Morte di Giacomo Matteotti: omicidio di Stato (con video)

Nato a Fratta Maggiore (Rovigo) il 22 maggio 1885, Giacomo Matteotti, di famiglia borghese agiata, si laureò in legge a Bologna nel 1907. Sin da giovanissimo fece parte delle organizzazioni socialiste che lottavano a fianco dei contadini del Polesine. Fu eletto sindaco di Villa Marzana, poi in altri comuni della Provincia e nel Consiglio provinciale di Rovigo. ImageImageDurante la prima guerra mondiale fu condannato per «disfattismo» avendo pronunciato un discorso contro il conflitto nel Consiglio comunale di Rovigo, condanna poi annullata dalla Corte di Cassazione. Partecipò alla guerra come soldato semplice e per le sue note posizionì subì numerose persecuzioni e l’internamento. Nel novembre 1919 fu eletto deputato per il Polesine e contemporaneamente fece parte del Comitato direttivo della Lega dei comuni socialisti. Fu eletto deputato nella circoscrizione di Ferrara e di Padova nella 25a, 26a e nella 27a legislatura. Le sue posizioni politiche, che prima del conflitto mondiale erano state critiche nei confronti del «centrismo» di Turati, si avvicinarono molto a quelle del leader socialista. In Parlamento si dedicò ai problemi economici e finanziari. Nell’ottobre del 1922 il XVIII Congresso del Partito socialista accettò le tesi della Terza Internazionale ed espulse i riformisti. Tra questi fu espulso anche Matteotti che divenne segretario del nuovo Partito socialista unitario. Giacomo Matteotti, nella sua attività di parlamentare, denunciò con costante vigore il regime fascista documentando in modo inequivocabile soprusi, violenze e illegalità, senza mai piegarsi di fronte alle aggressioni e agli attentati di cui numerose volte fu fatto oggetto sin dal 1921.Image Nel 1923 pubblicò un libro intitolato “Un anno di dominazione fascista”. Nell’aprile del 1924 le consultazioni elettorali videro vincente la Lista nazionale formata da fascisti e liste fiancheggiatrici con 4.500.000 voti contro i 2.500.000 assegnati alle opposizioni (socialisti di varie tendenze, di comunisti, popolari e democratici costituzionali). In base alla legge Acerbo fu assegnato alla Lista nazionale il 67% dei seggi. Matteotti nella seduta del 30 maggio del 1924 si oppose fermamente alla proposta di convalida dei risultati, presentata dalla Giunta per le elezioni, denunciando i soprusi e le violenze subite dai candidati delle opposizioni. In particolare denunciò che 60 candidati socialisti unitari su 100 non avevano potuto svolgere i loro comizi e che molti di essi non avevano potuto risiedere nelle loro dimore perché minacciati. Inoltre, denunciò le incette di certificati elettorali, il controllo delle cabine elettorali da parte della milizia fascista e le brutali aggressioni perpetrate ai danni di Giovanni Amendola, Genuzio Bentini, nonché l’assassinio del tipografo Antonio Piccinini. Matteotti accusò Mussolini di essersi proposto di ricorrere alla forza nel caso in cui le elezioni fossero risultate a lui sfavorevoli. Concluso il discorso, ai deputati delle opposizioni che lo elogiavano, disse «Ora potete preparare il mio elogio funebre», D’altra parte Mussolini sul Popolo d’Italia, aveva esplicitamente scritto che «occorreva dare una lezione al deputato del Polesine». Il 10 giugno del 1924 Amerigo Dumini, Albino Volpi, Augusto Malacria, Amleto Poveromo e Giuseppe Viola, emissari del ministero dell’Interno aggredirono e percorsero sul Lungotevere Arnaldo da Brescia, Giacomo Matteotti. Trascinato sull’auto di Filippo Filippelli (direttore del giornale fascista “Il Corriere italiano”) fu ucciso a pugnalate, dopo aver subito numerose sevizie, ma ebbe la forza di dire: «Uccidete me, ma l’idea che è in me non l’ucciderete mai». I gruppi di opposizione decisero di astenersi dai lavori parlamentari fino a che non fosse fatta piena luce sul delitto. I comunisti proposero di indire uno sciopero generale, ma la proposta fu respinta dalla Confederazione generale del lavoro. I comunisti allora uscirono dal Comitato delle opposizioni che a sua volta si ritirò sull’Aventino isolando così i fascisti. ImageLa riprovazione dell’opinione pubblica contro l’efferato delitto, determinò un momento di crisi nei vertici del governo e della burocrazia, mentre l’autorità giudiziaria denunciò alcuni dei protagonisti del delitto con l’imputazione di omicidio volontario. Le promesse di giustizia di Mussolini placarono momentaneamente la protesta e il regime poté riprendere il controllo della situazione tanto che, il 15 agosto, quando fu ritrovato il cadavere di Giacomo Matteotti nella macchia di Quartarella nel comune di Riano Flaminio, il governo fu in grado di emettere il decreto contro la libertà di stampa. Nel marzo 1926 si aprì il processo contro gli autori del delitto Matteotti. In realtà si trattò di un processo-farsa: Dumini, il capo della spedizione punitiva, ammise di aver rapito Matteotti ma affermò che questi si era sentito male. Fu condannato a 5 anni per «omicidio preterintenzionale». Nel dopoguerra i sopravvissuti, Dumini, Poveromo e Viola (latitante) furono condannati all’ergastolo. Dopo pochi anni furono messi in libertà con atti di clemenza.

Fratta Polesine, 21.08.1924: funerali di Giacomo Matteotti
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