#Libri. “Rancore in versi” di Domenico Lauria

di Alice Silvia Morelli

Rancore in versi si colloca in una zona di confine tra il noir psicologico e il romanzo di denuncia, distinguendosi per l’uso consapevole della parola poetica come strumento narrativo e simbolico. Domenico Lauria costruisce un impianto narrativo che non si limita alla dinamica investigativa, ma interroga le radici culturali e morali della violenza, collocandole in un contesto territoriale denso di memoria come la Lucania.
La scelta di affidare all’assassino messaggi in versi – talvolta evocativi di un immaginario dantesco deformato – rappresenta uno degli elementi più originali del testo. La poesia,
tradizionalmente associata alla bellezza e all’elevazione, viene qui rovesciata in chiave disturbante, trasformandosi in giustificazione ideologica del male. Questo scarto produce nel
lettore un senso di inquietudine costante, rafforzato da una scrittura asciutta e diretta, che non
indulge mai nella spettacolarizzazione della violenza.
I personaggi principali, in particolare l’ispettrice capo Gabriella Gioiosa, sono costruiti con
misura: più che eroi, appaiono come figure attraversate dal peso del non detto e dalla fatica della verità. L’indagine diventa così anche un percorso di scavo nella memoria collettiva, dove
violenze familiari, ricatti e rancori irrisolti emergono come cause profonde di una brutalità che
non nasce mai all’improvviso.
Dal punto di vista stilistico, Lauria adotta una prosa funzionale, talvolta volutamente spigolosa,
che rispecchia la durezza dei temi trattati. Il ritmo narrativo è ben calibrato e sostiene una
tensione che non deriva solo dall’attesa della soluzione, ma dalla progressiva rivelazione di un
tessuto sociale compromesso.
Rancore in versi è un romanzo che chiede al lettore di non fermarsi alla superficie del genere,
ma di confrontarsi con una riflessione più ampia sul potere della parola, sulla memoria e sulla
responsabilità individuale. Un’opera che inquieta, non consola e, proprio per questo, lascia un
segno.