Fumo bianco

L’adattamento per il grande schermo del bestseller di Robert Harris è un raro esempio di thriller spirituale che fonde intrigo politico e tormento interiore. Il regista tedesco Edward Berger, reduce dagli Oscar, gira quasi tutto fra i marmi vaticani, trasformando la Cappella Sistina in una camera di pressione dove lo spirito sembra evaporare. Grandangoli schiacciano le volte, carrelli lentissimi amplificano ogni sospiro; persino il crepitio di una candela suona minaccioso. L’innesco è l’infarto che stronca papa Gregorio XVII, evento che costringe il Collegio cardinalizio a sigillarsi dietro la Porta di Bronzo per scegliere un nuovo pontefice.

Il mosaico dei papabili offre quattro visioni della Chiesa. Aldo Bellini incarna la linea riformista del defunto papa, Joshua Adeyemi difende con veemenza dottrina e disciplina, Joseph Tremblay rappresenta la burocrazia conservatrice, mentre Goffredo Tedesco promette un ritorno preconciliare punteggiato di crociate culturali. Il decano Thomas Lawrence, interpretato da un inquieto Ralph Fiennes, è visto come possibile arbitro e candidato suo malgrado, lacerato dal dubbio di fede. A sorpresa irrompe Vincent Benitez, missionario messicano appena nominato cardinale in pectore, che scompagina gli equilibri e alimenta sospetti di trame segrete.

Il primo scrutinio fotografa lo stallo: nessuno raggiunge la maggioranza dei due terzi. Per arginare l’ascesa di Tedesco i riformisti riversano i voti su Adeyemi; ma un alterco con suor Shanumi – antica compagna e madre di un figlio segreto – fa crollare la maschera di inflessibilità del porporato. Lawrence, fiutando macchinazioni, scopre che l’arrivo della suora è stato orchestrato da Tremblay. Frugando negli appartamenti del defunto pontefice il decano rinviene contratti e contanti che attestano una compravendita di preferenze: simonia allo stato puro. Confrontato davanti all’assemblea Tremblay crolla e manifesta una fredda disperazione che scuote anche Bellini, deciso a ritirarsi per non alimentare altri scandali.

Restano in corsa Tedesco, Lawrence e l’imprevedibile Benitez. Durante il sesto scrutinio una serie coordinata di attentati colpisce Roma e diverse diocesi europee, lesionando la stessa Sistina. Sergio Castellitto, feroce, fa tuonare Tedesco contro islamismo e relativismo, invocando guerra santa. Benitez risponde con un discorso accorato sulla misericordia, forgiato fra i profughi afghani. La sua difesa della compassione commuove i presenti: al settimo voto diventa papa Innocenzo XIV. Poco dopo Lawrence scopre che il nuovo pontefice è intersessuale; l’uomo conserva utero e ovaie per sentirsi, dice, «come Dio lo ha creato». Il segreto resta fra i due, sigillato dallo stesso silenzio che governa il conclave.

Berger dirige come un generale in trincea: porte che sbattono, ceri che crepitano, incenso che pare gas nervino. La fotografia di James Friend scivola dal giallo palpitante delle candele al verde malato dei neon delle cucine vaticane, mentre la partitura di Volker Bertelmann mescola organo e battiti industriali. Fiennes domina la scena con micro‑tremiti che suggeriscono colpa e orgoglio; Stanley Tucci regala a Tremblay un ghigno da banchiere; John Lithgow veste Adeyemi di orgoglio calcificato; Sergio Castellitto sputacchia anatemi con rabbia ferina; Isabella Rossellini, come suor Agnes, fa da coscienza ironica tra arazzi rinascimentali e smartphone luccicanti.

La sceneggiatura, cesellata da Harris e Peter Straughan, elimina le digressioni teologiche del romanzo per concentrarsi su colpa, ambizione e identità. Domanda centrale: può la fede sopravvivere quando si fonde con il potere? Il film rifugge le risposte facili e propone invece il prezzo umano di ogni compromesso, suggerendo che la misericordia resta l’unico antidoto alla corruzione.

“Conclave” non è privo di difetti: alcuni dialoghi esplicativi rallentano il ritmo e vari cardinali restano figurine. Tuttavia il risultato è un dramma avvincente, elegantemente recitato e attuale. Chiunque sia interessato a storie di fede, potere o suspense troverà in questi centoventi minuti un’esperienza intensa che merita il prezzo del biglietto.