Leonardo Sacco in redazione (3ª parte)

Il sindaco intanto ci aveva fatto sapere, tramite il legale del Comune, del suo ritardo dovuto al procrastinarsi di un incontro con ufficiali del Corpo forestale, sarebbe giunto intorno alle venti, scusandosi sinceramente. Contrariato per il ritardo, consolai l’attesa ripensando al direttore, alla sua recente telefonata  su Lenin e, per la prima volta (in seguito sarebbe stato un profluvio), sulla figura straordinaria del Grande Parvus (pseudonimo di Izrail’ Lazarevic Gel’fand), politico, economista, grande manager e organizzatore, in Italia stranamente ignota e marginale.  Dopo un intenso studio su Lenin e il comunismo: Service, Salvadori, Valentinov, Bettiza ecc. non si dava pace del perché uno storico del livello di Salvadori, pur parlando di Parvus in diversi saggi non ne avesse colto la centralità, mostrando peraltro un sussiego verso la presunta genialità di Lenin. Per lui ciò era “assurdo”, “incredibile”. – Ma che genialità d’Egitto – mi disse al telefono- siamo di fronte a una personalità turbata, attratta sin da giovane dalla figura del rivoluzionario Rachmetov, personaggio del mediocre romanzo didattico di Ḉernyṧewskij, dal suo cinismo e dal suo odio plebeo per i riformatori e gli intellettuali moderati. In Rachmetov, l’autore razionalizza l’atto terroristico in sede filosofica e psicologica. Il suo Che fare?, un manuale d’immoralismo didascalico e di precettistica rivoluzionaria, che seminò vittime non solo metaforicamente. A questo proposito, è importante notare la sorpresa di Valentinov che criticando il testo di Ḉernyṧewskij, trovandolo povero di significato, pretenzioso, elementare e mal scritto, suscitò la piccata reazione di Lenin, “Quel libro mi ha scavato nel profondo delle viscere”,    che gli fece scoprire, a Valentinov dico, che non da Marx o dal marxismo fu forgiato Lenin, ma da Ḉernyṧewskij. Quello di Lenin è un marxismo visionario, impaziente, alterato incline a sovrapporre alla realtà oggettiva una seconda realtà immaginaria. Marxismo surreale del giovane Lenin, adulterato dal volontarismo, che sovrapponeva alla società reale una società fantastica e daltonica, che stravolge la percezione dell’esistente per violentarlo prima concettualmente e poi sovvertirlo politicamente; per deduzione logica dall’illogico.  -Di sicuro, continuò, fra i teorici e i tecnici della rivoluzione, Luxemburg, Lenin, Trostkij, Parvus fu il primo a teorizzare le tecniche rivoluzionarie nell’era dell’imperialismo e a pensare a un potere alternativo: la democrazia operaia. Un primo collaudo della teoria avvenne con la rivoluzione russa del 1905, che fu ripresa dalla Luxemburg e da Trostkij e, in modo distorto, da Lenin.  Tra loro, Parvus fu il più ferrato nei problemi di economia politica e di più vasti orizzonti nella strategia e nella tattica del movimento operaio; il primo ad avvertire i mutamenti del capitalismo moderno e dell’equilibrio geopolitico mondiale; fu il primo, ancora in campo marxista, a vedere la necessità dell’unità europea e il primo a prevedere i pericoli dello stato socialista centralizzato. Ricordato sostanzialmente come l’organizzatore del rientro di Lenin in Russia dall’esilio svizzero per prendervi il potere; come un ambiguo personaggio, un avventuriero dalla favolosa e dubbia ricchezza, che in quell’occasione guadagnò il proscenio per poi, subito dopo, ritornare nell’ombra per sempre. Rimosso molto prima degli altri dalla storiografia marxista, dedita al solo Lenin, padre fondatore. Ma la “congiura del silenzio”, per dirla con lo storico russo G. Katcov che la impiegava per alludere al modo in cui si produsse la rivoluzione del febbraio 1917, con offuscamenti di avvenimenti sia da parte sovietica che tedesca, contro Parvus ha forse ragioni più profonde: egli è l’unico che già nel 1907, finita l’illusione della rivoluzione dei soviet, pensa a un processo storico di inserimento di socialismo nel capitalismo. A suo parere, non era più prioritaria la conquista del potere, ma la trasformazione dell’economia capitalista in socialista.  Trasformazione tutta da inventare. Per questo non occorreva certo il partito centralizzato e militarizzato di Lenin, che egli aveva criticato al suo apparire già nel 1903, ma un vasto movimento di massa, democratico e non compromissorio. Questa fu l’abiura di Parvus, almeno così fu considerata dai tre “compagni”, e s’inasprì quando, a guerra ormai avviata, Helphand sostenne la necessità che si appoggiasse e utilizzasse la potenza della Germania, patria del più forte partito socialista del mondo, per abbattere la Russia zarista, il dispotismo asiatico gravitante sull’Europa. Nonostante le riserve anche personali, Lenin introverso, Parvus estroverso, Lenin era intimamente connivente con la posizione parvusiana, ad onta delle pubbliche dichiarazioni. Certo, Parvus si illuse di potersi servire della macchina da guerra tedesca e di Lenin per aprire in Russia la prospettiva di un socialismo democratico e giocarvi un ruolo di primo piano. Ma fu spiazzato dalla Germania del Kaiser e dallo stesso Lenin, ché si accodarono direttamente e lo esclusero. Sconfitto nel suo disegno politico di dimensione storica, egli appare come una vittima eccellente di quella opacità che per lungo tempo ha avvolto l’ottobre del ‘17. Però, che uomo, che vita romanzesca, che mente “mostruosamente geniale…”

