Frustrazioni e conflitti. Spesso è l’ambiente sociale la causa

Il termine frustrazione, presente spesso nel linguaggio quotidiano, viene in psicologia usato in accezioni di­verse. La più comune è comunque quella determinata da circostanze esterne all’individuo: ostacoli fisici nel rag­giungimento di un obiettivo, o mancanza di una remune­ razione, minaccia di una punizione o ancora presenza di problemi che non hanno soluzione. Spesso è l’ambiente sociale la causa delle frustrazioni più fastidiose per la per­ sona , basti pensare agli atteggiamenti nei confronti dei co­siddetti “diversi”. A volte la frustrazione non viene dall’e­sterno, ma nasce da condizioni personali: il ragazzo parti­colarmente timido si sente frustrato perché non sa comu­nicare con la ragazza della porta accanto. In generale si può dire che la frustrazione si presenta quando un individuo incontra un ostacolo che non gli consente di soddisfare un bisogno. È un fenomeno parti­colarmente frequente che non deve sempre allarmare. «Lo stato di piacere» sostiene lo psicologo americano Franz Alexander « deriva da un precedente stato di dispiacere; è difficile immaginare una soddisfazione che non abbia alle spalle una frustrazione». Secondo alcuni psicologi inoltre la frustra­zione è una condizione capace di suscitare reazioni di compensazione, oppure di solle­citare le capacità di difesa e di soluzione presenti in ciascun individuo. Adler per esempio, sostiene che per com­pensare il senso di inferiorità che nasce dal­la presa di coscienza di limiti organici o an­che immaginari, l’individuo mette in atto dei meccanismi che gli consentano di ottenere successo proprio nell’ambito dove si sente più svantaggiato. L’ambizione, lo svi­luppo di particolari abilità, nasce proprio dalle frustrazioni. Tutti possiedono tolleranza alle frustra­zioni e, solo quando queste si manifestano in modo particolarmente frequente e intenso, insorgono comportamenti di risposta non costruttivi, come per esempio l’aggressività, la regressione , oppure la fissazione e la rimozione . A volte gli individui, di fronte a una frustrazione, dimo­strano, in alcuni atteggiamenti, un ritorno, cioè una re­gressione , alla cosiddetta fase orale, quella in cui il bam­bino trova soddisfazione portando alla bocca tutto quanto lo circonda. Questo spiega per esempio gli eccessi alimen­tari di alcuni adulti, oppure la tendenza a consumare sen­za freno caramelle, cioccolato, e così via. Altre volte gli individui, di fronte a frustrazioni parti­ colarmente intense, reagiscono con un arresto nello sviluppo della personalità, la fissazione, e si ostinano a mantenere comportamenti tanto ripetitivi quanto inutili. Altre volte ancora le persone costruiscono ragioni false, anche se plausibili, per giustificare a se stessi una realtà inaccettabile. La volpe che definisce “acerba” l’uva che non riesce a raggiungere è la rappresentazione favolistica più efficace di un simile atteggiamento, definito dagli psicologi razionalizzazione. La rimozione è invece quel meccanismo che allontana dalla coscienza le esperienze frustranti per spostarle a livello inconscio. Tale meccani­smo tuttavia non elimina le frustrazioni che, inevitabil­mente, tornano a galla quando non si hanno a disposizio­ne sufficienti energie per mantenerle là dove sono state immagazzinate. Il conflitto è uno stato psicologico di in­ decisione, che nasce quando un indivi­duo è influenzato da due forze contrapposte di intensità simile, oppure quando qualche ostacolo blocca o arresta la tra­ duzione in atto di una risposta. Secondo Kurt Lewin, psicologo tedesco, i conflitti possono essere di tre tipi. I conflitti in cui entrano in gioco obiettivi piacevoli sono senza dubbio quelli meno frustranti , anche se a volte non sono di facile soluzione: scegliere tra due ragazze la propria compagna, per esempio, può provocare ansie e sensi di colpa intensi. Scegliere tra il dovere (studiare, per esempio) e il piacere (giocare) può provocare forte imbarazzo. I conflitti in cui entrano in gioco obiettivi spiacevoli: scegliere tra tenersi il mal di denti o farsi trapanare da un dentista. Questo tipo di conflitto è senza dub­bio il più penoso, anche se impone una scelta immediata. La tendenza di ogni individuo è sempre quella di fuggire e di non risolvere il problema, ma rimandare significa spesso trovarsi in una situazione di ansia paralizzante. Il conflitto in cui l’obiettivo è insieme piace­vole e spiacevole è il più comune e si presenta ogni volta che il soddisfacimento di un desiderio (rubare la marmellata) è condizionato dal pagamento di un prezzo (subire il rimprovero della madre). Come reagire di fronte a una frustrazione? Come superare un conflitto? Ecco i suggeri­menti che due psicologi americani hanno raccolto nel corso di una ricerca. Non arrendersi: evitare, prendendone coscienza, i meccanismi della rimozione o della regressione è fondamentale per imparare ad affrontare frustrazioni e conflitti. Intensificare lo sforzo: impegnare maggiori energie per superare l’ostacolo che ha provocato la frustrazione. Si tratta della “compensazione” di cui parla anche Adler. Cambiare i mezzi : dopo aver esaminato l’ostacolo che ha provocato la frustrazione, è opportuno trovare un per­ corso diverso. Sostituire l’obiettivo: dopo aver esaminato attenta­mente lo scopo che non è stato possibile raggiungere a causa dell’ostacolo, vale la pena di valutare se è possibile rivolgersi a un obiettivo diverso, comunque capace di soddisfare il bisogno. Essere flessibili: imparare a riconsiderare frustrazioni e conflitti da punti di vista diversi, oppure scegliere soluzioni nuove, significa essere saggi e quindi meno coinvol­ti emotivamente da ansie e tensioni. Domandare aiuto: quando si esaurisce la tolleranza al­le frustrazioni l’individuo si trova in una situazione di di­sagio, che deve essere sanata con l’aiuto di uno psicologo.

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