Esilaranti tipicizzazioni lessicali di antropofagie linguistiche

di asterisco

Una prosa stucchevole, tronfia di significati, pomposa nel suo pseudo letterario divenire barocco che ambisce a una disamina in chiave antropologica delle tradizioni popolari nel maggio potentino. Ci si avvicina alla tanto attesa parata dei turchi e non potevano di certo mancare le infiorate lessicali di un esperto cultore delle memorie indigene tra voli sintattici, toponimi svariati e lemmi arzigogolati e violentati in un festival sadomaso della parola scolpita, nella cui ebbrezza il nostro autore si pasce.

Una chiassosa folla popolana riempie le viuzze e i vicoli della cuntana tra fanòi e iaccàre quasi in un rito purificatorio attraverso il dono prometeico, un saturnale catartico in una marziale traversata della via Pretoria: “…sono i diavoli del grano e delle biade con il gran Turco o Belzebù. Scorreggioni e sguaiati, a volte immobili, a volte vispi, irriguardosi e maliziosi, spaventano le fanciulle accorse ad ammirarli (e non poteva essere altrimenti). Uomini delle querce e dei faggi, delle cerze, che scendono da Sellata, Cerreta, Faggeta e Pallarreta” in un crescendo apotropaico e onomatopeico di figure “dallo energumenismo globale dei petti, dagli sguardi truci, dagli zigomi sporgenti e qualche faccia prognata” s’intravedono i “mulattieri dell’Arioso” e ci sembra di leggere il Lombroso, nel rispetto della “funzione escrementizia dei quadrupedi” (sic).

Meno male che oggi ci si muove tra i portatori e i cavalieri del Santo Patrono! È lecito, da un punto di vista antropologico, porsi la domanda: la sfilata dei turchi nella tradizione potentina è davvero tutto questo?