di Caterina Iannelli
C’è stato un tempo in cui la depressione era semplicemente “essere un po’ giù”. L’ansia era “nervosismo”. Gli attacchi di panico erano “capricci”. E chi parlava di salute mentale veniva immediatamente invitato a fare una passeggiata, bere una camomilla o, nei casi più estremi, a “smettere di pensarci”.
L’Italia è un Paese meraviglioso. Siamo capaci di riconoscere un raffreddore a venti metri di distanza, ma una depressione può vivere accanto a noi per anni senza che nessuno la noti.
Del resto la tristezza non ha il gesso.
L’ansia non compare nelle radiografie.
E il dolore emotivo ha il pessimo difetto di non lasciare lividi visibili.
Poi è arrivato il Covid.
E con lui è arrivato qualcosa che non era scritto nei bollettini quotidiani.
Non solo un virus.
Ma una gigantesca onda lunga di paura, isolamento, incertezza e fragilità.
Ci siamo chiusi in casa pensando di proteggere il corpo e abbiamo scoperto che anche la mente ha bisogno di aria.
Abbiamo imparato a distanza, lavorato a distanza, amato a distanza e salutato i nostri morti a distanza.
E quando tutto è finito, ci siamo accorti che forse non era finito affatto.
Per molti la pandemia è rimasta dentro.
Sotto forma di ansia.
Sotto forma di insonnia.
Sotto forma di quella strana sensazione di essere costantemente stanchi anche dopo aver dormito.
La chiamano sindrome post Covid.
Un nome elegante per descrivere qualcosa che spesso assomiglia a un ospite indesiderato che si rifiuta di andarsene.
Nebbia mentale, difficoltà di concentrazione, affaticamento cronico, sbalzi d’umore.
Sintomi invisibili che hanno una caratteristica curiosa: chi li prova li sente benissimo, chi li osserva spesso li mette in dubbio.
In fondo viviamo nell’epoca della produttività.
Se sorridi nelle foto, stai bene.
Se vai al lavoro, stai bene.
Se pubblichi una storia su Instagram, stai bene.
E se stai male, possibilmente fallo in silenzio perché gli altri hanno già abbastanza problemi.
Così milioni di persone continuano a funzionare.
Funzionano al lavoro.
Funzionano in famiglia.
Funzionano con gli amici.
Funzionano ovunque.
Tranne dentro.
Lì spesso sono esauste.
La verità è che la salute mentale continua a essere trattata come una cugina povera della salute fisica.
Se hai la febbre ricevi comprensione.
Se hai l’ansia ricevi consigli.
Se hai una frattura ricevi cure.
Se hai una depressione ricevi opinioni.
Eppure il cervello è un organo come tutti gli altri.
Nessuno si vergogna di avere una polmonite.
Molti si vergognano ancora di dire che stanno male dentro.
Forse perché siamo cresciuti con l’idea che la forza significhi resistere.
Quando invece, a volte, la vera forza consiste nell’ammettere che non ce la stiamo facendo.
La pandemia ci ha lasciato molte lezioni.
La più importante è forse questa: siamo più fragili di quanto credessimo e più simili di quanto immaginassimo.
Tutti, prima o poi, attraversiamo una tempesta.
La differenza è che alcune si vedono dalle finestre.
Altre si combattono in silenzio.
E fanno molto più rumore.
Per questo dovremmo imparare a chiedere meno spesso “Come stai?” per educazione e più spesso per interesse.
Perché dietro un “tutto bene” può nascondersi un intero mondo che sta crollando.
E perché la salute mentale non è il problema di pochi.
È il patrimonio di tutti.
Finché c’è.
E forse la vera emergenza del nostro tempo non è che stiamo impazzendo. È che stiamo diventando così abituati alla sofferenza da considerarla normale.

