La Basilicata vanta antiche tradizioni artigianali. Tra queste, spicca quella della lavorazione dei tessuti, dei merletti e dei ricami, un tempo praticata soprattutto nelle case per arricchire le doti delle spose. Oggi queste arti sopravvivono ancora in alcuni borghi lucani, dove è possibile trovare manufatti unici destinati a un piccolo ma raffinato mercato. Basti pensare ad Avigliano, nota per i tradizionali tappeti annodati, o a San Paolo Albanese, dove si lavora la ginestra per ottenere filati naturali di pregio.
Si tratta, tuttavia, di una produzione limitata rispetto a quella che in passato interessava gran parte del territorio regionale. La microstoria ci restituisce infatti numerosi esempi di attività diffuse e vitali. In questo contesto, un viaggio nella storia tessile della Basilicata non può prescindere da Pignola (PZ), cittadina che, pur avendo oggi altre vocazioni, fu in passato un centro nevralgico per l’artigianato locale.
Contrariamente a quanto si possa pensare, Pignola vanta una significativa tradizione tessile e la sua esperienza è stata paragonata, seppure con le dovute proporzioni, a Biella, uno dei più antichi e rinomati distretti tessili industriali del mondo.
Un accostamento che, a ben vedere, non è del tutto azzardato, perché in entrambi i casi si assiste alla nascita di un sistema organizzato e variegato. Nel tempo, Biella ha mantenuto una sua conformazione, mentre Pignola ha seguito un percorso diverso. La sua storia, però, merita di essere indagata, riscoperta e, perché no, anche valorizzata come testimonianza di un passato produttivo, significativo per tutto il territorio.
La storia del “distretto” tessile pignolese è strettamente legata alle caratteristiche socio-economiche del territorio montano. La presenza di ampi pascoli favorì lo sviluppo di un’importante attività armentizia, che garantiva una buona produzione di carni, latticini e, naturalmente, di lana. L’abbondanza di materia prima rese possibile la nascita di una vera e propria “industria tessile” perfettamente integrata nel contesto locale.
Nel corso del XVII secolo, la lavorazione della lana, che fino ad allora era rimasta limitata alle esigenze locali, ricevette un nuovo slancio, aprendo a prospettive commerciali interessanti.
In questo contesto si avviò un processo di crescita e innovazione, nella quale le donne giocarono un ruolo fondamentale. Esse già erano coinvolte nella filatura e nella tessitura della lana, utilizzando tecniche tradizionali come il fuso e rudimentali telai. Nel corso del tempo, però, sotto la spinta “del mercato”, si dimostrarono in grado di recepire e adottare nuovi strumenti e innovazioni meccaniche, come l’uso della “navetta volante”, che permise un aumento della produzione sia in termini quantitativi che qualitativi.
Lo sviluppo dell’attività di filatura e tessitura, stimolata dalla favorevole accoglienza del prodotto, motivò la nascita di nuovi stabilimenti industriali. Inizialmente furono costruite due “gualchiere”, nelle quali la lana veniva “follata” grazie ai pesanti “magli” azionati dalla forza dell’acqua.
Il processo di infeltrimento conferiva al tessuto una consistenza più compatta, rendendolo adatto a diversi usi. L’attività delle gualchiere si rivelò presto molto proficua, riuscendo non solo a soddisfare le esigenze locali, ma anche a lavorare la lana destinata ad altri centri vicini.
Alle strutture produttive già esistenti si affiancarono le tintorie, specializzate nella colorazione dei tessuti. Quelle di Pignola divennero presto tanto rinomate da figurare tra le più apprezzate della provincia, grazie alla capacità di ottenere colori vari e resistenti utilizzando tinture ricavate da essenze locali.
Molti tessitori della vicina Puglia e dell’area settentrionale della Basilicata inviavano regolarmente i loro panni a Pignola per la tintura, contribuendo a rendere l’attività economica sempre più fiorente. La crescente necessità di trasportare i tessuti favorì inoltre la nascita di nuove figure professionali, tra cui i cosiddetti “vaticali”, incaricati del trasporto delle merci e, al tempo stesso, dell’importazione di quanto necessario per l’economia locale.
Un altro aspetto interessante, probabilmente stimolato dallo sviluppo del distretto tessile, fu la coltivazione del lino, prodotto a Pignola sia nella varietà “rustica” sia in quella “gentile”.
L’incremento di tale coltura lascia supporre che, in un determinato periodo storico, il distretto non si limitasse più solo alla lavorazione della lana, ma producesse anche lino e probabilmente
Con l’Unità d’Italia e la prima grande ondata migratoria, che trasformò profondamente l’assetto socio-economico delle comunità locali, il distretto tessile di Pignola subì un progressivo declino, analogo a quello che interessò numerose altre realtà produttive del Mezzogiorno, fino a giungere a una lenta ma definitiva scomparsa. Nonostante ciò, né la memoria né le competenze maturate in secoli di attività andarono completamente perdute. Durante il periodo fascista, infatti, prese forma un’ultima iniziativa di rilancio: nello stabilimento Tucci fu avviata la lavorazione della ginestra, destinata prevalentemente alla produzione di coperte e altri tessuti per le forniture militari, in linea con le politiche autarchiche del tempo.
Tuttavia, il difficile contesto storico e alcuni eventi sfavorevoli, tra cui lo scoppio della caldaia impiegata per la cottura delle ginestre, ne compromisero la continuità, conducendo l’opificio alla chiusura definitiva.
Si conclude così la vicenda del distretto tessile di Pignola, testimonianza significativa di tradizione, innovazione e capacità di adattamento, che dimostra come un’iniziativa locale possa generare un rilevante indotto economico e sociale. Oggi la memoria di quel passato manifatturiero, sebbene in gran parte dispersa, rappresenta un patrimonio identitario di grande valore, da riscoprire e valorizzare affinché possa contribuire a rafforzare le radici culturali della comunità e a ispirare nuovi progetti di sviluppo territoriale.


