Nel 1922 Giuseppe Prezzolini provocò l’Italia proponendo di lavorare per una società di apoti, cioè di persone che non bevono le bugie della politica. A un’Italia piena di anime impiegatizie che scrivono poesie e di sapienti arrivisti che professano l’idealismo, divisi in fazioni contrapposte, salvo una periodica campagna acquisti e cessioni, proponeva di investire nei fessi a discapito dei furbi. Per fessi intendendo, ovviamente, non gli stupidi, ma quelli che si fanno passare per stupidi, perché, magari, rispettano la legge e pagano le tasse, senza parcheggiare sul marciapiedi per andare a prendere un caffè.
Nessuno lo seguì, anzi, sempre faziosamente divisi, non seppero se dargli del fascista o dell’antifascista, e ora, a cento anni dalla comparsa di quello scritto, tocca chiedersi quanti apoti conti l’Italia, quanti fessi e quanti furbi.
Per furbo, Prezzolini, intendeva chi fa strada senza avere quelle qualità che spaccia di avere in gran quantità; un po’ come i nostri migliori, o, per non andare lontano, i nostri assessori, direttori, dirigenti e presidenti.
Di certo i furbi, anche se è difficile capirne l’incidenza numerica, sono quelli che comandano: uno fesso che comanda ci riporterebbe a una civiltà forse mai nata, un eden solo idealizzato, un’Italia che, probabilmente, mai sarà.
Ecco, parafrasandolo, sarebbe il caso di investire in un italiano migliore anziché in migliori istituzioni. Non sono le leggi il problema, ma la loro esistenza solo teorica, se, vivaddio, i primi, per esempio, a violare i termini del processo sono proprio i magistrati. Non sono le leggi, ma la loro mancanza di autorevolezza, non incidendo in nessuna maniera e di qualunque legge si tratti sugli italiani, quindi nell’approccio dell’italiano alla legge. Che poi, si trattasse della legge scritta, davvero poco male, ma è la legge naturale, quella fatta di sentimenti, di relazioni, di solidarietà, che viene puntualmente e orgogliosamente violata dagli italiani.
Non siamo un popolo neanche in fasce e, visto che non diverremo mai maturi, ci dessero un tutore straniero, una algida insegnante tedesca, magra, alta, severa che non sorride mai e ci impone le elementari regole della vita in comune.
Certo, ce la faremo e nanì nanera, perché gli italiani alla fine ce la fanno sempre e nanì nanera. Ecco a questo refrain minimalista, fantasioso, ipocrita e troppo generoso io rispondo semplicemente con un classico e distinto “ma per favore! E basta!”
Ci avete convinti di essere un popolo di geni, di inventori, di poeti e che cos’altro, la verità è che siamo un popolo di imbonitori, prima di tutto di noi stessi, salvo quelle rare eccezioni che, come al solito, confermano la regola.
Quindi? Semplice, non voto.

