Long Covid. Perché si manifesta, chi è più a rischio?

Dolori, stanchezza, confusione, fiato corto, mancanza dell’olfatto e altri sintomi possono protrarsi a lungo anche dopo la guarigione dal coronavirus. Ormai la conosciamo, almeno un po’, questo insieme di problematiche che si chiama Long Covid, che è un grande contenitore di varie sindromi, e che potrebbe colpire diverse persone – qualche studio stima fino a un individuo su tre – che hanno avuto l’infezione. Sono tantissime persone, considerando che i dati indicano che a livello globale a abbiamo superato la soglia di 170 milioni di casi. Ma ancora non abbiamo molti tasselli del puzzle e per questo gruppi di ricerca di tutto il mondo stanno studiando long Covid e provando a rispondere a varie domande. Ancora non c’è accordo sulle cifre dell’incidenza del long Covid. All’inizio gli studi si sono soffermati sui pazienti ricoverati, che hanno avuto forme non lievi, e qui i casi risultano numerosi. Uno studio della Società italiana di pneumologia aveva indicato che fino al 30% delle persone con polmonite Covid-19 potrebbe sviluppare un danno polmonare cronico. In una più recente e vasta indagine dell’incidenza dell’Office of National Statistics inglese, condotta sui dati della popolazione nazionale, è emerso che circa il 13,7% dei guariti ha ancora qualche sintomo dopo 12 settimane (dove l’istituto parla di long Covid se sono trascorse più di 4 settimane). Dunque, l’ipotesi è che più di una persona su 10 possa essere colpita da long Covid. Le manifestazioni di long Covid sono varie e possono essere più o meno gravi e persistenti. C’è chi, in presenza di un’infezione lieve o media, presenta poi a lungo affaticamento e un sintomo denominato dagli scienziati nebbia mentale, che include confusione, difficoltà di concentrarsi, buchi di memoria. Ci può poi essere debolezza muscolare, perdita di olfatto e gusto protratta nel tempo e fiato corto. I sintomi più gravi, che possono apparire anche una volta guariti, riguardano eventi trombotici, fibrosi polmonare, infiammazione dei polmoni persistente. Senza trascurare anche i sintomi psicologici e lo stress riferito da molti pazienti che hanno vissuto la malattia e dai loro cari. Un problema, anzi, è che spesso il medico (soprattutto all’inizio della pandemia) tendeva a non riconoscere o sottovalutare i casi ora comprovati da varie ricerche. Uno studio preliminare (ancora in preprint su medRxiv) indicava anche, in un piccolo campione di pazienti che erano stati in terapia intensiva, la produzione di particolari anticorpi, detti autoanticorpi – fra questi soprattutto gli anticorpi anti-nucleo (Ana) e il fattore reumatoide – diretti contro il nostro stesso organismo, simili a quelli prodotti in varie malattie autoimmuni. Non dobbiamo pensare che solo chi ha avuto una polmonite grave o chi è anziano possa soffrire di sintomi persistenti. Il long Covid può colpire anche persone giovani e prima del Covid in perfetta salute, come mostra una recente ricerca su individui di età media di 43 anni e nei due terzi dei casi senza alcun fattore di rischio. Anche i più piccoli possono soffrirne: uno studio preliminare del Policlinico Gemelli di Roma su 129 bambini ha scoperto che il 27% aveva almeno un sintomo dopo 4 mesi e il 20% tre o più sintomi. I dati sono circoscritti ma indicano che è importante non abbassare la guardia. Secondo un articolo sul British Medical Journal (Bmj), che si rifà a due ricerche ancora in preprint, le donne di mezza età sono più soggette a soffrire di long Covid. Le donne, in generale, sarebbero leggermente più colpite degli uomini (il 23% contro il 19% a distanza di cinque settimane). Oltre al danno d’organo, ad esempio nel caso del polmone, colpito direttamente dal virus e che in alcuni casi (per fortuna non la maggioranza dei pazienti con polmonite) può riportare infiammazione o altri disturbi persistenti, possono esserci delle cause legate al funzionamento del sistema immunitario. La risposta eccessiva e l’attivazione anomala di quest’ultimo, infatti, è responsabile di vari problemi sia durante l’infezione sia – si ipotizza – dopo, nel long Covid. Questa ipotesi, come illustra l’Istituto superiore di sanità, potrebbe anche spiegare, almeno in parte, perché le donne, maggiormente soggette a reazioni autoimmuni (per fattori genetici e ormonali) sembrano più intaccate da long Covid. I trattamenti differiscono da persona a persona e sono mirati sui sintomi, che come spiegato sono molto variabili, per intensità per frequenza e durata. Uno studio citato in un articolo su Nature, chiamato Heal-Covid e condotto dall’agenzia governativa inglese National Institute for Health Research, è centrato proprio sui possibili trattamenti – di pazienti però ricoverati – e punta a capire come alleviare le conseguenze a lungo termine. Ai pazienti, ricoverati per Covid-19, verrà somministrato apixaban, un anticoagulante che riduce il rischio di pericolosi trombi, che possono comparire anche durante la convalescenza, oppure l’antinfiammatorio atorvastatina.

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