà la Dc, a chi giova questa verità? Così il delitto politico calzava a pennello contro la destra e il centro della società italiana e serviva a creare i prodromi di una adorazione del poeta che dura ancora oggi. Il delitto politico fu recitato proprio da tutta la stampa di sinistra, con l’eccezione di Pintor che parlò di Pasolini come di un corruttore della gioventù, altro che pedagogo, come sostenne Zanzotto e approfondì Enzo Golino in un libro che Bompiani sta rimettendo in commercio! No, il corruttore mi sembrò troppo forte, peggio di una doccia fredda. Quanto al pedagogo, certo aveva una ragione di esistere, non fosse per il fatto che si era voluto per diverso tempo insegnante nelle scuole romane di periferia e quando ci riuniva, a me e al mio amico Bellezza, ci raccomandava di dimenticare l’avanguardia come un padre preoccupato che incontrassimo il diavolo. Di Pasolini esistono a tutt’oggi due biografie importanti, quella di Enzo Siciliano e quella di Nico Naldini, se non vogliamo pensare a quelle uscite all’estero. Tuttavia è ancora il “politically correct” a predominare in queste “vite”, anche se quella di Naldini va più all’osso. Ci vorrebbe qualcuno della nuova generazione critica che si accosti con meno adorazione alla vita pasoliniana e più attenzione ai fatti. Ci vorrebbe un biografo che non c’è, che sappia usare correttamente questa volta le dichiarazioni di Pelosi, pur tenendo in considerazione il grido di Moravia e della Morante ai funerali. Attraversai correndo una strada nelle vicinanze di piazza Navona, dopo il funerale, e mi sentii appellare dai finestrini di una macchina che aveva frenato bruscamente: «Guarda che te famo come a Pasolini!». Eccola la reazione popolare a quella morte. I giornali si avvitarono tutti sulla sceneggiatura pasoliniana di quell’evento e invece Pasolini non voleva proprio morire. L’avevo incontrato due settimane prima della morte, a via del Babuino. Insieme portavamo una sedia in stile molto pesante, che aveva comperato in un negozio di quella strada. Mi aveva detto di Petrolio e poi, dinanzi alle mie flebili proteste per il suo riavvicinamento al Pci, anzi alla Fgci, esclamò: «La tua è la generazione della dietrologia. Ma non vedi che bel solicello ci sta scaldando! Pensa al sole, Renzo, pensa al sole!». Nella polemica sulla società italiana con Moravia io presi le parti di quest’ultimo, che sosteneva che il nostro paese aveva avuto una industrializzazione a metà, che lo respingeva indietro rispetto ai paesi avanzati europei. Altro che nostalgie per la società agricola, sia pure millenaria, altro che omologazione! Un intellettuale londinese, una volta, mi disse che non c’era bisogno di tradurre Pasolini perché le sue lagne sulla società industriale loro le conoscevano già dal Settecento, quando l’Inghilterra iniziò la sua industrializzazione. Per me fu una doccia fredda. Era dunque morto all’Idroscalo un intellettuale scomodo, ma quello che era stato ammazzato era un tipo estremo di omosessuale feticista e sadomaso, due persone distinte, come i personaggi del suo Petrolio. Moravia, l’amico di sempre, era soprattutto preoccupato dell’altro Pasolini, quello che negli alberghi africani aveva la fila davanti alla sua porta ed erano tutti giovani aitanti, che a volte sbagliavano indirizzo e bussavano a quella dell’autore degli Indifferenti, il quale rispondeva con un fischiettare distratto. Non si spiegava perché doveva sfinirsi fino allo svenimento, accettando l’amore a pagamento anche di cinquanta ragazzi a notte. Una volta Pasolini, riferendosi alla eterosessualità di Alberto, esclamò: «Tu non sai che cosa ti sei perso!». La sera, a cena tra amici, era dolce e silenzioso, poi però verso mezzanotte si alzava dalla poltrona e salutava tutti come se avesse impegni improrogabili, come se non potesse lasciare nemmeno per una notte il suo mondo, dove abbandonava l’abito del chierico di sinistra e si tuffava in giochi molto loquaci, che spesso finivano in cazzottate sanguinose. Da ultimo, non voleva perdere tempo, andava subito al sodo, eccettò quella maledetta sera dove i ricci di Pelosi forse gli ricordarono troppo quelli del suo Ninetto, portandolo a intrattenersi a lungo, a interrogarlo, a provocarlo e ad essere provocato. Io preferisco ricordarlo all’uscita di una trasmissione televisiva sui giovani del Sessantotto, quando mi disse perché vedevo solo studenti nei miei romanzi, perché non abbandonavo l’abito crepuscolare cittadino e non tornavo nelle mie campagne marsicane, raccontandone i fasti e la luce. Forse ti ho ubbidito troppo tardi, Pier Paolo. (Fonte: Liberazione della domenica, 16 ottobre 2005).

