L’acqua è un bene comune. No alla privatizzazione. Parte 1ª (video)

Riflessione di don Francesco Corbo della parrocchia di Sant’Anna e San Gioacchino di Potenza (Basilicata) sull’acqua, bene comune che non va privatizzato assolutamente. Poco più di dieci anni fa, il 12 e 13 giugno 2011, con un referendum nazionale, gli italiani hanno scelto in modo netto l’acqua come bene comune e collettivo, contro la privatizzazione. In quella due giorni di consultazione popolare si raggiunse per la prima volta dal ’95 il quorum di almeno il 50 per cento più uno dei votanti, richiesto per la validità del quesito. Infatti, oltre il 57% degli aventi diritto al voto, più di 27 milioni di italiani, ha deposto una scheda nell’urna. Dei due quesiti – su quattro – che riguardavano l’acqua, il primo vide il 95,35 per cento dei votanti esprimersi contro l’obbligo giuridico di privatizzare la gestione dei servizi idrici. A fronte del plebiscito con cui i cittadini italiani hanno espresso la volontà di continuare a considerare l’acqua un bene comune e pubblico, cosa è successo nei dieci anni che sono seguiti: innanzitutto, siccome i referendum in Italia sono di natura abrogativa, a quella consultazione non è seguita una legge. E senza una legge del Parlamento, ci ritroviamo oggi, nel 2022, con la stessa situazione di dieci anni fa. Eppure sono moltissimi i governi e altrettante le maggioranze che da allora si sono susseguite non hanno mai dato seguito all’esito referendario approvando una legge che ri-pubblicizzasse la gestione dell’acqua. Nessuna maggioranza parlamentare ha concretizzato la volontà espressa dalla maggioranza popolare, servendosi a livello nazionale – ma anche locale – per contrastare a livello politico la volontà degli italiani, di alcuni luoghi comuni per screditare la votazione e dar seguito alle “vecchie poltiche”. Un esempio è il ricorso ad un “luogo comune” per cui in Italia le bollette dell’acqua siano troppo basse e poco care rispetto ad altri paesi dell’Unione Europea, e per questo possono essere molto limitati gli investimenti per il miglioramento del sistema idrico da parte dei gestori privati e del pubblico insieme al privato. Un’altra scusa usata per mettere l’accento sulla presunta efficienza del gestore privato è quella per cui le perdite e gli sprechi del sistema idrico nazionale, sarebbero causati dai cittadini nelle loro case. Ma è davvero così? La riposta a questa domanda sembra – senza passare dai filtri dell’artificio retorico della classe politica e amministrativa degli ultimi 10 anni – scontata: ed è no. Infatti oggi la nostra rete idrica si trova in uno stato deplorevole, per non dire pietoso, e certo non per via degli spechi domestici: secondo l’Istat infatti il 42% dell’acqua in distribuzione si perde per l’inefficienza dei sistemi, per la mancanza di manutenzione, ma anche a causa di impianti vecchi. Questo significa che per ogni 1000 litri immessi nel sistema, 420 vengo persi. Un’enormità. Di fatto è stato “tradito” il referendum di 10 anni fa: infatti l’aumento progressivo delle bollette cela il fatto che sia l’attuale sistema di gestione privatistico o di commistione tra pubblico e privato a produrre questi pessimi risultati. Il vero e proprio tradimento del referendum del 2011, sta nel fatto che la dispersione dell’acqua nella rete non costituisce un problema per le Spa, in quanto le perdite vengono spalmate sulle bollette dei cittadini. Che pagano l’inefficienza di un servizio privato o a partecipazione privata. E c’è di più, come testimonia il report del Forum italiano dei movimenti dell’acqua: in molti casi non sono stati fatti neppure gli investimenti che erano in programma perché già approvati e di fatto già pagati in bolletta dai cittadini, per alimentare gli utili dell’impresa che di volta di volta “cura” l’apertura dei rubinetti dell’acqua sui territori. Insomma, questo è un modello che arricchisce i gestori con i soldi pubblici a danno del sistema idrico, del servizio pubblico e della collettività.

Don Francesco Corbo
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