Il Millo di Pignola e la liquoristica lucana

Se l’Italia è celebre per la ricchezza del suo patrimonio enogastronomico, altrettanto rilevante è il ruolo che i liquori rivestono nella tradizione culturale del Paese. Ogni liquore racconta infatti un territorio. Esso nasce spesso da ingredienti locali, da saperi artigianali e da ricette tramandate di generazione in generazione. Ne sono esempio produzioni fortemente identitarie come il genepì delle Alpi, il limoncello della Campania e il mirto della Sardegna, ma anche il vasto e variegato universo degli amari regionali, espressione autentica delle diverse tradizioni locali.

In questo panorama rientra anche la Basilicata, la cui tradizione liquoristica, pur meno nota, è tutt’altro che marginale. Ovviamente primeggia l’Amaro Lucano, ma la cronaca riporta anche esperienze più piccole ma indicative, come quella della famiglia Laraia di Laurenzana, per decenni produttori di un apprezzato Cordiale. I Laraia hanno ormai chiuso l’attività, mentre rimane attiva la Farmacia Laguardia di Avigliano che al China China, ora affianca l’Amaro di Avigliano. Esistono, poi, produzioni legate a specificità locali come il liquore ai fiori di sambuco di Chiaromonte, quello al peperone crusco di Senise, il rosolio di Maratea, il Fragopollino e altre ancora.

In questo filone di produzioni identitarie si inserisce la storia del liquore “Millo”, prodotto a Pignola agli inizi del Novecento, da Pio Colucci nella sua Premiata Fabbrica. Si tratta di un’esperienza oggi poco conosciuta e ancora in parte da ricostruire. Il marchio Millo venne registrato nel 1914 e questo lascia intendere che non rappresenti l’avvio della produzione, bensì il riconoscimento di un prodotto già affermato e commercialmente consolidato. La necessità di registrare il marchio, infatti, dovette nascere dall’esigenza di tutelarne il nome, l’origine e la ricetta.

La sua etichetta, allegata agli atti di registrazione, si dimostra di un valore storico prezioso e una interessante traccia interpretativa.

Ad una analisi, infatti, colpisce l’assenza sull’etichetta di immagini rurali o folkloriche, come accade per l’Amaro Lucano, al loro posto compare la bandiera italiana con lo stemma sabaudo, un’aquila che sormonta una corona floreale e soprattutto un piroscafo a vapore in navigazione. Essi sono piuttosto simboli di modernità e progresso. Allora appare chiaro il messaggio del Millo che nasce a Pignola, ma ambisce a circolare oltre i confini locali, dialogando con un mercato moderno e nazionale.

Anche la grafica conferma questa scelta comunicativa. Il nome “Millo” domina sull’indicazione stessa di “liquore”, come un marchio pensato per imprimersi nella memoria.

La qualifica di “Premiata Fabbrica”, adottata senza esitazioni, lascia invece intuire una storia precedente fatta di produzione stabile, riconoscimento commerciale e certo partecipazione a esposizioni o concorsi nei quali dovette ottenere premi significativi. Il Millo, dunque, non nasce come esperimento, ma come esito di una tradizione già consolidata.

Sulla fascetta, invece, il nome del produttore è riportato in corsivo quasi a mettere la firma a garanzia della qualità del prodotto. Ancora, il paese di produzione, una banderuola e una stella di buon auspicio.

Ad oggi, la ricetta originaria è nota solo in parte, ma il contesto storico consente di formulare alcune ipotesi plausibili. Doveva trattarsi di un digestivo di medio grado alcolico, probabilmente a base di miele, forse con l’aggiunta di essenze di agrumi e magari distillati locali. A renderlo distintivo erano con ogni probabilità erbe della montagna circostante, parte di un sapere orale oggi perduto.

Nel panorama lucano, pertanto, il Millo si distingue proprio per questa doppia natura, ossia, profondamente radicato nel territorio attraverso ingredienti e conoscenze locali, ma proiettato verso un’idea moderna di commercio. Questo è quanto racconta un’etichetta, per il resto dobbiamo attendere che la ricetta lo riproponga al gusto, in bottiglia… e nei bicchieri ovviamente.

Vincenzo Ferretti
Vincenzo Ferretti
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