La storia dei talebani

Nelle ultime settimane il gruppo radicale islamista dei talebani ha riconquistato ampie zone dell’Afghanistan, grazie alle poche resistenze del malconcio esercito afghano e al progressivo ritiro dei soldati americani. La guerra in Afghanistan, quella che portò le truppe statunitensi nel paese, iniziò vent’anni fa, in risposta agli attentati compiuti a New York e Washington da al Qaida, gruppo terroristico che allora era protetto dal regime dei talebani, che stava governando l’Afghanistan in maniera autoritaria dal 1996. L’intervento militare americano provocò il rovesciamento di quel regime, ma non la fine dei talebani, che si riorganizzarono pazientemente e aspettarono il momento giusto per rifarsi sotto: cioè quando i paesi occidentali se ne sarebbero andati, lasciando il governo afghano in balìa di se stesso. Quel momento sembra essere arrivato, e sta producendo quello a cui stiamo assistendo in questi giorni: una ormai inevitabile riconquista dell’Afghanistan da parte dei talebani. Il gruppo dei talebani venne formato nel 1994 nella città di Kandahar, in Afghanistan, dal mullah Mohammed Omar, che aveva combattuto tra i mujaheddin, guerriglieri di ispirazione islamica, nella guerra contro i sovietici che avevano occupato il paese dal 1978 al 1989. Come il mullah Omar, anche il resto dei talebani proveniva prevalentemente da tribù di etnia pashtun e aveva studiato nelle madrasse, le scuole coraniche pakistane (da cui il nome talebani, che significa “studenti” pashtu, la seconda lingua più parlata in Afghanistan dopo il dari). Il primo gruppo del 1994 era formato da circa 50 studenti, ma in poco tempo ne vennero reclutati molti altri. Il suo iniziale obiettivo era quello di ripristinare la pace e la sicurezza dopo il ritiro dei sovietici, e instaurare nei territori che controllava un’interpretazione molto radicale della sharia, la legge islamica. L’ascesa dei talebani fu favorita anche dalle divisioni tra i mujaheddin, che dopo avere combattuto contro i sovietici tornarono a essere molto divisi, e a scontrarsi per ottenere il potere. I talebani, che nel frattempo erano diventati un gruppo armato con un’azione particolarmente efficace, conquistarono rapidamente Kandahar, la città dove si erano formati, e poi Kabul, la capitale. La loro azione fu favorita dall’appoggio della popolazione, che in quel periodo particolarmente caotico per la storia del paese era in parte rassicurata dal ruolo che erano riusciti a ritagliarsi nei territori che controllavano. Il gruppo di fatto si era sostituito al governo, svolgendo parte delle sue funzioni: aveva cercato di stimolare la ripresa economica, ripristinato i collegamenti stradali distrutti, contrastato atti di corruzione e illegalità. I talebani avevano anche imposto la sharia nella sua forma più rigida, con punizioni ed esecuzioni pubbliche per chi violava la legge, e l’obbligo per gli uomini di farsi crescere la barba e per le donne di indossare il burqa. Quando presero il controllo di Kabul, nel 1996, i talebani fondarono l’Emirato Islamico dell’Afghanistan – senza un vero e proprio capo politico, ma con la forte leadership del mullah Omar – e due anni più tardi arrivarono a controllare il 90 per cento del paese, tranne alcune piccole regioni a nord-est controllate dalla cosiddetta “Alleanza del Nord”. L’Emirato venne riconosciuto solo da Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Arabia Saudita: questi ultimi due paesi continuarono a fornire ai talebani aiuti logistici, economici e umanitari. I talebani vietarono la televisione, la musica e il cinema, oltre che la coltivazione del papavero da oppio, di cui l’Afghanistan era ricchissimo, perché contrario alla legge islamica. Ciononostante, la produzione di oppio continuò in maniera illegale, seppur in numeri assai ridotti, anche grazie al tacito assenso dei talebani che grazie alle estorsioni imposte ai coltivatori si arricchirono notevolmente. Il nuovo regime introdusse inoltre norme molto restrittive delle libertà personali delle donne: oltre all’obbligo di indossare il burqa, fu loro vietato di guidare bici, moto e auto, di utilizzare cosmetici e gioielli e di entrare in contatto con qualsiasi uomo che non fosse il marito o un parente. Tra gli atti più noti compiuti dai talebani ci fu la distruzione dei Buddha di Bamiyan, nel marzo del 2001, cioè di due enormi statue di Buddha scolpite nella roccia della valle di Bamiyan, circa 250 chilometri da Kabul, più di 1.500 anni fa. La distruzione venne ordinata perché le statue erano considerate raffigurazioni di idoli, quindi contrarie alla legge islamica. Dal 1996 i talebani ospitarono inoltre in Afghanistan le basi dell’organizzazione terroristica al Qaida, fondata all’inizio degli anni Novanta dal saudita