di Caterina Iannelli
In genere quando affrontiamo l’annoso problema del femminicidio parliamo di una violenza di origine patriarcale perpetrata a causa di una sovrastruttura ideologica che ha come intento quello di annullare l’identità della vittima per poi subordinarla, attraverso atti violenti, alla schiavitù. Purtroppo oggi questo fenomeno si spinge, in molti casi, fino a determinare la morte della donna vittima.
La stessa vittima a volte è ignara di quanto sta subendo e in certi casi si sente quasi “gratificata” dalle percosse che interpreta come un segno di particolare attenzione e interesse, da parte del suo “carnefice”. Alcune donne hanno dichiarato che lo schiaffo, il calcio o il pugno e comunque quell’atto violento è stato una eccezione (negando la ripetitività) dell’azione delittuosa.
Ma perché la donna ci casca e ci ricasca? L’uomo si mostra dispiaciuto per il male che le ha procurato promettendo che mai più la colpirà.
La vittima ovviamente non comprende che quello non è un pentimento ma è un’ulteriore manovra manipolatoria che rafforza sempre più la convinzione della impunibilità dell’uomo violento che, ottenendo il perdono (soprattutto per gli effetti giuridici) del suo operato, esercita la sua supremazia non è solo fisica ma anche psicologica.
Naturalmente ricomincia il nuovo ciclo di “speranze” e di violenze.
Ma, se pur per brevi tratti, è opportuno considerare, in modo un po’ più approfondito la figura del femminicida.
Questi è un uomo, il più delle volte, già incline al crimine che dà un significato sproporzionato al concetto di possesso certamente dettato dalla paura di essere rifiutato come persona perché scoperta per la sua “debolezza e vigliaccheria”.
Esistono alcune tipologie che contraddistinguono l’”infame” (perché agisce con infamia) e una di queste è rappresentata da colui che teme di perdere la propria “autorità” per cui pretende, con l’uso della violenza, di avere un controllo totale sulla persona (la donna).
Altra infelice figura è rappresentata dall’”ottuso” che non ammette l’altrui autonomia ponendo la donna in condizioni di dipendenza o peggio ancora se è lui in dipendenza economico-culturale nei confronti della donna diventa ancora più violento per dimostrare la sua supremazia (sep pure solo sotto l’aspetto fisico).
C’è poi la disperata figura di colui che consapevole della sua scarsezza e delle sue deficienze cerca continuamente e convulsivamente conferme alle sue “dichiarate” autostime, rifiutando violentemente qualsiasi critica o disapprovazione. La donna diventa un oggetto “signor sì!”.
Infine all’ultima “infausta” categoria appartengono quei femminicidi chiamati incorporatori che usano la violenza in relazione alla minaccia paventata o supposta della perdita della persona “amata” che vivono come parte integrante di se stessi.
Questi femminicidi, privi di ogni personalità, praticando violenza, cercano di crearsi dell’autostima che evidenziano sempre più le carenze psico-culturali.
Comunque ci sono caratteristiche comuni che, seppure non fanno individuare subito la categoria, rapidamente denunciano il femminicida perché egli in genere fa abuso di alcool e droghe, ha “inconsapevoli” sensi di colpa, non svolge attività fisica, non ha autostima, ha disturbi psicosomatici, fuma esageratamente, qualcuno nella sua estrema irresponsabilità è anche autolesionista anche nei rapporti sessuali. Purtroppo questo tragico fenomeno è sempre in aumento quindi la speranza che un giorno questa piaga terminerà è legata alla speranza che le iniziative di sensibilizzazione contro questo scempio umano siano sempre più tese a un’azione preventiva più che repressiva nei confronti del femminicida.


