Attaccare quelle navi significa attaccare l’Italia

La notte fra il 23 e il 24 settembre, nel tratto di mare a sud di Creta, droni e ordigni assordanti hanno colpito diverse imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, il convoglio civile diretto verso Gaza. A bordo, tra attivisti e operatori umanitari di vari Paesi, viaggiano anche cittadini e parlamentari italiani. Gli organizzatori parlano di “esplosioni mirate”, disturbi alle comunicazioni e di materiale urticante; fonti giornalistiche internazionali e italiane convergono nel riferire di danni a più barche, senza vittime, e dell’intervento di una fregata della Marina Militare, la “Fasan”, inviata dal ministro della Difesa Guido Crosetto per assicurare assistenza. Israele ribadisce che impedirà alla flottiglia di raggiungere Gaza. In questo quadro un punto non è un’opinione ma diritto positivo: colpire navi in alto mare battenti bandiera italiana equivale a colpire l’Italia stessa, sul piano giuridico e politico.

Il principio è scolpito nella Convenzione Onu sul diritto del mare (Unclos): in alto mare, salvo eccezioni tassative, le navi sono soggette all’esclusiva giurisdizione dello Stato di bandiera (art. 92). In termini semplici: la nave è una “proiezione” della sovranità di quello Stato. Ne consegue che un’aggressione contro un’unità sotto bandiera italiana, specie se deliberata, non è un fatto neutro: chi la compie aggredisce un bene giuridico della Repubblica, con potenziali ricadute nelle relazioni internazionali e nell’attivazione di strumenti di tutela. Che si tratti di navi civili e non militari rende il quadro più complesso sotto il profilo della qualificazione come “attacco armato”, ma non scalfisce il punto di fondo: la lesione della sfera di giurisdizione italiana su quelle unità.

Proprio la portavoce italiana della Flotilla, Maria Elena Delia, ha rimarcato che le barche colpite includevano unità con bandiera italiana, britannica e polacca, definendo l’azione “un attacco a tre Paesi” e chiedendo un intervento della politica. In parallelo le agenzie riportano la posizione degli organizzatori: bombe sonore, flares, spray urticanti, jamming radio in acque internazionali. Questi elementi – se confermati nelle indagini – rafforzano l’idea di un’azione ostile contro soggetti sotto protezione giuridica italiana.

La reazione delle istituzioni italiane si è mossa su due piani: operativo e politico-diplomatico. Da un lato, la decisione di dirottare una fregata verso l’area – “per garantire assistenza ai cittadini italiani a bordo” – è un atto dovuto di tutela consolare e di presenza navale. Dall’altro, appare inevitabile il coinvolgimento della Farnesina: quando unità italiane in alto mare vengono prese di mira si chiama in causa anche la responsabilità internazionale di chi ha agito o tollerato l’azione. Già nei giorni scorsi il governo aveva ricordato a Israele l’obbligo di rispettare i diritti dei cittadini italiani impegnati nella missione; dopo la notte di Creta l’asticella si alza.

Sul fronte interno le opposizioni hanno imboccato la via della pressione parlamentare e del linguaggio politico senza attenuanti. Elly Schlein parla di “attacco deliberato all’Italia” e chiede a Giorgia Meloni di “non tacere” oltre, richiamando l’esecutivo alle sue responsabilità di fronte a un atto che tocca la dignità nazionale. Nel frattempo alla Camera, M5S, PD e Alleanza Verdi-Sinistra hanno occupato i banchi del governo, pretendendo l’immediata informativa di Meloni, del ministro degli Esteri Tajani e di Crosetto. È un gesto simbolico ma eloquente: per i gruppi di opposizione, il tempo delle cautele è scaduto.

Il Movimento 5 Stelle alza ulteriormente i toni: i capigruppo Esteri Silvestri e Marton chiedono la convocazione dell’ambasciatore israeliano e, in assenza di chiarimenti e scuse formali, arrivano a prospettare il richiamo del nostro ambasciatore da Tel Aviv e l’interruzione delle relazioni diplomatiche. Giuseppe Conte parla di “terrorismo di Stato” riferendosi al governo Netanyahu e interroga il governo: “Dov’è il patriottismo quando vengono attaccati gli italiani?”. È la politicizzazione più radicale della vicenda, che trascina il tema dall’alveo del diritto del mare a quello, infuocato, della guerra a Gaza.

Anche dal Partito Democratico arrivano parole dure: esponenti come Arturo Scotto e Michela Di Biase chiedono spiegazioni all’esecutivo, definendo “illegali” gli attacchi e domandando quale cornice di sicurezza sia stata garantita ai connazionali a bordo delle barche. Nel discorso pubblico, la cifra è chiara: se la bandiera conta, lo Stato deve esserci – subito, con chiarezza – al fianco dei suoi cittadini.

Diritto internazionale e politica si intrecciano, dunque, in un nodo che l’Italia non può sciogliere affidandosi solo al lessico della prudenza. Sul piano giuridico il riferimento alla giurisdizione esclusiva del flag State non è retorica: è il fondamento per rivendicare accertamenti, responsabilità e garanzie di non ripetizione. Sul piano politico manca ancora una linea univoca dell’Unione europea e Roma – Paese di bandiera e con cittadini coinvolti – ha titolo e dovere per guidare una risposta che tuteli vite umane, libertà di navigazione e legalità internazionale. In tempi in cui le regole del mare vengono messe alla prova nei più diversi quadranti (dal Mar Rosso al Mediterraneo) l’Italia non può accettare che la sua bandiera venga trattata come un dettaglio. Perché, piaccia o no, oggi quella stoffa tricolore è un confine giuridico: varcarlo con droni e ordigni non è soltanto un atto di intimidazione verso attivisti in mare; è un colpo portato allo Stato che quella bandiera rappresenta.