Il bosco non è un reato

Nel casolare nei boschi di Palmoli, in Abruzzo, non viveva una setta né una banda criminale, ma una famiglia anglo-australiana che ha scelto di stare “fuori rete”: niente allaccio all’acquedotto, niente gas, ma pannelli solari, acqua di pozzo, bagno a secco, istruzione parentale per i tre figli di sei e otto anni. Dopo un’intossicazione da funghi nel 2024 quella scelta è diventata un “caso”: relazioni dei carabinieri, servizi sociali, Tribunale per i minorenni dell’Aquila, fino alla decisione di allontanare i bambini e sospendere la responsabilità genitoriale.

Questa decisione è stata ritenuta sbagliata e sproporzionata. Non perché la vita nel bosco sia di per sé innocua o romantica, ma perché qui si è punita soprattutto la diversità, non un pericolo concreto e immediato. La domanda nascosta sembra essere: “è lecito crescere un figlio fuori dagli schemi dominanti?”, più che “questi bambini sono davvero in pericolo?”.

Il caso racconta la paura collettiva per chi esce dai binari. Viviamo in un Paese dove migliaia di minori crescono tra violenza domestica, alcolismo, degrado urbano e spesso restano dove sono. Qui invece l’intervento massimo – la separazione – colpisce una famiglia senza precedenti penali, che rivendica una vita sobria, a contatto con la natura, con pochi consumi e tanta presenza dei genitori. Il rischio è chiaro: si confonde ciò che è “normale” con ciò che è “giusto” e ciò che è “diverso” con ciò che è “pericoloso”.

Da anni educatori e psicologi ci ricordano quanto contino il gioco all’aperto, il movimento, la responsabilità graduale, il legame stretto con gli adulti significativi. L’istruzione parentale, entro le regole, è riconosciuta dalla legge italiana: non è un abuso, è un’opzione. Lo Stato ha il dovere di verificare che i bambini imparino non di imporre un solo modello di infanzia fatto di aula, compiti e schermo nel tempo libero. Prima di strappare i figli ai genitori si potevano costruire percorsi intermedi: verifiche scolastiche regolari, controlli sanitari, sostegno educativo e psicologico. Si è scelta invece la via più invasiva e traumatica.

Il mito del “buon selvaggio”, da Rousseau in poi, affascina e spaventa: l’idea che l’uomo, vicino alla natura e lontano dalle convenzioni sociali, possa essere più libero e meno corrotto. Nessuno pretende di trasformare l’Abruzzo in un laboratorio di ritorno alla foresta, ma il modo in cui le istituzioni hanno reagito a Palmoli sembra rovesciare il mito: tutto ciò che è città, scuola standard, appartamento in regola è presunto buono; ciò che è natura, sperimentazione, margine è presunto sospetto. Non si giudica il merito di una vita concreta, si giudica il suo scarto dal modello statistico.

In una società adulta il compito delle istituzioni non è normalizzare ogni esistenza, ma proteggere i diritti fondamentali anche quando vengono declinati in forme inconsuete. Il diritto dei bambini alla salute, all’istruzione, alla socialità si può garantire senza annientare la scelta dei genitori di vivere in maniera radicale. L’allontanamento dovrebbe essere l’ultimo rimedio, non il primo strumento contro chi non si adegua.

Il caso di Palmoli ci riguarda tutti perché pone una domanda di fondo: quanto spazio siamo disposti a lasciare a scelte di vita che non assomigliano alla nostra? Se la risposta è “pochissimo” allora il bosco diventa davvero un reato simbolico. E significa che non stiamo difendendo i bambini, ma la nostra paura della libertà altrui.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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