Pasolini schiacciato e ammazzato/ è rimasto una notte sdraiato/ e il mattino…

di Massimo Consoli

«Pasolini schiacciato e ammazzato/ è rimasto una notte sdraiato/ e il mattino quando l’hanno visto/ per un po’ d’immondizia passò». Questi versi appartengono a Ballata per la morte di Pasolini che ho scritto per ricordare Pier Paolo, per commemorarlo, come dall’anno successivo alla sua morte faccio all’Idroscalo di Ostia ogni 2 novembre, insieme a tutti quelli che vogliono unirsi a me. Nei primi anni avevamo l’abitudine si accendere un fuoco e di cantare la ballata, ma oggi non è più possibile visto che il posto non è più isolato come allora. Quest’anno sono trent’anni da quella tragica notte. Ero a Barletta insieme a Dario Bellezza quando apprendemmo dal telegiornale che Pasolini era stato ucciso. Un ragazzo di diciassette anni, Pino Pelosi, era stato fermato mentre correva contromano sulla via del Mare, verso Roma, alla guida di una GT metallizzata, l’auto del regista e scrittore. Stavamo al tavolo di un ristorante e sbottai a piangere come una fontanella. Mi vergognavo, così presi il tovagliolo e me lo misi sulla faccia per non farmi vedere dalle persone sedute agli altri tavoli. Dario era ammutolito, il suo viso era pallidissimo. Appena tornati a Roma, andammo sul luogo dell’omicidio e dissi che non potevamo continuare a stare inerti, a non far niente, a subire passivamente l’iniziativa degli assassini. Proposi di fare una manifestazione di protesta, di marciare contro il governo, di assediare il commissariato e il carcere dove era detenuto Pelosi. Idee che nella circostanza apparivano velleitarie, irrealizzabili e controproducenti. Dario me le bocciava tutte, una per una. Mi arrabbiai e sbottai dicendo che se non potevamo fare nulla nell’immediato, dovevamo cominciare a lavorare per il futuro, per una manifestazione nel primo anniversario della morte. Ci mettemmo all’opera dalla fine del ’75, e per quasi tutto il ’76, contattando i pochi gruppi e le realtà esistenti. Dal Fuori! romano avemmo qualche delusione e qualche opposizione. C’era chi diceva che Pasolini era un borghese che sfruttava i ragazzi delle borgate per il proprio piacere sessuale e quindi non si poteva coinvolgere il movimento gay nella sua commemorazione. La mia ferma determinazione portò alla realizzazione della manifestazione e le ultime resistenze caddero mentre cominciavano ad arrivare le prime adesioni. Tra l’altro, comprai tutto con i miei soldi, dagli striscioni ai pennarelli fino ai manifesti, per non dare agli altri nessun pretesto per non partecipare. Il giorno prima dell’iniziativa fummo convocati dal prefetto che ci vietò di manifestare in qualsiasi modo. Usciti dalla prefettura, sembrava scontato che la manifestazione fosse fallita, ma io decisi che, vietata o permessa, si sarebbe svolta ugualmente. Così, il 30 ottobre del 1976 ci ritrovammo nella piazza della stazione Termini con gli striscioni ed io mi beccai la prima denuncia per “manifestazione non autorizzata”. Il programma iniziale comprendeva una lunga marcia fino alla Stazione Ostiense, dove avremmo preso il treno per Ostia e lì dalla stazione locale prevedevamo un’altra camminata fino all’Idroscalo. In realtà ci limitammo a percorrere via Cavour, via dei Fori Imperiali, piazza Venezia, via del Plebiscito, facemmo un salto anche a Botteghe Oscure davanti alla sede del Pci, poi giungemmo a piazza Colonna, dove urlammo la nostra rabbia ed il nostro dolore davanti a palazzo Chigi (qui venni denunciato per la seconda volta per non aver ottemperato all’ordine di scioglimento della manifestazione) e concludemmo il percorso a piazza Navona. Tre giorni dopo cominciava il processo contro Pelosi e nella stessa data promossi un “Contro processo all’assassino di Pisolini” nei