2 commenti su “Leonardo Sacco in redazione (3ª parte)”

  1. santa per Mimmo

    Sempre piacevole e gradevolissima la lettura di M. Calbi che si fa gustare ogni giorno a puntate, ricordandoci lo stile di J. Saramago ne “L’anno della morte di Ricardo Reis”.
    Se l’Autore me lo consentisse oserei definirla “gustosissima”, per il piacere che provoca la sua colta e raffinata scrittura, nonostante ponga questioni di straordinaria rilevanza storico-politica. Questioni la cui denuncia sembra appartenere al solo scenario regionale del mondo materano e che l’informazione main stream non tratta mai lasciando inalterate le coscienze civili, ma che invece ci interrogano eticamente in profondità. Minuziose e precise le sue analisi, sia nei riferimenti storici che lessicali, che ci riportano allo stile filosofico tipico di J. Derrida, mentre nutre i suoi sfondi con note storiche e ripensamenti letterari su eventi e personaggi ritenuti noti e acclarati ma che ci aprono a nuove riflessioni e a più incisivi posizionamenti.
    La sua adorabile scrittura suggerisce un clima riflessivo tanto meridionalista quanto postmoderno, capace con la sua ostinata denuncia di farci gustare il presente carico di inquietudini e attraversare con passo leggero le vicende del passato, di quel passato che “nel sud non passa mai”.
    In questo senso Calbi è senz’altro l’ultimo meridonalista, un “meridionalista impenitente”.

  2. santa per Mimmo

    Sempre piacevole e gradevolissima la lettura di M. Calbi che ci delizia e si fa gustare a puntate ogni giorno ricordandoci lo stile di J. Saramago ne “L’anno della morte di Ricardo Reis”.
    Se l’Autore me lo consentisse oserei definirla “gustosissima”, per il piacere che provoca nonostante il testo ponga questioni di straordinaria rilevanza. Questioni che sembrano appartenere al solo mondo regionale materano, che l’informazione main stream non tratta mai lasciando inalterate le coscienze civili, ma che invece aprono lo sguardo a una seria e circostanziata denuncia etico-politica. Minuziose e precise le sue analisi, sia nei riferimenti storici che lessicali, con il gusto per il dettaglio che ci riporta allo stile filosofico di J. Derrida. Come raffinato è il sapore delle ricostruzioni che arricchiscono i suoi sfondi con note storiche e ripensamenti letterari riguardo a eventi ritenuti noti e acclarati ma che ci impongono nuove riflessioni e insoliti posizionamenti. La sua scrittura suggerisce un clima tanto meridionalista quanto postmoderno capace di farci provare le inquietudini del presente e attraversare con leggerezza le vicende del passato, di quel “passato che nel sud non passa mai”.
    In questo senso si può ritenere Calbi l’ultimo dei meridionalisti, anzi un “Meridionalista impenitente”.

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