L’intelligenza artificiale e il Test di Turing

Alan Turing nacque a Londra nel 1912. A Cambridge approfondì gli studi sulla meccanica quantistica, la logica e la teoria della probabilità, e nel 1937 pubblicò uno studio sui “numeri calcolabili”. Negli anni ‘40 i suoi interessi si spostarono dalla teoria delle macchine calcolatrici alla costruzione effettiva dei calcolatori, diventò quindi uno dei pionieri dell’informatica. Dotato di un forte intuito matematico una delle prime domande che si chiese fu: “Le macchine potranno pensare?” e inventò il famoso test di Turing.

Il test parte dal “gioco dell’imitazione”. Ci sono tre giocatori: un uomo (A), una donna (B) e un interrogante (C). Quest’ultimo con delle domande deve individuare chi tra (A) e (B) sia la donna, e lo scopo di (A) è ingannarlo fingendosi dell’altro sesso. (C) ovviamente è isolato dai due e le risposte devono essere scritte, o meglio battute a macchina.

Turing modificò questo gioco sostituendo (A) o (B) con un programma della futura Intelligenza Artificiale e si chiese: “Riuscirà a ingannare l’interrogante spacciandosi per un essere umano e facendogli credere che l’altro sia un calcolatore?”.   

Turing fece alcune supposizioni che per l’anno in cui scrisse erano molto avanzate, ne cito alcune sintetizzandole parecchio.

– Argomento matematica. A una domanda abbastanza complessa di matematica o a una mossa di una partita a scacchi sarebbe facile per il programma rispondere immediatamente e senza errori, ma deve “fingere” e quindi ritardare la risposta e probabilmente dare anche dei risultati errati.

– Argomento della coscienza ossia: “Fino a quando una macchina non potrà scrivere un sonetto o simile basandosi su pensieri ed emozioni che ha provato… non eguaglierà il cervello umano”. Turing approfondì molto questo punto ipotizzando anche dei dialoghi che potessero far parte di un normale esame orale scolastico. Sta di fatto che nel 2014 Xiaoi­ce, un avan­za­to chat­bot, (ossia un soft­ware pro­get­ta­to per si­mu­la­re una con­ver­sa­zio­ne in­tel­li­gen­te con es­se­ri uma­ni), svi­lup­pa­to dalla Mi­cro­soft cinese, ha “stu­dia­to” le poe­sie di circa cinquecento poe­ti ci­ne­si dal 1920 a og­gi e ha trat­to ispi­ra­zio­ne da mi­lio­ni di con­ver­sa­zio­ni con uten­ti in Ci­na, infine è stato in gra­do di scri­ve­re diecimila poe­sie, di cui centotrentanove pubblicate in un apposito volume.  

– Argomento fondato sulla percezione extrasensoriale. Se l’umano possiede delle forti doti di ricezione telepatica, a una domanda del tipo: “A che seme appartiene la carta nella mia mano destra?” ha una percentuale di risposta più alta di un programma di I.A. Turing ipotizzò che l’uomo, per telepatia o chiaroveggenza, desse una risposta esatta centotrenta volte su quattrocento. I matematici tuttavia furono e sono abbastanza scettici su quest’argomento.   

“Sono sicuro”, scrisse il geniale scienziato, “che quando arriveremo all’anno 2000 i programmi per computer saranno talmente avanzati che dopo cinque minuti il giudice non avrà più del 70% delle possibilità di capire se sta parlando con un umano o una macchina”. 

Ogni anno la Royal Society di Londra istituisce una competizione che mostra la validità degli ultimi sviluppi di I.A.. Nello specifico si ricerca un’intelligenza artificiale in grado di ingannare i giudici convincendoli, attraverso il dialogo, di parlare con un essere umano in carne ed ossa, ossia superare il “Test di Turing”.

Il 17 giugno 2014, data di celebrazione per il sessantesimo anniversario della morte di Alan Turing, i giudici della competizione furono coinvolti in una serie di “speed date” durante i quali tennero conversazioni virtuali di circa cinque minuti indiscriminatamente con bot o esseri umani. Alla fine della chiacchierata dovevano specificare la natura dell’interlocutore.

Eugene Goostman, un ragazzino di tredici anni di origini ucraine, all’inizio della conversazione si scusò per il suo pessimo inglese e per la sua grammatica non così perfetta, ma l’inglese non era la sua lingua madre. Si dimostrò brillante, simpatico, impacciato…. e quando sbagliava cercava di correggersi, ma in realtà era un avanzato programma di intelligenza artificiale. Sarà il primo nella storia a convincere più di un terzo dei giudici di aver intrattenuto una conversazione con un ragazzino vero e quindi a superare il “Test di Turing”.

Alla competizione, in veste di giudice, partecipava anche l’attore britannico Robert Llewellyn. Racconterà sulle pagine del The Guardian il modo in cui si fece “fregare” da Eugene Goostman, “Quel piccolo furbetto è molto più brillante di quanto non potessi immaginare”.

Llewellyn raccontò di aver proposto ai due interlocutori una frase suggerita dai suoi follower su Twitter. La frase era una domanda scritta in modo sgrammaticato: “How mutch wood ewe pay 4 a pear of shews?” che tradotta in italiano suonava più o meno come: “Quanto dovrei pagare per un paio di scarpe?”. L’obiettivo era semplicemente confondere l’intelligenza artificiale che non sarebbe riuscita a capire il senso della frase fermandosi alla sintassi scorretta.

Con somma sorpresa di Llewellyn, entrambi gli interlocutori capirono che si parlava di scarpe. Uno dei due chiese solamente come mai volesse comprare delle calzature; l’altro scherzò sul fatto di non amare troppo la moda, e che quindi ai piedi portava delle scarpe da sostituire al più presto. Llewellyn non aveva dubbi: dal momento che le I.A. non erano di certo famose per il loro senso dell’umorismo indicò che la prima conversazione era quella tenuta con un calcolatore e la seconda con un essere umano, e quindi insieme ad altri “colleghi” sbagliò clamorosamente.

Termino con una domanda: “Visti gli enormi progressi dell’intelligenza artificiale il test di Turing è ancora valido?”. Secondo me il grande scienziato risponderebbe con un deciso “No!”.

Enrico Casartelli
Enrico Casartelli
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