Il delirio dei “like”: una società schiava dei social media

di asterisco

Nell’epoca dorata della tecnologia l’umanità si è arresa completamente all’adorazione dell’onnipotente “dio” digitale, con i suoi templi di silicio e circuiti che si stagliano come monoliti moderni nel panorama urbano. Gli individui, con gli occhi incollati ai loro schermi luminosi, vagano come zombi moderni in cerca di gratificazione virtuale, cullati dall’illusione di una connessione profonda e significativa attraverso il vasto regno dei social media.

I social media, quel campo di battaglia digitale dove la vanità umana si scontra con l’avidità delle corporation, sono diventati il palcoscenico di una commedia grottesca, dove l’autostima si misura in like e condivisioni e la popolarità è una moneta più preziosa dell’oro. I selfie, quei monumenti alla narcisistica autocelebrazione, proliferano come funghi velenosi nel giardino della rete, mentre gli “influencer” si erigono come oracoli moderni, vendendo il loro spirito al miglior offerente.

Ma non è solo la ricerca spasmodica di consenso sociale che domina l’epoca bensì anche l’ossessione per l’ultima tecnologia, quella corsa folle verso l’ultimo gadget luminoso che promette di rivoluzionare la nostra esistenza quotidiana. Le masse affluiscono ai templi del consumismo tecnologico, armate di carte di credito e ansiose di abbracciare il prossimo grande passo dell’evoluzione digitale, anche se spesso si tratta di poco più di uno status symbol da sfoggiare agli amici virtuali.

E così la società è divisa tra coloro che adorano ciecamente il culto della tecnologia e del selfie e coloro che guardano dall’alto in basso con un misto di compassione e disgusto, chiedendosi come l’umanità sia caduta così in basso, persa nelle profondità insondabili della rete.

Ma in fondo, al di là della risata sarcastica e del cinico disprezzo, c’è una nota di tristezza, una consapevolezza della solitudine e dell’alienazione che accompagnano questa corsa forsennata verso il progresso tecnologico. E mentre il mondo continua a girare intorno al suo asse digitale è difficile non chiedersi se c’è ancora spazio per l’autenticità e la connessione umana in questo mare di bit e byte.

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