locali dell’associazione Ompo’s. Vi parteciparono Dario Bellezza, Elio Pecora, Laura di Nola, Giuseppe Caputo e Alberto Bevilacqua. L’intento era di capire perché e come si era svolto quell’efferato delitto. Le nostre conclusioni esprimevano il forte timore che con una sentenza sommaria si volesse archiviare velocemente un caso così scomodo, puntando a sottolineare la figura del poeta maledetto, dell’uomo perverso e corruttore soppresso da un giovane traviato: un modo comodo per liquidare una tragedia scomoda. Pasolini non si considerava un “maledetto” perché era tutto fuorché quello. Io non credo al complotto. E’ stato ucciso perché era omosessuale, un diverso che non si adeguava al conformismo di una società eterosessuale e omofoba che ha contribuito a scatenare la rabbia di un ragazzo, e forse dei suoi complici, che ha portato ad azioni violente che volevano punire, cancellare, annientare un uomo colpevole di essere veramente libero. Non escludo che al delitto abbiano partecipato altre persone con l’intento di: «Menamo al frocio, levamogli i sordi». E’ probabile che i due siano stati seguiti per un agguato concordato in precedenza. Pasolini era conosciuto nell’ambiente delle marchette della stazione Termini, anche se quando glielo chiedevano negava la sua identità e diceva che era soltanto uno che assomigliava al regista famoso per evitare di sottostare a richieste esose e invadenti. Io conoscevo bene uno dei “ragazzi di vita” che frequentava i portici di piazza dei Cinquecento, ebbi una breve relazione con lui e lo aiutai a lasciare quel “giro” e a trovare un lavoro. Mi raccontò come facevano questi “agguati”, come seguivano il malcapitato di turno e poi minacciavano di picchiarlo, a volte gli davano qualche cazzotto e lo costringevano a consegnare il portafogli.Un altro mio amico, che frequentava come cliente le marchette di piazza della Repubblica, mi ha raccontato che, nei giorni successivi all’episodio dell’Idroscalo, i ragazzi si riferivano a quanto era successo con frasi dal soggetto plurale: «Sono andati con Pelosino, gli stavano dietro sulla strada per Ostia, ecc.». Pasolini è stato ucciso perché omosessuale, fosse stato eterosessuale probabilmente non sarebbe stato ucciso in quelle circostanze e con quelle modalità. Soprattutto in quel periodo l’omosessualità si viveva in modo diverso, molto più nascosto, essenzialmente clandestino e quindi si subiva pesantemente la repressione, il ricatto, il sopruso, la violenza. Credo, comunque, che, anche se Pier Paolo quasi tutte le notti andava in cerca di avventure con ragazzi, anche se aveva un comportamento sessuale compulsivo, non amava il rischio, evitava di esporsi ai pericoli, era prudente. Negare la propria identità agli occasionali partner appartiene al suo atteggiamento accorto, alla sua giusta prudenza. Era molto attento, ma forse quella sera lo fu di meno. La natura della sua fine non toglie nulla al significato fortemente politico che subito assunse per l’opinione pubblica. Sono fiero di ricordare ogni anno Pier Paolo Pasolini, Karl Heinrich Ulrichs, Dario Bellezza, John Addington Symonds, Sylvia Rivera. Tengo molto alla loro memoria perché nella comunità gay manca una tradizione, manca la conoscenza di quelli che ci hanno preceduto. Dal ’92 organizzo anche l’”Operazione Notte Buia” che consiste nello spegnere per un minuto, alla mezzanotte in punto tra l’1 e il 2 novembre, le luci della propria abitazione o del proprio locale per ricordare, in questo modo silenzioso e intimo, il dolore per la morte di un uomo che poteva ancora dare molto alla nostra cultura, ma anche per non dimenticare che ancora oggi gli omosessuali vengono discriminati e uccisi. (articolo raccolto da Saverio Aversa) Fonte: Liberazione della domenica, 16 ottobre 2005

