Fascismo senza orbace

Non serve aspettare il ritorno delle camicie nere per accorgersi che qualcosa, in Italia, non è mai stato davvero liquidato. Il fascismo contemporaneo non marcia: amministra. Non urla sempre: spesso semplifica. Trasforma la critica in tradimento, il dissenso in disturbo, la storia in una vetrina identitaria. Giorgia Meloni ha definito il fascismo un’oppressione e ha dichiarato che nel suo partito non c’è spazio per nostalgici. Bene. Il problema è che la distanza lessicale non coincide automaticamente con quella culturale: si può condannare il Ventennio e conservarne il riflesso, cioè il culto del capo, l’ossessione dell’ordine e l’insofferenza verso i contrappesi.

Lo si vede nella scuola. Le nuove Indicazioni nazionali per i licei, pubblicate dal ministero nel 2026, recuperano la cronologia e dichiarano una centralità occidentale; storici e docenti hanno denunciato un’impostazione nazionale ed eurocentrica e la marginalizzazione del colonialismo italiano. Non è ancora una «scuola fascista», formula buona per i comizi e pessima per capire. È però una scuola che rischia di raccontare l’identità prima di insegnare a smontarla. E quando la filosofia diventa sfilata di autori innocui e la storia perde conflitto, colonialismo, classe e responsabilità nazionale il pensiero critico non viene vietato: viene denutrito.

In politica estera la postura è quella del vassallo che si crede statista. Per anni il governo ha mantenuto una prudenza indulgente verso Netanyahu; nell’aprile 2026 ha finalmente sospeso il rinnovo automatico dell’accordo di cooperazione militare con Israele. Scelta corretta, ma tardiva. Intanto circa quattrocento militari italiani sono stati dislocati tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein dopo gli attacchi statunitensi e israeliani all’Iran. Il governo parla di difesa aerea; l’opposizione contesta mandato e trasparenza. In ogni caso l’Italia, patria di mediazioni ben più ardite, appare nuovamente convocata per mettere uomini, mezzi e silenzio.

Sull’Ucraina occorre evitare due propagande. La Russia ha invaso un Paese sovrano: negarlo è falsificazione. Ma sostenere Kyiv non obbliga a presentare ogni invio di armi come diplomazia. L’Italia ha prorogato gli aiuti militari per tutto il 2026 e ha già inviato dodici pacchetti per oltre tre miliardi di euro. Il Partito democratico ha votato contro la fiducia al governo, ma a favore del provvedimento comprendente gli aiuti militari: ecco perché su guerra e riarmo l’alternativa spesso sembra una variazione di tono, non di rotta.

Anche sul gas conviene criticare senza inventare. Dire che quello statunitense costa sempre quattro volte quello russo è una castroneria speculare a quelle governative: non esiste un prezzo unico determinato dalla nazionalità. Resta però il fatto politico: l’Europa ha sostituito una dipendenza con un’altra, mentre Francia, Spagna e Belgio hanno continuato a importare grandi quantità di gas naturale liquefatto russo nel 2026. Noi facciamo i puri, gli altri fanno i contratti.

Poi c’è l’Italia reale, quella che non compare nei vertici. Nel primo trimestre 2026 i salari reali erano ancora inferiori del 6,1 per cento rispetto al 2021 e l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico prevede un altro calo dello 0,9 per cento nell’anno. Le pensioni minime sono salite a circa 620 euro, lontanissime dai mille promessi, e quasi tutto l’aumento deriva dall’inflazione. «Opzione donna» non è stata prorogata; il bonus destinato a molte madri lavoratrici vale quaranta euro mensili. Gli asili gratuiti promessi restano un miraggio e l’obiettivo del Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato ridotto dagli oltre 264mila posti iniziali a 150.480.

La sanità completa il quadro: quasi sei milioni di persone hanno rinunciato a prestazioni nel 2024, soprattutto per attese interminabili o costi. In Calabria oltre duecento medici cubani tengono aperti reparti che altrimenti chiuderebbero, mentre Washington pretende di colpire le missioni sanitarie dell’Avana. Meloni, invece, nel gennaio 2026 auspicava perfino un Nobel per Trump, lo stesso presidente che rivendica il controllo della Groenlandia e stringe Cuba con sanzioni capaci di aggravare le sofferenze della popolazione.

La responsabilità, però, non è soltanto della destra. Una sinistra occupata a salvare apparati e correnti ha lasciato il Paese senza una lingua comune. Il Movimento 5 Stelle ha disperso gran parte della spinta originaria; Alleanza Verdi e Sinistra conserva un profilo sociale più netto, ma non basta testimoniare. L’astensione non è apatia: è la convinzione che votare cambi i nomi, non la vita. Ed è forse questa la vittoria più moderna di ogni autoritarismo: cittadini formalmente liberi, sostanzialmente rassegnati.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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