La storia insegna quando si ripete

A metà degli anni Settanta io abitavo a Salerno ed ero alle prese col diritto privato, uno dei primi esami da sostenere alla facoltà di Giurisprudenza, uno dei più difficili ma era anche quell’esame che, una vota superato, ti rendeva “mezzo avvocato” (nulla di più errato). I confronti con i colleghi erano sempre più “incalzanti”, le disquisizioni sempre più “dotte”, i motivi per distrarci sempre più “frequenti”. Il ricordo ne ha risvegliati altri, quelli delle “serenate”, proprio in concomitanza con una ricerca condotta per un libro che la nostra casa editrice sta conducendo per la sua realizzazione, riguardante la storia delle bande musicali in Basilicata.

La ricerca ci ha condotti a “spulciare” nel tardo medioevo dove musici e cantori del tempo offrivano la loro arte per sottolineare gli importanti eventi, riguardanti chi li ingaggiava.

Come innanzi scritto il ricordo è andato al tempo dell’Università e in particolare quando, per svago al grande impegno per gli esami, con alcuni amici ci dedicavamo (per quel poco tempo di distrazione che avevamo) alla musica e cercando di renderla utile, anche per chi ci ascoltava, decidemmo di ritornare al tempo delle serenate. L’alto romanticismo lo si esprimeva soprattutto quando un caro amico, sempre rifiutato dalla sua “donna amata”, ci ingaggiava per portarle la serenata, pagandoci una pizza.

L’impegno musicale ne superò qualsiasi altro, esami compresi; iniziammo a ricercate i brani più romantici e più “strazianti” che la storia musicale campana poteva offrire e soprattutto le esecuzioni venivano fatte con chitarra classica, mandolino, tamburello e oggetti vari che in quel momento si potevano adattare al caso.

L’ora della serenata era intorno alle 22:30. In fondo a un corto vicolo cieco c’era la casa dell’amata, la luce scarsa proveniva da un lampione posto al di là della strada che incrociava il piccolo lembo della viuzza, molte porte dei pianterreno erano aperte nella parte superiore per il caldo, essendo giugno inoltrato, ma il silenzio era quasi totale, pare che finanche i televisori, quando noi del concertino iniziavamo a suonare, abbassassero il volume, nessuno interferiva nemmeno per curiosità con le nostre esibizioni.

Non ricordo se era la terza o la quarta volta che ci esibivamo quado “l’amico innamorato” stanco dei silenzi urlò: «Ma almeno dimmi se ti piace la serenata che ti porto». A quell’urlo straziante che implorava almeno un cenno di assenso quella volta suonò da sopra il vicolo, come lo squillo di una tromba che segna la carica, una sonora risposta: Prrrrrr! Era un pernacchio e a quello ne seguirono altri.

Una “stridente” voce femminile decretò il colpo di grazia dicendo: «Bellu giuvinò vieni da me. Quella non ti merita, a me non mi vuole nessuno, se ci mettiamo insieme noi due risolviamo tutto, tu e questi quattro scalzacani la finite di rompere… e così incominciate a pensare a studiare invece di perdere tempo col mandolino».

Dopo qualche settimana alcuni di noi facemmo l’esame di diritto privato, superandolo anche con un buon voto. Decidemmo di tornare in quel vicolo per ringraziare chi ci aveva spronati allo studio facendoci abbandonare l’idea che l’”amore” di qualcuno poteva far mangiare la pizza ad altri. Mentre cercavamo di parlare con qualcuno del vicolo, un signore, che abitava al secondo piano di uno dei fabbricati, rivolgendosi a noi disse: «Dovete ringraziare il re Roberto d’Angiò quando nel 1335 chiese ai giudici napoletani di punire il notaio, certo Jacobello Fusco, che insidiava l’onorabilità della signora Giovannella de Gennaro». Quel signore, dopo quella breve lezione di storia, rientrò in casa e richiuse il balcone. Noi “mezzi avvocati” con la coda tra le gambe stavamo per andare via quando il balcone si riaprì, il signore ritornò fuori e poggiandosi alla ringhiera e rievocando certi passati storici con voce ferma e ironica aggiunse: «Comunque sappiate che Jacobello Fusco, che portava le serenate, era un notaio mentre voi non siete…» la continuazione della frase è stata meglio espressa da Alberto Sordi nel film “Il marchese del Grillo”.

Paolo Laurita
Paolo Laurita
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