Il sangue che impregna le macerie di Rafah non è soltanto una tragedia umanitaria: è il test empirico della nostra civiltà. Se, come ammoniva Camus, “essere uomini significa esser responsabili” allora il mondo che guarda Gaza senza intervenire abdica alla propria umanità. L’accusa di genocidio non è più un grido nello spazio etico ma un atto giuridico: Amnesty International, dopo mesi di indagini, ha concluso che Israele «sta commettendo e continua a commettere genocidio contro i palestinesi della Striscia». E l’organo supremo del diritto internazionale, la Corte di Giustizia dell’Aia, mantiene aperto il procedimento promosso dal Sudafrica in base alla Convenzione sul genocidio, mentre una processione di Stati – dal Cile all’Irlanda – chiede di intervenire in giudizio.
La parola “genocidio” costringe a un paragone doloroso. Hannah Arendt descrisse la “banalità del male” come il prodotto di tecnici obbedienti; Zygmunt Bauman lo riconobbe nella modernità amministrata che trasforma i viventi in “pratiche da risolvere”. Oggi droni che inceneriscono corridoi umanitari, algoritmi che selezionano bersagli “legittimi” e funzionari che firmano deroghe al diritto internazionale riproducono quello stesso mostro burocratico, ma lo fanno in diretta streaming. La ferocia è stata de‑individualizzata: non occorre che il soldato odi, basta che prema un pulsante.
Nell’ossatura di questo crimine vive la logica coloniale che Frantz Fanon definì “un sistema che svuota il colonizzato della sua stessa realtà”. Dal 1948 – quando 700.000 palestinesi furono espulsi nella Nakba – la struttura di dominio ha mutato pelle ma non natura: confisca di terre, assedio economico, apartheid legale, bombardamenti ciclici. Ogni ciclo intensifica la de‑umanizzazione, ogni tregua è un intervallo fra distruzioni.
L’attacco del 23 marzo 2025, in cui quindici operatori sanitari sono stati falciati dal fuoco israeliano e poi sepolti, insieme alle ambulanze, da un bulldozer militare, condensa la catastrofe morale: il successivo rapporto dell’IDF ha parlato di “fallimenti professionali”, licenziando un vice‑comandante come se la soppressione di medici fosse una scartoffia amministrativa. L’orrore diventa disturbante routine e nella routine si consuma la distruzione di un popolo.
Gli apologeti di Tel Aviv ribadiscono il diritto all’autodifesa, come se la legittima difesa includesse la punizione collettiva di milioni di civili; ricordano i massacri di Hamas del 7 ottobre 2023, ma ignorano che un crimine non assolve un altro crimine. La Convenzione sul genocidio non ammette deroghe: “in parte o in tutto” è già genocidio. E mentre l’esercito più armato del Medio Oriente decima quartieri interi, le potenze occidentali riforniscono bombe a guida laser, assicurazioni sul veto e retorica sulla “precisione chirurgica”. Gli Stati Uniti e l’Unione europea, con la complicità di un’opinione pubblica stordita, diventano co‑autori morali.
Sul piano sociologico Gaza espone la perversione di un sistema internazionale che seleziona quali vite contino. Judith Butler ci ricorda che i corpi “degni di lutto” ricevono attenzione, protezione, narrazione; gli altri sprofondano nella statistica. Per decenni la narrazione mainstream ha equiparato “sicurezza israeliana” a “vita civile israeliana”, mentre la sopravvivenza palestinese era un dato collaterale. Oggi, però, un archivio infinito di livestream, droni domestici, influencers di guerra rende impossibile ignorare l’agonia di intere famiglie intrappolate sotto il cemento.
La letteratura palestinese – da Mahmoud Darwish a Ghassan Kanafani – ha già scritto il necrologio del mondo complici: “Ci lasciano morire affinché la geografia diventi la nostra tomba”. Ma l’epitaffio non è ancora scolpito. L’oppressione, ammonisce Fanon, porta in grembo la propria sconfitta, perché la violenza coloniale genera resistenza e la resistenza genera solidarietà globale. Università che rompono accordi, porti che rifiutano cargo bellici, tribunali che riconoscono giurisdizione universale: ecco la filigrana di un contraccolpo finalmente visibile.
Che fare, dunque? Primo: cessate il fuoco immediato, non “umanitario” né “temporaneo”, ma totale e vincolante. Secondo: embargo sulle armi a Israele finché non adempie alle misure provvisorie dell’Aia. Terzo: tribunali nazionali attivino il principio di giurisdizione universale. Quarto: sospensione di qualsiasi accordo commerciale che faciliti l’occupazione. Non è “punire Israele”, è difendere il diritto internazionale dalla sua implosione.
Infine, un monito alla memoria europea: l’Europa che ha giurato “Mai più” non può sopravvivere piegando l’universalità di quel “Mai più” agli interessi geopolitici del momento. Primo Levi avvertì che “ogni tempo ha il suo fascismo”: talvolta indossa l’uniforme di un esercito democratico, sorretto da tribunali militari interni che assolvono se stessi. Se lasciamo che il genocidio palestinese diventi normalità avremo smentito non solo le Nazioni Unite e le convenzioni, ma l’essenza stessa dei diritti umani, che sono o universali o cinicamente di parte.
Le parole non fermano i droni, ma la loro assenza ne facilita il ronzio letale. Scrivere, parlare, boicottare, giudicare: ciascun verbo è un frammento di resistenza. Il popolo palestinese non implora carità; reclama l’ovvietà dell’esistenza. E finché una sola madre cercherà il figlio sotto le rovine la nostra coscienza sarà incriminata insieme alle macerie. Non siamo spettatori: siamo complici o siamo giusti. Fra l’indifferenza che rende possibile il genocidio e la solidarietà che lo può fermare resta solo lo spazio in cui decidiamo chi vogliamo essere.