Osama bin Laden, figlio di un ricchissimo costruttore yemenita. Bin Laden aveva avuto in precedenza un ruolo nella resistenza dei mujaheddin contro i sovietici, contribuendo al loro finanziamento con i soldi dell’impresa di costruzioni di famiglia. Il 7 agosto del 1998 al Qaida fu responsabile degli attentati alle ambasciate statunitensi di Kenya e Tanzania, a cui gli Stati Uniti risposero bombardando quattro siti militari in Afghanistan. Negli anni seguenti bin Laden continuò a godere della protezione dei talebani e ad avere le basi della sua organizzazione in Afghanistan: fu da lì che organizzò gli attentati dell’11 settembre del 2001 contro gli Stati Uniti. Il 7 ottobre successivo Stati Uniti e Regno Unito dichiararono guerra all’Afghanistan, per distruggere al Qaida e rovesciare il regime dei talebani. Nel giro di poche settimane il regime fu rimosso dal potere e molte importanti figure di al Qaida e dei talebani fuggirono nella zona vicina al confine col Pakistan, se non direttamente oltre confine. Fu proprio in Pakistan che il gruppo riuscì a riorganizzarsi, grazie soprattutto all’appoggio dei servizi segreti pakistani. Da dopo l’11 settembre il consiglio supremo dei talebani è stato la Shura di Quetta, dal nome della città in cui l’organo ha la sua base, Quetta, nella regione del Belucistan, in Pakistan. Dopo la morte del mullah Omar, avvenuta nel 2013 ma resa ufficiale solo nel 2015, a capo del gruppo c’è stato prima Akhtar Mansour, ucciso da un drone americano in Pakistan nel 2016, e poi Hibatullah Akhundzada, che di Mansour era il vice e che durante il regime dei talebani era stato il responsabile della Giustizia. Il gruppo in questi anni è riuscito a rimpiazzare in maniera continua i propri membri uccisi in guerra, anche nei periodi più sanguinosi del conflitto. Questo continuo reclutamento, così come il pagamento delle spese sostenute dai miliziani, si deve anche alla struttura che i talebani si sono dati dopo l’11 settembre. Oggi infatti è molto più decentrata e i leader delle singole unità o singole province hanno ampi margini di autonomia, compreso appunto il reclutamento. La fragilità del governo afghano riconosciuto dalla comunità internazionale ha fatto sì che in molte zone dell’Afghanistan i talebani siano diventati una specie di “governo ombra”: hanno iniziato per esempio a riscuotere le tasse, mandandone circa il 20 per cento alla leadership centrale in Pakistan e tenendo il resto per sostenere la guerriglia, e si sono dedicati all’estrazione illegale delle risorse dalle miniere del paese, alla tassazione dei beni e soprattutto allo sfruttamento dei proventi del traffico dell’oppio. Nonostante vent’anni di invasione statunitense, insomma, i talebani non sono mai stati sconfitti realmente, tanto che l’accordo di pace raggiunto con gli Stati Uniti nel febbraio del 2020 è stato giudicato da molti una vittoria del gruppo islamista. L’accordo, firmato a Doha, in Qatar, prevedeva il ritiro graduale dei circa 13mila soldati americani in Afghanistan, ma secondo il governo locale era stato concluso troppo frettolosamente dall’amministrazione dell’allora presidente statunitense Donald Trump, concedendo troppe cose ai talebani e senza molte garanzie. Tra le altre cose, come conseguenza dell’accordo erano stati liberati 5mila prigionieri talebani. In cambio, il gruppo aveva promesso di diminuire il numero di attacchi impegnandosi a non trasformare il paese in un luogo sicuro per i terroristi jihadisti. Mentre il ritiro è stato confermato dal nuovo presidente statunitense Joe Biden, i colloqui di pace tra governo e talebani sono sembrati fin da subito molto difficili se non impossibili da portare a termine. Il presidente Ashraf Ghani, appoggiato dagli Stati Uniti, è stato accusato di non avere un piano per fronteggiare i talebani e di avere preso decisioni frettolose e poco efficaci: mesi fa per esempio licenziò in tronco una parte della sua struttura di comando e creò un nuovo organo, il Consiglio di stato supremo, che da allora non si è quasi mai riunito. La debolezza del governo afghano, unita a un esercito armato e addestrato male e all’improvvisa mancanza del supporto militare americano, ha lasciato spazio ai talebani per avanzare quasi senza incontrare resistenza nella loro opera di riconquista del paese. Le ultime vittorie sono particolarmente significative. Il 12 agosto hanno conquistato le due principali città nell’ovest e nel sud del paese: Herat, un importante centro economico e culturale, e Kandahar, città centrale per l’economia del sud. Ormai rimangono quindi solo poche grandi città sotto il controllo del governo centrale, e nel giro di poche settimane i talebani potrebbero completare la riconquista del paese.

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