La solitudine della pandemia

Questo è proprio un  virus triste, un virus vigliacco che si nutre del calore di un abbraccio, della tenerezza di un bacio. Un nemico che si insinua nella prossemica di un incontro, che approfitta del desiderio innato di vicinanza dell’essere umano, che alimenta il sospetto e la diffidenza. Ed è proprio vero, un tema centrale di questa pandemia è la tristezza della  solitudine  a cui ci costringe. Isolamento, distanziamento fisico, quarantena, permanenza e morte in terapia intensiva. Diversi livelli di solitudine. Se da un lato, la solitudine può essere un momento per riscoprire se stessi e la propria unicità, dall’altro ci sono condizioni di  fragilità  che ne risentono pesantemente e pagano un prezzo molto elevato. Il lato più triste della solitudine a cui ci obbliga il coronavirus è quello per il quale non possiamo stare  vicini alle persone amate  nel momento del bisogno o addirittura quando stanno per lasciarci. Le donne partoriscono da sole, senza i loro compagni accanto o una persona di fiducia a supporto e le persone che si ammalano di Covid 19 rischiano di morire da sole nel freddo di una terapia intensiva. Il lato più oscuro della pandemia è la  morte in solitudine, terribile per chi ci lascia privo del calore dei propri cari e altrettanto terribile per chi non può accudire e dare un ultimo saluto alle persone amate. Tutto quello che stiamo vivendo non verrà cancellato con un colpo di spugna né dall’arrivo di un vaccino né dalla fine della pandemia. Le cicatrici rimarranno, forse anche ferite ancora sanguinanti, per lungo tempo. Tutti dovremo riabituarci a gesti e consuetudini bloccati da mesi, molti dovranno fare i conti con la perdita di persone amate.  Dovremo scardinare il muro di tristezza che questo virus ha innalzato.  Possiamo iniziare sin da subito mettendo in atto azioni amorevoli, solidali, per far sì che il virus non l’abbia vinta. Ascoltiamo le riflessioni della scrittrice Marcella Nigro (nella foto) e il direttore Luigi Pistone.

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