Leone XIV

Roma, 8 maggio 2025. Alle 18:08 la fumata bianca è salita dal tetto della Cappella Sistina, salutata da un’ovazione in Piazza San Pietro: il conclave, al quarto scrutinio del secondo giorno, ha eletto papa il cardinale statunitense Robert Francis Prevost, che ha assunto il nome di Leone XIV. È il primo pontefice nato negli Stati Uniti e il secondo consecutivo proveniente dal continente americano, segno che la “periferia” ecclesiale disegnata da Francesco è ormai il nuovo baricentro cattolico.

Nato a Chicago il 14 settembre 1955 Prevost entrò tra gli Agostiniani nel 1977, professando i voti solenni quattro anni dopo. Ordinato sacerdote nel 1982, fu destinato come missionario in Perù, dove trascorse quasi vent’anni tra Trujillo e Chiclayo, ricoprendo incarichi di formatore, vicario giudiziale e successivamente vescovo (2015‑2020). Rientrato a Roma, divenne priore generale dell’Ordine, poi membro di diversi dicasteri vaticani e infine prefetto del Dicastero per i vescovi dal 30 gennaio 2023 al 21 aprile 2025, oltre che presidente della Pontificia commissione per l’America Latina. È stato creato cardinale diaconale nel concistoro del 30 settembre 2023. La scelta del nome “Leone” richiama figure di pontifici riformatori e socialmente sensibili: Leone XIII promulgò nel 1891 la Rerum novarum, prima enciclica moderna sul lavoro; Leone X guidò la Chiesa dentro la turbolenza luterana. L’evocazione non è casuale: nel breve saluto Urbi et Orbi, Leone XIV ha assicurato l’impegno per “una pace umile e perseverante che proviene da Dio, che ci ama tutti incondizionatamente… il male non prevarrà… senza paura uniti mano nella mano andiamo avanti… nel dialogo… un mondo nella pace… costruiamo ponti”… una giustizia che parta dagli ultimi, custodisca la Casa comune e disarmi i cuori costituirà la bussola del suo pontificato. Fonti interne riferiscono che, già nella «stanza delle lacrime», abbia fatto inserire nella veste l’ormai famoso motto episcopale “Christus nobis pax” (“Cristo è la nostra pace”), a indicare continuità con la diplomazia di mediazione esercitata da missionario e da prefetto.

L’elezione giunge a 17 giorni dalla morte di papa Francesco, avvenuta il 21 aprile, che aveva aperto un conclave denso di candidature: i favoriti della vigilia erano il segretario di Stato Pietro Parolin e il filippino Luis Antonio Tagle. A prevalere, secondo ricostruzioni provenienti dalla Sistina, è stata la reputazione di “pastorale globale” di Prevost, capace di parlare fluentemente spagnolo e di conoscere da vicino le Chiese dell’emisfero sud. Nel ballottaggio decisivo avrebbe superato la soglia dei due terzi grazie al consenso dei cardinali latinoamericani e di un nutrito gruppetto africano.

Gli applausi fragorosi che hanno accompagnato il suo primo affaccio si sono intrecciati con l’orgoglio dei fedeli statunitensi.

Le sfide sul tavolo sono imponenti: attuare pienamente la costituzione Praedicate Evangelium, accelerare la trasparenza finanziaria dello IOR, rafforzare la tolleranza zero sugli abusi, guidare il Sinodo sulla sinodalità verso conclusioni operative e riaffermare il ruolo della Santa Sede nei conflitti in corso, dall’Ucraina al Medio Oriente. Leone XIV eredita inoltre il cantiere aperto da Francesco sul diaconato femminile e la ridefinizione del primato petrino in chiave ecumenica.