Meditatio pauperis in solitudine

È notte! Chiuso nel mio studio, con la testa tra le palme delle mani, penso. Strano! Nella mia mente s’affaccia un tema nuovo, un tema che non ero mai solito pormi: “L’uomo”. Chi è costui? Molte risposte mi si accavallano, ma una la ritengo più opportuna: l’uomo è un essere posto sul filo del tempo travolgitore, che nasce, finisce e ricomincia fino alla consumazione dei secoli. Intanto la mente si schiarisce dietro a tanti uomini passati, ignoti, ma in questo momento vivi dinanzi a me, a parlarmi di spine, di rose, di sconfitte, esili e vittorie. Dunque soltanto di questo? No! L’uomo non intrattiene rapporto solo così coi suoi simili o con tutto ciò della creazione che gli è soggetto, ma quanto vi è al di là dei sensi: dio, spirito incommensurabile, eterno. In questo momento è che l’uomo appare nella sua grandezza, combattendo una battaglia tutta sua, battaglia di giorni e di notti, perché essendo egli avvolto da questo mondo divino, non potrebbe agire diversamente, come l’uccello non può fare a meno dell’aria e dello spazio per librarsi in esso. I minerali dormono nel silenzio e il loro riposo tiene salde le fondamenta della terra; i vegetali storniscono al vento che li carezza e il loro respiro dà vita alla natura, gli animali secondano i loro istinti secondo le leggi dettate dalla natura stessa, l’uomo invece intrattiene con dio rapporti più complessi che vanno dalla sua origine all’uso della libertà, libertà che sarà o la sua salvezza oppure la sua perdizione. Quest’uomo che è stato così industrioso, che progredisce sempre più, può manovrare macchine che stupiscono, fenomeni complicati, ordigni, scindere perfino l’atomo e forse in un domani non lontano lo vedremo nei suoi viaggi interplanetari. Davanti a Dio non gli basta l’intelligenza, gli occorre il cuore, l’amore. L’uomo, dunque, s’intrattiene con questo dio, ma dov’è egli mai? Egli non si vede, ma si riconosce (per chi crede in qualcosa di ultramondano) nelle sue opere. Nessuna cosa appare tanto manifesta ogni qualvolta alziamo gli occhi al cielo in una notte d’estate! Il nostro sguardo è colpito da miriadi di stelle, Tutte opere delle sue mani. Come negargli tanta moltitudine e vastità di terre e di mari? Dunque l’uomo non è come si poteva pensare in un primo momento: cioè un essere che finisce e ricomincia fino alla consumazione dei secoli, ma un essere pieno d’amore, il quale amore, per quanto grandi saranno gli avvenimenti, non perirà; ma sublimato, conforterà la speranza dell’uomo di un avvenire migliore. «Attendo sull’ancòra – il cenno divino – per novo cammino».

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