Ogni giorno, in tutto il mondo, in qualsiasi luogo di lavoro (uffici, ospedali, scuole, università, banche, cantieri ecc.) si percepisce sempre più il fenomeno del “quiet quitting” o del “lavorare meno”. Ma cosa significa, nello specifico, “lavorare meno”?
Innanzitutto, da diversi anni, il rapporto tra le persone e il lavoro, soprattutto nelle nuove generazioni sta molto cambiando.
Il “quiet quitting” viene rappresentato come un “fenomeno” silenzioso e latente che si traduce in un “lavorare meno”, poiché, sul posto di lavoro il sacrificio e il senso del dovere e di appartenenza non sono più scontati. Tutto ciò non si tramuta in dimissioni immediate e formali o in litigi e proteste con colleghi e/o superiori, ma principalmente in un progressivo e continuo disimpegno emotivo dei dipendenti.
Non bisogna, però, far confusione con la pigrizia. Infatti, tenendo conto dei più recenti studi sul benessere mentale sul lavoro, una quota sempre più crescente di lavoratori, in particolar modo gli under 40, si limita a svolgere il proprio compito, senza più investire tempo, passione, risorse fisiche e mentali oltre il necessario rispetto a come avveniva qualche anno fa da parte delle precedenti generazioni.
Non è,come detto, pigrizia o apatia, ma si tratta di una crescente disillusione verso un “sistema lavoro” che spesso chiede molto e restituisce poco.
A maggior ragione nel contesto lavorativo italiano, dove la cultura del lavoro è storicamente legata all’idea “fantozziana” di sacrificio, di disponibilità immediata e continua ed al senso del dovere, il “quiet quitting” rappresenta un cambio di paradigma profondo. Non deve essere vista come una fuga, ma un’autodifesa: un appello urgente a ripensare modelli di leadership, percorsi di crescita e relazioni professionali oggi troppo spesso sbilanciate a discapito del lavoratore.
Il “quiet quitting”, in diversi casi, si traduce nella cosiddetta “professionalità consapevole”, ossia quando i lavoratori rispettano gli obiettivi, gli orari ed i ruoli senza però mostrarsi eccessivamente disponibili e pronti a sacrificare molto di sé stessi. Un comportamento del tutto legittimo che rispecchia l’evoluzione di una generazione che non misura più il proprio valore professionale tramite straordinari o nell’annullamento della vita privata.
Le aspettative disilluse, una leadership inefficace e una cultura aziendale orientata esclusivamente alla performance sono tutti aspetti che provocano un progressivo distacco tra il lavoratore e l’azienda. In tal senso, il “quiet quitting” può e deve essere visto come un utile segnale per rimodellare la cultura aziendale del presente e del futuro.
Per prevenire il “quiet quitting” è necessario che le aziende: offrano percorsi di carriera chiari e concreti, investano in formazione continua, creino occasione di confronto reale, forniscano strumenti per valorizzare il singolo lavoratore, evitino ridondanze organizzative e operative.
Tutto ciò permette di creare una cultura interna sostenibile, non basata sul cosiddetto “eroismo da lavoro”. Pertanto, è necessario generare un coinvolgimento autentico tra il lavoratore e gli obiettivi aziendali, perché le persone si attivano e si impegnano realmente solo quando si sentono notate, ascoltate e valorizzate.
Oggigiorno la vera mission per le aziende non è “contrastare il quiet quitting”, ma comprenderne le cause e ripartire da lì per sfruttare una chance di miglioramento verso l’attenzione al dipendente. Questo obiettivo richiede autenticità, intesa come la capacità di costruire relazioni lavorative trasparenti, reciprocità, affinché ci sia equilibrio reale tra ciò che viene richiesto e ciò che viene riconosciuto.