L’ultima intervista di Pier Paolo Pasolioni

Sabato 1° novembre 1975, poche ore prima che Pasolini venisse assassinato, lo scrittore concesse un’intervista a Furio Colombo, il cui titolo (“Perché siamo tutti in pericolo”) fu scelto dallo stesso Pasolini. L’intervista venne pubblicata sull’inserto Tuttolibri del quotidiano La Stampa l’8 novembre 1975.

Pasolini, tu hai dato nei tuoi articoli e nei tuoi scritti, molte versioni di ciò che detesti. Hai aperto una lotta, da solo, contro tante cose, istituzioni, persuasioni, persone, poteri. Per rendere meno complicato il discorso io dirò «la situazione», e tu sai che intendo parlare della scena contro cui, in generale, ti batti. Ora ti faccio questa obiezione. La «situazione» con tutti i mali che tu dici, contiene tutto ciò che ti consente di essere Pasolini. Voglio dire: tuo è il merito e il talento. Ma gli strumenti? Gli strumenti sono della «situazione». Editoria, cinema, organizzazione, persino gli oggetti. Mettiamo che il tuo sia un pensiero magico. Fai un gesto e tutto scompare. Tutto ciò che detesti. E tu? Tu non resteresti solo e senza mezzi? Intendo mezzi espressivi, intendo…

Sì, ho capito. Ma io non solo lo tento, quel pensiero magico, ma ci credo. Non in senso medianico. Ma perché so che battendo sempre sullo stesso chiodo può persino crollare una casa. In piccolo un buon esempio ce lo danno i radicali, quattro gatti che arrivano a smuovere la coscienza di un Paese (e tu sai che non sono sempre d’accordo con loro, ma proprio adesso sto per partire, per andare al loro congresso). In grande l’esempio ce lo dà la storia. Il rifiuto è sempre stato un gesto essenziale. I santi, gli eremiti, ma anche gli intellettuali. I pochi che hanno fatto la storia sono quelli che hanno detto di no, mica i cortigiani e gli assistenti dei cardinali. Il rifiuto per funzionare deve essere grande, non piccolo, totale, non su questo o quel punto, «assurdo» non di buon senso. Eichmann, caro mio, aveva una quantità di buon senso. Che cosa gli è mancato? Gli è mancato di dire no su, in cima, al principio, quando quel che faceva era solo ordinaria amministrazione, burocrazia. Magari avrà anche detto agli amici, a me quell’Himmler non mi piace mica tanto. Avrà mormorato, come si mormora nelle case editrici, nei giornali, nel sottogoverno e alla televisione. Oppure si sarà anche ribellato perché questo o quel treno si fermava, una volta al giorno per i bisogni e il pane e acqua dei deportati quando sarebbero state più funzionali o più economiche due fermate. Ma non ha mai inceppato la macchina. Allora i discorsi sono tre. Qual è, come tu dici, «la situazione», e perché si dovrebbe fermarla o distruggerla. E in che modo.

Che cos’è il potere, secondo te, dove è, dove sta, come lo stani?

Il potere è un sistema di educazione che ci divide in soggiogati e soggiogatori. Ma attento. Uno stesso sistema educativo che ci forma tutti, dalle cosiddette classi dirigenti, giù fino ai poveri. Ecco perché tutti vogliono le stesse cose e si comportano nello stesso modo. Se ho tra le mani un consiglio di amministrazione o una manovra di Borsa uso quella. Altrimenti una spranga. E quando uso una spranga faccio la mia violenza per ottenere ciò che voglio. Perché lo voglio? Perché mi hanno detto che è una virtù volerlo. Io esercito il mio diritto-virtù. Sono assassino e sono buono.

