L’acqua è un bene comune. No alla privatizzazione. Parte 2ª (video)

Riflessione di don Francesco Corbo della parrocchia di Sant’Anna e San Gioacchino di Potenza (Basilicata) sull’acqua, bene comune che non va privatizzato assolutamente. La realtà odierna mostra che i profitti sull’acqua si realizzano e si distribuiscono sotto forma di dividendi – sullo stile delle aziende –, quel sistema abolito proprio dal referendum, che in questo campo vengono chiamati “oneri finanziari” del gestore: da qui alla quotazione dell’acqua in borsa non si è così lontani. Nel Bel Paese l’unico “retaggio attivo” del referendum – e che vede ancora l’acqua considerata un bene pubblico come gli italiani hanno voluto –, è il seguente: tutti i gestori, pubblici, privati e privati a partecipazione pubblica, devono seguire una precisa indicazioni di Arera (l’Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente) e imporre una tariffa agevolata ad utenti per almeno 90 litri d’acqua al giorno per persona. E questo parametro supera di 40 litri a quanto chiesto dall’Oms.
Nonostante in Italia il 20 per cento del territorio rischi la desertificazione nei prossimi anni, «non ci saranno problemi di approvvigionamento d’acqua. Per questo, – spiega Gianfranco Becciu, docente di costruzioni idrauliche al Politecnico di Milano – i gestori non intervengono sulle strutture idrauliche: il loro piano per non mettere mano ai loro profitti è immettere più acqua nelle reti, di cui una grossa parte va consapevolmente persa, anziché apportare interventi molto costosi». Questo è al momento possibile perché l’Italia non ha grandi problemi di approvvigionamento, ma tutta quest’acqua persa è acqua rubata consapevolmente alle generazioni del futuro, e anche del presente. Se questo problema resta quindi attuale ma sullo sfondo, c’è un altro problema: «le risorse idriche stanno peggiorando la loro qualità». Nei ghiacciai, nei laghi e nelle falde. E di conseguenza i costi di potabilizzazione sono destinati a crescere.
Il Pnrr, per quanto riguarda l’acqua, la sua gestione e chi ne gestisce il servizio, prevede investimenti per “garantire la gestione sostenibile delle risorse idriche lungo l’intero ciclo e il miglioramento della qualità ambientale delle acque interne e marittime”. Ma la cosiddetta riforma del settore idrico contenuta nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, pur essendo stata presentata all’Europa come un modo per rafforzare di dell’acqua gestisce la governance, nella pratica prepara la definitiva spallata al referendum del 2011, pianificando la privatizzazione del servizio idrico attraverso la conquista del Sud Italia da parte delle società private del Centro Nord Italia. Insomma, si tratta di un rilancio dei processi di privatizzazione o di unione tra pubblico e privato che mirano ad allargare i territori di competenza di alcune grandi aziende che gestiscono già i servizi pubblici fondamentali – come la rete dell’acqua, ma anche i rifiuti, la luce e il gas. Mentre il Pnrr tace su ciò che sarebbe prioritario, ovvero approvare una legge attuativa dell’esito referendario del 2011.

Don Francesco Corbo
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