C’è un dettaglio che l’Europa fatica a digerire: la legge, quando funziona davvero, graffia. Eppure il governo italiano e buona parte delle istituzioni dell’Unione sembrano ostinarsi a limare gli artigli della giustizia ogni volta che il suo bersaglio è Israele. È l’ennesima plastica dimostrazione di un principio rovesciato: chi brandisce lo Stato di diritto come clava morale contro i nemici di turno lo depone subito appena l’amico trasforma Gaza in un cimitero di detriti e di vite interrotte.
Non è passato neppure un anno da quando la Corte penale internazionale ha emesso mandati di arresto per Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, riconoscendo «ragionevoli motivi» per sospettarli di crimini di guerra e contro l’umanità. Il 21 novembre 2024 non è stato solo un appuntamento con la storia giuridica: è stato uno specchio. E lo specchio ha riflesso, imbarazzante, il doppiopesismo europeo. Berlino ha balbettato, Parigi ha cambiato discorso, Roma ha scelto il silenzio, salvo poi ostentare un brivido d’indignazione quando la stessa Corte ha sfoderato il suo timbro contro Vladimir Putin. Due pesi, due codici penali.
Il nostro governo, per bocca di ministri sempre pronti alla retorica dei «valori fondanti», si è limitato a un laconico «prendiamo atto». Traduzione simultanea: non se ne farà nulla, continuiamo pure con i contratti militari, ché l’export conta più del diritto umanitario. Ed ecco la beffa che ormai suona come prassi: l’Europa recita la liturgia dei diritti, ma quando l’altare è palestinese l’omelia diventa afasia.
Nel frattempo a Ramallah e a Gaza la gente non rinuncia all’ossessione più rivoluzionaria di tutte: credere nella legge persino quando essa sembra una finzione. Giuristi palestinesi che compilano dossier, organizzazioni per i diritti umani che varcano metal detector con pile di testimonianze, madri che ripetono nomi di figli davanti alle aule di tribunale dell’Aia come fossero rosari laici. Sono loro, i «perdenti» designati, a prendere sul serio gli statuti che noi siamo troppo distratti – o troppo complici – per difendere.
E bisogna avere stomaco forte per assistere alla conversione opportunistica delle capitali europee. Davanti ai carri armati russi in Ucraina Bruxelles evoca Norimberga e il diritto universale. Davanti ai cacciabombardieri israeliani su Rafah rispolvera la filosofia del «contesto complesso», dell’«autodifesa proporzionata», del «non interferiamo nei procedimenti ancora in corso». È la burocrazia dell’alibi, l’officina dove si fabbricano parentesi morali a misura di alleanza.
Ciò che sconcerta non è solo il silenzio ma la solerzia con cui si costruiscono corsie preferenziali. Un Paese mediterraneo che ama presentarsi come culla del diritto romano ha preferito archiviare ogni memoria delle proprie radici giuridiche, a patto di non incrinare rapporti strategici. Così il governo italico, quello del «patriottismo costituzionale», voltola lo sguardo mentre i bulldozer divorano gli uliveti di Jenin. E l’Unione – la stessa che brandisce procedure d’infrazione per una virgola sbagliata nei bilanci – scorda improvvisamente il lessico dei «meccanismi di condizionalità» se a varcare la linea rossa è Tel Aviv.
Eppure, in mezzo a questo mare di ipocrisie, la società civile palestinese continua a gettare bottiglie con dentro la Costituzione universale che noi abbiamo disertato. Non si tratta di ingenuità, ma di strategia di sopravvivenza: se il diritto crolla restano solo le macerie del più forte. Affidarsi alle convenzioni di Ginevra è oggi, per chi vive sotto occupazione, un atto di ostinata modernità, il modo di ricordare al mondo che la barbarie non può essere normalizzata a colpi di memorandum d’intesa.
Allora la domanda torna a noi: che cosa resta dell’Europa se il suo primato morale diventa un optional geopolitico? Possiamo davvero permetterci di fare lezione di civiltà mentre pratichiamo la selezione etica all’ingresso? Le istituzioni comunitarie, avvezze a includere qualsiasi normativa nel perimetro di Schengen, paiono incapaci di includervi l’unico confine che conta: quello tra le regole e l’arbitrio.
La verità, dura come il cemento che soffoca Gaza, è che l’illusione di immunità concessa a Israele logora la credibilità di tutto l’architrave occidentale. Ogni rinvio, ogni parola sfumata, ogni «condanna verbale» spalanca il fossato tra la Carta dei diritti fondamentali e la prassi di un realismo cinico. E logora noi, cittadini europei, che in quel diritto dovremmo riconoscere la nostra stessa carta d’identità politica.
Se davvero vogliamo salvare il nome dell’Europa – e dell’Italia – dal naufragio dell’incongruenza occorre un gesto semplice: applicare tutte le leggi a tutti i soggetti, senza eccezioni, senza parentesi, senza clausole scritte in corpo sei. È la condizione minima perché le parole «legalità internazionale» smettano di essere una comparsa nella recita diplomatica e tornino protagoniste. Perché, con buona pace dei cerchiobottisti, la giustizia non ammette zone franche: o si applica o si tradisce.


