Gillo Pontecorvo, nel 1966, concepisce La Battaglia di Algeri come un bisturi cinematografico: penetra nella carne viva della guerra d’indipendenza algerina (1954-57) e ne mostra le pulsazioni senza anestesia. Girato in un bianco-e-nero granoso che imita il reportage, il film ricostruisce la guerriglia urbana dell’FLN e la risposta militare francese con una crudezza quasi documentaria. Non c’è voce narrante che guidi lo spettatore: l’obiettivo traballante, la colonna sonora marziale di Ennio Morricone e il montaggio serrato di Mario Serandrei sono gli unici “commentatori”, tanto asciutti quanto implacabili.
Al centro della narrazione sta Ali La Pointe, ex ladruncolo arruolato dai nazionalisti, contro l’elegante e glaciale colonnello Mathieu, alter ego dei generali francesi che importarono ad Algeri le tecniche di contro-insurrezione maturate in Indocina. Gli attentati del fronte di liberazione – donne velate che nascondono bombe nelle panetterie europee, assalti notturni nelle casbah – si contrappongono agli arresti di massa, alla tortura sistematica e all’imposizione del coprifuoco da parte dell’esercito coloniale. L’equilibrio del film nasce dalla volontà di Pontecorvo di “non giudicare, ma far vedere”: nessun eroe, nessun demonio assoluto, soltanto individui intrappolati in uno scontro asimmetrico dove giustizia e terrore si riflettono l’uno nell’altro.
Alla sua uscita la pellicola fu bandita per anni in Francia e proiettata clandestinamente in molte università statunitensi durante le proteste contro il Vietnam. Il motivo è semplice: La Battaglia di Algeri mette a nudo la dialettica violenza-repressione cui ricorrono tanto i movimenti indipendentisti quanto gli apparati statali quando il dialogo politico non esiste più. La chirurgia realistica di Pontecorvo – ottenuta con attori non professionisti e la consulenza diretta di Saadi Yacef, vero comandante FLN che interpreta se stesso – conferisce al film un’aura di verità che supera la “finzione” tradizionale: sembra cronaca in tempo reale.
Se la prima metà del film è dominata dall’ascesa dell’FLN, la seconda mostra la progressiva erosione della lotta clandestina: Mathieu chiude la casbah, isola le cellule, impone la tortura come metodo investigativo “efficace” e uno a uno i capi vengono catturati o uccisi. La sequenza finale – l’assedio al sottotetto dove Ali La Pointe sceglie di farsi saltare in aria insieme ai compagni piuttosto che arrendersi – sembrerebbe sancire la vittoria francese. Ma Pontecorvo inserisce un’epigrafe visiva: migliaia di algerini scendono nuovamente in piazza nel 1960, segno che il seme della rivolta, nutrito dal sangue, ha ormai attecchito. Due anni dopo la Francia riconoscerà l’indipendenza: la guerriglia ha perso la battaglia urbana, ma ha vinto la guerra politica.
Sessant’anni più tardi il film risulta disturbante proprio perché familiare. I droni hanno sostituito gli elicotteri, l’intelligence algoritmica i dossier cartacei, ma il nodo resta identico: come si controlla un territorio ostile senza divorare la propria legittimità morale? Dal Medio Oriente post-11 settembre alle rivolte nelle periferie europee, la strategia di “bonificare” quartieri considerati focolai di estremismo riecheggia le rastrellate nella casbah. E le cellule che nascondono l’esplosivo nello zainetto o nella cintura suicida rivivono nelle donne velate di Pontecorvo. Il film diventa così manuale – non prescritto ma descritto – di contro-insurrezione: infatti fu proiettato al Pentagono nel 2003 prima dell’invasione dell’Iraq, prova tangibile della sua sinistra modernità.
Sotto la cronaca, Pontecorvo cuce una domanda: “Chi definisce il terrorismo quando la legge è scritta dai fucili?”. La simmetria fra bomba clandestina e tortura ufficiale rivela che la violenza istituzionalizzata non è meno brutale di quella clandestina, solo più legittimata. Il regista non assolve: mostra la bambina europea dilaniata dall’esplosione in un bar, ma poi lascia la macchina da presa sul volto tremante di un detenuto sottoposto a elettroshock. Lo spettatore, costretto a oscillare fra empatie incompatibili, comprende che la pace è impossibile finché una comunità nega all’altra il diritto di esistere come soggetto politico.
Ecco perché La Battaglia di Algeri parla anche a chi vive nelle democrazie pluraliste: ammonisce che l’ingiustizia cronica, se ignorata, genera risposte radicali e che reprimere il sintomo senza curare la causa non estingue il conflitto, lo posticipa. Il montaggio finale – la folla che riempie di slogan le strade conquistate dai blindati – è un promemoria visivo: i popoli, prima o poi, trovano il modo di farsi ascoltare. In questa prospettiva il film non è solo un documento storico, ma un avvertimento perpetuo: le mura erette per contenere il dissenso diventano, alla lunga, prigioni per chi le costruisce.
Con la sua severa lucidità Pontecorvo incide su celluloide una verità scomoda ma indispensabile: la forza può vincere singole battaglie, mai la guerra contro il desiderio umano di autodeterminazione. Fintanto che questo desiderio sarà frustrato il battito sordo della casbah continuerà a risuonare… non solo ad Algeri, ma ovunque qualcuno confonda l’ordine con la giustizia.


