Il vaccino Johnson & Johnson è stato da poco approvato dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea e dovrebbe iniziare a essere somministrato dal prossimo 16 aprile

Dopo Pfizer-BioNTech, Moderna e AstraZeneca-Oxford, è arrivato finalmente il turno di Janssen, una controllata di Johnson & Johnson, il quarto vaccino contro Covid-19 a essere ufficialmente approvato (sempre per uso in emergenza) dall’Ema. Stando alle dichiarazioni di Francesco Figliuolo, commissario per l’emergenza, i vaccini Johnson & Johnson potranno cominciare a essere somministrati tra 16 e 19 aprile prossimo: la speranza è che il loro arrivo aiuti a velocizzare la campagna di vaccinazione, che al momento è in ritardo rispetto alla tabella di marcia. Il farmaco è stato approvato per tutte le classi di età fino ai 18 anni ed è l’unico, tra quelli disponibili, la cui somministrazione è monodose. Stando al nuovo piano vaccinale, nel secondo trimestre del 2021 dovrebbero essercene consegnate 7,3 milioni di dosi. Nell’attesa, ecco un riepilogo di tutto quello che sappiamo. Il vaccino J&J utilizza una tecnologia molto diversa da quella dei prodotti Pfizer e Moderna. Questi ultimi sfruttano infatti una molecola di rna messaggero che si introduce nelle cellule del nostro corpo e le spinge a produrre l’antigene di Sars-Cov-2 che addestrerà il sistema immunitario a cercare e neutralizzare il virus. Nel caso del preparato di J&J invece viene utilizzato un adenovirus come vettore per introdurre nelle cellule le informazioni necessarie a produrre l’antigene. È la stessa tecnologia scelta da AstraZeneca (anche se i due vaccini sfruttano virus differenti), e nonostante stia iniziando a dare i primi frutti tangibili proprio in questi anni, è già utilizzata da tempo in ambiti come quello della terapia genica. L’idea di base è comunque la stessa in tutti i vaccini sviluppati contro il coronavirus. I vaccini di vecchia generazione venivano realizzati in due modi: attenuando (rendendo cioè innocuo) o inattivando (cioè uccidendo) un patogeno in modo da poterlo iniettare senza che provocasse i sintomi della malattia; oppure iniettando direttamente gli antigeni purificati o altre componenti del virus (o del batterio), per ottenere il medesimo risultato, cioè preparare il sistema immunitario a un futuro incontro con il microorganismo. Quelli di nuova generazione sfruttano invece un meccanismo diverso: introducono cioè nelle cellule le informazioni genetiche che codificano per l’antigene, lasciando poi al nostro organismo il compito di produrlo, così che venga intercettato dal sistema immunitario e si creai la memoria immunitaria che ci proteggerà. Quelli con vettore virale, come il vaccino Janssen / Johnson & Johnson, consistono in un virus (in questo caso un adenovirus) reso innocuo e incapace di replicarsi, e ingegnerizzato per presentare nel suo Dna il gene che codifica per l’antigene. Una volta iniettato, l’adenovirus raggiunge le cellule, entra al loro interno, e introduce il suo dna nel nucleo. Le cellule infettate iniziano quindi a produrre le proteine del virus, che in questo caso consistono unicamente nell’antigene della proteina spike di Sars-Cov-2, questa viene intercettata dal sistema immunitario, e si formano le difese che ci renderanno immuni da futuri contatti con il virus patogeno.