Ti hanno accusato di non distinguere politicamente e ideologicamente, di avere perso il segno della differenza profonda che deve pur esserci fra fascisti e non fascisti, per esempio fra i giovani.

Per questo ti parlavo dell’orario ferroviario dell’anno prima. Hai mai visto quelle marionette che fanno tanto ridere i bambini perché hanno il corpo voltato da una parte e la testa dalla parte opposta? Mi pare che Totò riuscisse in un trucco del genere. Ecco io vedo così la bella truppa di intellettuali, sociologi, esperti e giornalisti delle intenzioni più nobili, le cose succedono qui e la testa guarda di là. Non dico che non c’è il fascismo. Dico: smettete di parlarmi del mare mentre siamo in montagna. Questo è un paesaggio diverso. Qui c’è la voglia di uccidere. E questa voglia ci lega come fratelli sinistri di un fallimento sinistro di un intero sistema sociale. Piacerebbe anche a me se tutto si risolvesse nell’isolare la pecora nera. Le vedo anch’io le pecore nere. Ne vedo tante. Le vedo tutte. Ecco il guaio, ho già detto a Moravia: con la vita che faccio io pago un prezzo… È come uno che scende all’inferno. Ma quando torno – se torno – ho visto altre cose, più cose. Non dico che dovete credermi. Dico che dovete sempre cambiare discorso per non affrontare la verità.

E qual è la verità?

Mi dispiace avere usato questa parola. Volevo dire «evidenza». Fammi rimettere le cose in ordine. Prima tragedia: una educazione comune, obbligatoria e sbagliata che ci spinge tutti dentro l’arena dell’avere tutto a tutti i costi. In questa arena siamo spinti come una strana e cupa armata in cui qualcuno ha i cannoni e qualcuno ha le spranghe. Allora una prima divisione, classica, è «stare con i deboli». Ma io dico che, in un certo senso tutti sono i deboli, perché tutti sono vittime. E tutti sono i colpevoli, perché tutti sono pronti al gioco del massacro. Pur di avere. L’educazione ricevuta è stata: avere, possedere, distruggere.

Allora fammi tornare alla domanda iniziale. Tu, magicamente, abolisci tutto. Ma tu vivi di libri e hai bisogno di intelligenze che leggono. Dunque, consumatori educati del prodotto intellettuale. Tu fai del cinema e hai bisogno non solo di grandi platee disponibili (infatti hai in genere molto successo popolare, cioè sei «consumato» avidamente dal tuo pubblico), ma anche di una grande macchina tecnica, organizzativa, industriale, che sta in mezzo. Se togli tutto questo, con una specie di magico monachesimo di tipo paleo-cattolico e neo-cinese, che cosa ti resta?

A me resta tutto, cioè me stesso, essere vivo, essere al mondo, vedere, lavorare, capire.Ci sono cento modi di raccontare le storie, di ascoltare le lingue, di riprodurre i dialetti, di fare il teatro dei burattini. Agli altri resta molto di più. Possono tenermi testa, colti come me o ignoranti come me. Il mondo diventa grande, tutto diventa nostro e non dobbiamo usare né la Borsa, né il consiglio di amministrazione, né la spranga, per depredarci. Vedi, nel mondo che molti di noi sognavano (ripeto: leggere l’orario ferroviario dell’anno prima, ma in questo caso diciamo pure di tanti anni prima) c’era il padrone turpe con il cilindro e i dollari che gli colavano dalle tasche e la vedova emaciata che chiedeva giustizia con i suoi pargoli. Il bel mondo di Brecht, insomma.

Come dire che hai nostalgia di quel mondo.

