L’utilizzo di linee cellulare nelle fasi di test o produzione dei vaccini (ma non solo) non implica affatto che nei vaccini siano presenti cellule fetali

di Anna Lisa Bonfranceschi

C’è un legame tra feti abortiti e la produzione dei vaccini, ma non è vero che ci sono cellule di feti abortiti nei vaccini, né tanto meno che esista un sistema per prelevare feti vivi da donne appositamente messe incinte. Come spesso accade, nelle bufale scientifiche un fondo di verità c’è. Ma appunto un fondo. Linee cellulari derivate da feti abortiti, decenni fa, sono ancora oggi utilizzate per la produzione di alcuni vaccini, anche contro Covid-19. Ma per la loro produzione, non come ingredienti dei vaccini, come nei giorni scorsi raccontava il parroco di Cesena, in un intervento ormai divenuto ben noto. Ma procediamo per gradi. La questione feti e vaccini è così ricorrente che non è difficile trovare pagine dedicate al tema, tanto in siti istituzionali che si occupano di ricerca e salute che siti afferenti a credo religiosi, che cercano di dare risposte anche etiche alla questione (soprattutto oltreoceano). Lo ha però fatto anche il Vaticano poco prima dell’avvio della nostra campagna vaccinale. Tralasciando gli aspetti etici, dal punto di vista scientifico la questione è questa, come accennato: alcuni vaccini utilizzano cellule derivati da feti abortiti durante la loro produzione. La domanda potrebbe allora diventare perché? Nei giorni scorsi, tra gli altri, a rispondere è stata Alessondra T Speidel, ricercatrice presso lo svedese Karolinska Institutetm che sulle pagine di The Conversation ha spiegato la scelta di utilizzare linee cellulari di derivazione fetale per la produzione di vaccini. La questione ha a che fare con i sistemi di produzione di alcuni vaccini, come quelli ad adenovirus, tra cui quello AstraZeneca e quello Jonhson &Jonhson, in arrivo tra poco anche in Italia. Piccolo ripasso: alcuni vaccini utilizzano degli adenovirus modificati in laboratorio per trasportare sequenze genetiche che codificano per la produzione degli antigeni contro cui deve essere indirizzata la risposta immunitaria. Per produrre gli adenovirus che verranno poi utilizzati nei vaccini servono delle cellule (ed questo il motivo per cui i virus ci attaccano: cercano sostanzialmente delle macchine da riproduzione). In quanto virus infatti non sono capaci di replicazione autonoma, caratteristiche che più di altre li distingue in biologia, e per la loro replicazione vengono scelte cellule il più possibili simili a quelle di destinazione finale, scrive Speidel. Cellule umane appunto, come quelle fetali, che possono dividersi a lungo e mantenute per decenni grazie alla possibilità di congelamento in azoto liquido. Ideali per la produzione di vaccini, ricordavano anche dall’Internatinal Society for Stem Cell Research. Nei vaccini contro Covid-19 sono usate due linee cellulari derivate da feti abortiti (la HEK 293 e la PER.C6), la cui origine è da rintracciare in aborti avvenuti negli anni Settanta e Ottanta nei Paesi Bassi. Ma oltre alle linee usate per quelli contro Covid-19 l’utilizzo delle cellule embrionali derivate da feti abortiti è abbastanza comune nella produzione di vaccini (e non solo per la produzione di adenovirus) e la stessa Speidel cita altri nomi di linee cellulari usate e relativi vaccini, come quello contro la varicella, la rosolia e l’epatite A. Liste simili – di vaccini che fanno uso di linee fetali nel processo produttivo – si trovano anche su siti di organizzazioni religiose, con proposte laddove disponibili di alternative moralmente più accettabili (per esempio che utilizzino cellule animali invece che fetali). L’uso delle cellule (originariiamente) fetali nelle diversi fasi di produzione dei vaccini (quelli a mRna attualmente approvati infatti pur non utilizzandole nel processo produttivo ne hanno fatto uso in fase di test) non è un segreto. La questione è particolarmente sentita oltreoceano che non di rado viene affrontata nelle Faq sui vaccini contro Covid-19. L’uso delle cellule di origine fetale però è solo uno degli aspetti legati alla produzione dei vaccini. E non solo: rimanendo nell’ambito dei trattamenti e della prevenzione contro il coronavirus, anche nel processo produttivo degli anticorpi monoclonali possono essere utilizzate cellule fetali, dove possono essere usate per testare l’efficacia degli anticorpi. Il caso, ebbe qualche risonanza mediatica dopo che l’ex-presidente americano ricevette la terapia di Regeneron, considerando l’opposizione dell’amministrazione di Trump alla ricerca su materiale di derivazione embrionale. L’altro aspetto, dicevamo, riguarda l’eventuale presenza di derivati di queste cellule nei vaccini: è possibile che qualcosa rimanga nel prodotto finale? Prendendo il prestito la risposta del Children’ Hospital di Philadelphia a titolo di esempio: no, perché dopo la produzione i virus usati per i vaccini vengono purificati, separati da detriti cellulari e reagenti, e il dna di origine cellulare viene distrutto. Ci nascondono tutto questo? No, anche se non sempre in maniera del tutto esplicita, almeno a una prima lettura senza essere stati alfabetizzati in materia, va detto. L’uso di queste linee cellulari nella produzione dei vaccini è dichiarato. Nel foglietto illustrativo del prodotto di AstraZeneca, Vaxzevria, oltre alla dichiarazione di contenuto di prodotto Ogm (l’adenovirus modificato per contenere istruzioni per la produzione della proteina spike questo è) si legge:“Prodotto in cellule renali embrionali umane geneticamente modificate (Hek) 293 e mediante tecnologia del dna ricombinante”. Analogamente, si legge per il vaccino di J&J: “Prodotto nella linea cellulare PER.C6 TetR e mediante tecnologia del dna ricombinante”.

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