di Caterina Iannelli
C’è un dato che nessun istituto di statistica ha mai davvero avuto il coraggio di certificare: l’italiano medio può anche non sapere come funziona lo spread, ma sa perfettamente che appoggiare un cappello sul letto equivale ad aprire un portale verso la sventura.
Siamo un popolo straordinario. Abbiamo dato i natali a Leonardo, Michelangelo, Fermi, ma continuiamo a toccare ferro con la convinzione metodologica di chi sta attivando un protocollo scientifico.
L’Italia è una democrazia parlamentare, sì, ma spiritualmente resta una monarchia governata da coincidenze inquietanti, malocchio e zie che “sentono le cose”.
Da Nord a Sud, cambia il dialetto ma non il rito apotropaico. Al Nord trovi il manager in giacca e cravatta che ride delle superstizioni e poi, appena vede il numero 17 sulla carta d’imbarco, chiede con tono casuale se per caso ci fosse un altro posto. Al Sud il concetto è più diretto: il 17 non si sfida, si evita come un ex tossico.
Poi c’è il grande classico nazionale: non dirlo troppo forte.
L’italiano non celebra mai una buona notizia con serenità. Se dici:
Quest’anno non mi sono mai ammalato.
tempo sei ore e hai 38.5 di febbre, due linee sul tampone e tua madre che ti guarda come se te la fossi cercata.
E guai a parlare di bambini belli.
Mai dire “che bella bambina”.
No. Devi immediatamente compensare con un: benedica! E mimare gesti scaramantici degni di un esorcista part-time.
Sul lavoro non siamo meno coerenti.
Professionisti brillantissimi che prendono decisioni da milioni di euro e poi non firmano documenti di venerdì 17.
Persone che ignorano il commercialista ma ascoltano con religioso rispetto la signora del terzo piano che ha sognato acqua torbida.
E vogliamo parlare del calcio?
Un universo in cui uomini adulti, teoricamente sani di mente, indossano da quindici anni la stessa maglietta non lavata “perché porta bene”.
Allenatori che non cambiano percorso per arrivare allo stadio.
Tifosi che seguono rituali più rigidi di un ordine monastico medievale.
Il bello è che ci definiamo moderni.
Abbiamo case domotiche, intelligenza artificiale, smartwatch che misurano perfino quanto sei stressato, ma se passa un gatto nero alle 8:13 del mattino la giornata è oggettivamente compromessa.
La vera peculiarità italiana è questa convivenza perfetta tra progresso e stregoneria soft.
Prenotiamo visite mediche online e poi mettiamo il sale dietro la porta.
Usiamo il riconoscimento facciale ma evitiamo di brindare con l’acqua.
Parliamo di algoritmi ma “non sia mai appoggiare le chiavi sul tavolo”.
In fondo la superstizione italiana non è ignoranza.
È folklore emotivo.
È il nostro modo di trattare l’incertezza: non controllandola, ma negoziandoci.
Con ironia, certo.
Finché qualcuno non apre un ombrello in casa.
Lì finisce la civiltà.