No! Ho nostalgia della gente povera e vera che si batteva per abbattere quel padrone senza diventare quel padrone. Poiché erano esclusi da tutto nessuno li aveva colonizzati.Io ho paura di questi negri in rivolta, uguali al padrone, altrettanti predoni, che vogliono tutto a qualunque costo. Questa cupa ostinazione alla violenza totale non lascia più vedere «di che segno sei». Chiunque sia portato in fin di vita all’ospedale ha più interesse- se ha ancora un soffio di vita – in quel che gli diranno i dottori sulla sua possibilità di vivere che in quel che gli diranno i poliziotti sulla meccanica del delitto. Bada bene che io non facio né un processo alle intenzioni, né mi interessa ormai la catena causa effetto, prima loro, prima lui, o chi è il capo-colpevole. Mi sembra che abbiamo definito quella che tu chiami la «situazione». È come quando in una città piove e si sono ingorgati i tombini. l’acqua sale, è un’acqua innocente, acqua piovana, non ha né la furia del mare, né la cattiveria delle correnti di un fiume. Però, per una ragione qualsiasi, non scende ma sale. È la stessa acqua piovana di tante poesiole infantili e delle musichette del «cantando sotto la pioggia». Ma sale e ti annega. Se siamo a questo punto io dico: non perdiamo tutto il tempo a mettere una etichetta qui e una là. Vediamo dove si sgorga questa maledetta vasca, prima che restiamo tutti annegati.

E tu, per questo, vorresti tutti pastorelli senza scuola dell’obbligo, ignoranti e felici.

Detta così sarebbe una stupidaggine. Ma la cosiddetta scuola dell’obbligo fabbrica per forza gladiatori disperati. La massa si fa più grande, come la disperazione, come la rabbia.Mettiamo che io abbia lanciato una boutade (eppure non credo). Ditemi voi una altra cosa. S’intende che rimpiango la rivoluzione pura e diretta della gente oppressa che ha il solo scopo di farsi libera e padrona di se stessa. S’intende che mi immagino che possa ancora venire un momento così nella storia italiana e in quella del mondo. Il meglio di quello che penso potrà anche ispirarmi una delle mie prossime poesie. Ma non quello che so e quello che vedo. Voglio dire fuori dai denti: io scendo all’inferno e so cose che non disturbano la pace di altri. Ma state attenti. L’inferno sta salendo da voi. È vero che sogna la sua uniforme e la sua giustificazione (qualche volta). Ma è anche vero che la sua voglia, il suo bisogno di dare la sprangata, di aggredire, di uccidere, è forte ed è generale. Non resterà per tanto tempo l’esperienza privata e rischiosa di chi ha, come dire, toccato «la vita violenta». Non vi illudete. E voi siete, con la scuola, la televisione, la pacatezza dei vostri giornali, voi siete i grandi conservatori di questo ordine orrendo basato sull’idea di possedere e sull’idea di distruggere. Beati voi che siete tutti contenti quando potete mettere su un delitto la sua bella etichetta. A me questa sembra un’altra, delle tante operazioni della cultura di massa. Non potendo impedire che accadano certe cose, si trova pace fabbricando scaffali.

Ma abolire deve per forza dire creare, se non sei un distruttore anche tu. I libri per esempio, che fine fanno? Non voglio fare la parte di chi si angoscia più per la cultura che per la gente. Ma questa gente salvata, nella tua visione di un mondo diverso, non può essere più primitiva (questa è un’accusa frequente che ti viene rivolta) e se non vogliamo usare la repressione «più avanzata»…

Che mi fa rabbrividire.

Se non vogliamo usare frasi fatte, una indicazione ci deve pur essere. Per esempio, nella fantascienza, come nel nazismo, si bruciano sempre i libri come gesto iniziale di sterminio. Chiuse le scuole, chiusa la televisione, come animi il tuo presepio?

Credo di essermi già spiegato con Moravia. Chiudere, nel mio linguaggio, vuol dire cambiare. Cambiare però in modo tanto drastico e disperato quanto drastica e disperata è la situazione. Quello che impedisce un vero dibattito con Moravia ma soprattutto con Firpo, per esempio, è che sembriamo persone che non vedono la stessa scena, che non conoscono la stessa gente, che non ascoltavano le stesse voci. Per voi una cosa accade quando è cronaca, bella, fatta, impaginata, tagliata e intitolata. Ma cosa c’è sotto? Qui manca il chirurgo che ha il coraggio di esaminare il tessuto e di dire: signori, questo è cancro, non è un fatterello benigno. Cos’è il cancro? È una cosa che cambia tutte le cellule, che le fa crescere tutte in modo pazzesco, fuori da qualsiasi logica precedente. È un nostalgico il malato che sogna la salute che aveva prima, anche se prima era uno stupido e un disgraziato? Prima del cancro, dico. Ecco prima di tutto bisognerà fare non solo quale sforzo per avere la stessa immagine. Io ascolto i politici con le loro formulette, tutti i politici e divento pazzo. Non sanno di che Paese stanno parlando, sono lontani come la Luna. E i letterati. E i sociologi. E gli esperti di tutti i generi.