Già a gennaio 2020 i ricercatori di Johnson & Johnson, insieme ai colleghi del Beth Israel Deacness Medical Center di Boston, hanno iniziato a lavorare a un vaccino contro il Covid realizzato utilizzando un adenovirus (Ad26, per la precisione), lo stesso approccio seguito da AstraZeneca-Oxford. La ricerca, in realtà, era iniziata circa un decennio prima, quando i ricercatori del Beth Israel erano riusciti a sviluppare un sistema per rendere Ad26 il vettore di un vaccino sperimentale contro l’ebola. Nelle primissime sperimentazioni, il preparato ha dato buoni risultati sulle scimmie: in cinque animali sui sei testati, esposti a Sars-CoV-2 dopo sei settimane da una singola inoculazione, i ricercatori non hanno trovato traccia del virus; sul sesto è stato rinvenuto solo a livello delle mucose nasali. Alla luce di questi dati, a marzo 2020 Johnson & Johnson ha usufruito di un finanziamento pubblico di 456 milioni di dollari per andare avanti con la produzione, e a luglio 2020 ha avviato i primi trial clinici di fase 1 e 2 per valutare la sicurezza del farmaco.
I risultati di questi trial hanno confermato che il candidato vaccino è sicuro e immunogenico, incoraggiando i ricercatori a proseguire nelle sperimentazioni. Detto fatto: a settembre l’azienda ha avviato un trial di fase 3 (progettato quindi per valutare l’efficacia del vaccino), da condursi con la somministrazione monodose. Inizialmente era prevista la partecipazione di 60mila volontari, ma a seguito dell’aumento dei casi a dicembre 2020, e della conseguente crescita della pressione per velocizzare quanto più possibile le sperimentazioni, l’azienda ha deciso di fermarsi a 45mila volontari. Il 12 ottobre il trial clinico è stato improvvisamente arrestato, per precauzione, dopo l’osservazione di un “evento avverso inspiegabile” su un volontario: chiarita la circostanza e confermata l’estraneità del vaccino, i trial sono ripresi undici giorni dopo.
I primi risultati, attesi per gennaio, sono in realtà arrivati un mese dopo: a febbraio 2021 l’azienda ha finalmente rilasciato i dati preliminari sull’efficacia del suo vaccino, una forchetta che va dal 72% (nei trial condotti negli Stati Uniti) al 57% (in Sudafrica, dove il virus circola per la maggior parte in una variante diversa rispetto a quella per cui è stato progettato il vaccino). Johnson & Johnson, inoltre, ha fatto sapere che il vaccino è molto efficace nel prevenire l’insorgenza dei sintomi più severi del Covid, anche nel caso di contagio da varianti.
L’autorizzazione dell’Ema per il vaccino J&J è arrivata lo scorso 11 marzo, facendo scattare il contratto firmato ad ottobre con la Commissione europea. L’accordo prevede la consegna di 200 milioni di dosi (che in questo caso ovviamente equivalgono ad altrettante immunizzazioni) a partire dal secondo trimestre del 2021, e la possibilità di opzionare altre 200 milioni di dosi per gli stati Ue. Da qui a giugno, l’impegno preso dall’azienda è di inviare 55 milioni di dosi del vaccino (di cui più di 7 milioni destinate al nostro paese). Nonostante il timore di ritardi, sembra che l’azienda abbia rassicurato che rispetterà gli impegni presi. Reuters, però, aveva riportato le dichiarazioni anonime di una fonte interna alla Commissione europea secondo cui l’azienda aveva comunicato ufficialmente di essere sotto pressione per via di problemi nell’approvvigionamento di attrezzature e componenti, e che questo avrebbe potuto pregiudicare le consegne previste. Intanto, oltreoceano, il contratto firmato con gli Stati Uniti stabilisce 100 milioni di dosi consegnate entro maggio, ma le previsioni per marzo hanno già dimezzato il quantitativo mensile previsto, scendendo a 20 milioni di dosi sulle 40 promesse, in attesa di ampliare i siti produttivi. Inoltre, proprio nei giorni scorsi, l’azienda farmaceutica ha comunicato all’Fda statunitense che è stata costretta a distruggere milioni di dosi (alcuni parlano di addirittura 15 milioni) a causa di un errore di contaminazione commesso dalla compagnia manufatturiera cui era stata affidata la produzione.

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