Fascisti, chierici e magliari

di Paolo Mormile

Da lungo tempo noi italiani, più di altri, sembriamo aver completamente smarrito il senso dello stare insieme. E per stare insieme non intendo riunirci per mangiare e far baldoria o per guardare la partita, ché in quello non ci batte nessuno. Abbiamo invece perduto la voglia di essere comunità e non solo mera sommatoria di singoli e lo abbiamo fatto dapprima minimizzando e poi decisamente rimuovendo l’importanza e la necessità del bene comune. Ottusi dalla tivù e da modelli di vita sempre più irraggiungibili e insulsi, neanche sappiamo più cosa voglia dire davvero vivere in comunità. Siamo sempre più individualisti, viviamo ormai soltanto in funzione di noi stessi e del nostro tornaconto, meglio se immediato. E la nostra spenta, asfittica e poco lungimirante classe politica non è che la triste cartina di tornasole di tutto ciò.

Sono sempre più persuaso che questo epocale imbarbarimento della società italiana sia certo dovuto al carattere nazionale, alla modernità, alle nuove tecnologie e ai media (in primis quelli di proprietà dell’ex Cavaliere di Arcore), ma anche, e forse soprattutto, al clamoroso fallimento della sinistra italiana, sebbene il termine fallimento sia inesatto poiché non rende bene l’idea di ciò che è accaduto e di ciò che non è accaduto in questo Paese in un lasso di tempo tutto sommato breve, e cioè dall’ultimo dopoguerra a oggi. Termine più appropriato credo possa essere assenza. Sì, questo Paese sconta l’annosa assenza della sua classe politica di sinistra, se consideriamo assenza non la mancanza di offerta – ché di quella, sterile e completamente autoreferenziale, ce n’è stata e continua a essercene pure troppa – bensì una completa inconsistenza. Una sinistra priva di una visione del futuro, che ha abdicato al suo principale compito, e cioè l’indicazione, attraverso esempi concreti, di una via verso una società più equa e giusta. Della progettazione di un consesso civile e democratico, non basato esclusivamente sulla legge del più forte e/o sul profitto, tantomeno su quello di pochi.

Aspettarsi tutto questo dalla destra mi pare francamente risibile e illusorio. La destra non è altro che istinto primordiale, ostentazione di muscoli, appetito irrefrenabile, appartenenza al branco, sopraffazione, reazione di pancia al nuovo, intolleranza al diverso. Cosa ci si può mai aspettare di buono? E allora chi altri se non una sinistra concreta e non quella pavida che ci siamo ritrovati qui in Italia avrebbe dovuto predicare e pretendere il rispetto e la difesa degli stranieri, dei deboli, degli anziani, degli emarginati, degli omosessuali, dei disabili, degli animali, insomma degli ultimi e dei diversi in genere? Chi se non una sinistra non evanescente avrebbe dovuto difendere e anzi rilanciare il ruolo della scuola pubblica? Chi se non una sinistra non subalterna né appiattita su politiche neanche troppo velatamente liberiste avrebbe dovuto regolamentare con fermezza un mercato fin troppo libero? Chi se non una sinistra non velleitaria avrebbe dovuto accollarsi l’educazione delle nuove generazioni alla tutela dell’ambiente? Chi se non una sinistra non renitente avrebbe dovuto indirizzarci al consumo responsabile? Chi se non una sinistra non disattenta avrebbe dovuto avviarci allo sviluppo sostenibile? Chi se non una sinistra non disunita avrebbe dovuto educarci e ammonirci al rispetto delle regole? Chi se non una sinistra non sorda né settaria avrebbe dovuto promuovere la partecipazione alla gestione della cosa pubblica? Chi se non una sinistra non inconsapevole avrebbe dovuto provare finalmente a unire il Nord e il Sud di questo Paese? Chi se non una sinistra non distratta né svogliata avrebbe dovuto porre un freno alle ingerenze della Chiesa? Chi se non una sinistra non riluttante né accondiscendente avrebbe dovuto far muro contro il fascismo dilagante? Chi se non una sinistra fortemente orgogliosa dei propri valori avrebbe dovuto reclamare il rispetto della Costituzione?

E invece a tanti (di noi) “di sinistra” è bastato, per sentirci tali, leggere La Repubblica o Il Manifesto, emozionarci e alzare il pugnetto alle feste dell’Unità, indignarci riguardo a temi etici, avvertire un vago interesse per le sorti dell’umanità. Tutto qui. Ci siamo accontentati di sentirci diversi dagli altri, di sentirci migliori degli altri, senza mai provare davvero a esserlo, ma, proprio come gli altri, ci siamo preoccupati soprattutto di mettere il culo ben al riparo dalle intemperie della vita. E ora noi tutti fatichiamo a riconoscere questo nostro Paese. Esso ci appare come un ospite inatteso e, tutto sommato, sgradito, ci sentiamo stranieri in patria, in una patria che noi per primi abbiamo voluto straniera. Un paese di fascisti, chierici e magliari.

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