Perché pensi che per te certe cose siano talmente più chiare?

Non vorrei parlare più di me, forse ho detto fin troppo. Lo sanno tutti che io le mie esperienze le pago di persona. Ma ci sono anche i miei libri e i miei film. Forse sono io che sbaglio. Ma io continuo a dire che siamo tutti in pericolo.

Pasolini, se tu vedi la vita così – non so se accetti questa domanda – come pensi di evitare il pericolo e il rischio?

È diventato tardi, Pasolini non ha acceso la luce e diventa difficile prendere appunti. Rivediamo insieme i miei. Poi lui mi chiede di lasciargli le domande.

«Ci sono punti che mi sembrano un po’ troppo assoluti. Fammi pensare, fammeli rivedere. E poi dammi il tempo di trovare una conclusione. Ho una cosa in mente per rispondere alla tua domanda. Per me è più facile scrivere che parlare. Ti lascio le note che aggiungo per domani mattina». Il giorno dopo, domenica, il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini era all’obitorio della polizia di Roma. Fonte: Tuttolibri, La Stampa, 8 novembre 1975.

Oltre la morte: la persecuzione giudiziaria di Pier Paolo Pasolini non si ferma

6 novembre 1975 – II gesuita padre Arturo Dalla Vedova viene sorpreso ad imbrattare i manifesti funerari di Pasolini con scritte ingiuriose. Il prete viene arrestato per oltraggio a pubblico ufficiale e processato anche per “deterioramento di manifesti”.
9 novembre 1975 – La commissione di censura di I grado vieta la programmazione del film Salò o le 120 giornate di Sodoma.
18 dicembre 1975 – La commissione di censura di II grado annulla il precedente divieto di programmazione del film Salò e concede il Nulla Osta.
13 gennaio 1976 – Il procuratore della Repubblica di Milano sequestra il film Salò e apre un procedimento penale contro il produttore Grimaldi per “commercio di pubblicazioni oscene”.
21 gennaio 1976 – Comincia il processo per direttissima contro Grimaldi.
30 gennaio 1976 – Gimaldi viene condannato.
19 febbario 1976 – La procura generale di Roma apre un procedimento penale contro il produttore Grimaldi per “corruzione di minorenni ed atti osceni in luogopubblico” in relazione ad una scena del film Salò.
23 febbraio 1976 – Procedimento Salò – corruzione di minori a carico di Grimaldi: gli atti del procedimento vengono inviati alla procura di Brescia e da qui al pretore di Mantova per competenza territoriale.
11 marzo 1976 – L’Associazione nazionale per il buon costume ricorre al TAR per ottenere l’annullamento del Nulla Osta alla programmazione del film Salò, conrichiesta di immediata sospensione del provvedimento.
26 aprile 1976 – Il TAR respinge la richiesta di sospensione del Nulla Osta alla programmazione del film Salò.
23 settembre 1976 – Procedimento Salò- corruzione di minori a carico di Grimaldi: il pretore di Mantova archivia il processo.
17 febbraio 1977 – Processo Salò a carico di Grimaldi: la corte di Appello di Milano assolve Grimaldi e ordina il dissequestro del film.
3 marzo 1977 – L’Associazione nazionale per il buon costume ripropone al TAR la richiesta di immediata sospensione della programmazione di Salò.
28 marzo 1977- Il TAR respinge la richiesta dell’Associazione nazionale per il buon costume.7 giugno 1977 – Denuncia di un cittadino contro il film Salò e nuovo sequestro del film da parte del pretore di Grottaglie.
9 giugno 1977 – Il pretore di Grottaglie viene denunciato dalla società produttrice di Salò per “abuso di potere”.
18 giugno 1977 – Il procuratore della Repubblica di Milano dissequestra il film Salò.

Il corpo martoriato di Pasolini
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