L’8 e 9 giugno 2025 le urne torneranno a spalancarsi per cinque referendum abrogativi su lavoro e cittadinanza: due giorni in cui ciascun elettrice ed elettore potrà incidere, penna alla mano, sulle norme che regolano licenziamenti, contratti a termine, responsabilità negli appalti e percorsi di acquisizione della cittadinanza.
Questa consultazione non è un capriccio da “week‑end elettorale”; è la concreta attuazione dell’articolo 75 della Costituzione, che affida ai cittadini il potere di cancellare leggi inappropriate, e dell’articolo 48, che definisce il voto un dovere civico prima ancora che un diritto. In altre parole: decidere di votare non è un’opzione da valutare in base all’umore, ma la ratifica – davanti a se stessi e alla Repubblica – di esserci, di contare.
Non a caso la CGIL, promotrice dei referendum, chiede cinque “Sì”, mobilitando circoli, assemblee e banchetti in tutta la penisola. La UIL, con il segretario Pierpaolo Bombardieri, ha annunciato il sostegno a due quesiti ma, soprattutto, l’invito inequivocabile a recarsi alle urne. Al loro fianco si moltiplicano appelli del mondo accademico, associazionista e culturale: segno che la società civile ha colto la posta in gioco.
E la CISL? Da settimane predica tiepide astensioni mimetizzate da neutralità. «Ai nostri iscritti non suggeriamo se votare o meno: gelosi dell’autonomia che la Cisl ha sempre praticato, abbiamo esclusivamente espresso delle valutazioni di merito sulle materie referendaria». Un equilibrismo che il segretario regionale Filippo Pieri ribadisce con toni da ragioniere della democrazia: «Le nostre opinioni sono maturate in conformità all’agenda sindacale – ha spiegato Pieri – di conseguenza riteniamo che una croce su un “sì” o su un “no” non abbia molto a che fare con materie complesse come quelle messe in esame dal voto». E, come se non bastasse, il refrain finale: «Il Parlamento è il luogo deputato alla trattazione di questi temi».
Tradotto: restate sul divano, lasciate che altri decidano. Una linea ribadita persino dalla segretaria Daniela Fumarola, che pochi giorni fa ha invitato apertamente a disertare le urne. È la stessa retorica che, ogni volta che i cittadini sono chiamati a esprimersi, spera di far scendere l’affluenza sotto il 50 % + 1 necessario a rendere valido il risultato. Meno partecipazione, più spazio per chi il potere lo esercita comunque; spesso contro i lavoratori che la CISL dice di rappresentare.
Ricordiamolo: nei referendum non esiste “non voto” innocuo. Astensione e scheda bianca pesano esattamente come un “No” perché contribuiscono (o non contribuiscono) a raggiungere il quorum previsto dall’articolo 75. Chi rinuncia a votare regala metà del proprio potere a chi vorrebbe mantenere lo status quo.
Dunque sì, l’8 e 9 giugno sono un test di partecipazione democratica. Dimostrare che il Paese non ha paura di scegliere significa respingere al mittente l’invito a tacere. Andare alle urne è la forma più semplice e potente di boicottaggio dell’astensionismo. Facciamolo tutti: compiliamo quella scheda e mostriamo che la democrazia italiana respira ancora.


