Covid-19. Quando fare il richiamo del vaccino

Il livello di anticorpi neutralizzanti può predire la probabilità delle persone vaccinate di essere infettate da Sars-Cov-2 e/o di ammalarsi di Covid-19? È quello che la comunità scientifica sta cercando di appurare dopo che alcuni studi hanno evidenziato come le persone completamente vaccinate abbiano meno probabilità di essere infettate dal coronavirus quando mantengono livelli più alti di anticorpi. In questa direzione va anche l’ultima ricerca israeliana pubblicata sul New England Journal of Medicine. Nonostante i numeri siano abbastanza piccoli, gli esperti, oltre a confermare l’altissima protezione del vaccino Pfizer, ritengono di aver individuato un tipo di anticorpi neutralizzanti che potrebbe essere un buon biomarcatore per predire quando sia opportuno procedere a un nuovo richiamo.
Lo studio
Lo studio ha coinvolto 1.497 operatori sanitari completamente vaccinati dello Sheba Medical Center vicino di Tel Aviv, che tra gennaio e aprile 2021 si sono sottoposti regolarmente a un test molecolare per il coronavirus (Rt-Pcr). In questo lasso di tempo, 39 di loro sono risultati positivi. Infetti dunque, ma in tutti i casi o non ci sono stati sintomi o la malattia Covid-19 si è manifestata in forma lieve (il 19% ha comunque avuto qualche strascico fino a 6 settimane dopo la diagnosi). L’85% delle infezione è risultata ad opera della variante alfa. Questi dati, ancora una volta, confermano che, sebbene raramente, le persone vaccinate possono infettarsi, ma che la protezione conferita dal vaccino a mRna sia nei confronti dell’infezione che ancor di più nei confronti della malattia Covid-19 è elevatissima.
Un potenziale biomarcatore?
I ricercatori non si sono fermati a questo, ma sono andati a misurare i livelli di diversi tipi di anticorpi nel sangue degli operatori sanitari coinvolti per vedere se ci fossero differenze tra chi era stato contagiato e chi no. Ne è emerso che le persone che hanno contratto Sars-Cov-2 avevano livelli di anticorpi neutralizzanti inferiori rispetto alla controparte. Alla luce di questi risultati gli scienziati ritengono di aver individuato un potenziale buon biomarcatore nel sangue che potrebbe in futuro consentire di prevedere la probabilità di infezione e quindi di programmare un nuovo richiamo del vaccino.
I limiti
La ricerca – a detta degli stessi autori – deve necessariamente essere confermata da ulteriori studi, che ne superino i limiti. I numeri, infatti, sono un po’ piccoli per trarne conclusioni solide e il campione di popolazione troppo omogeneo (operatori sanitari mediamente giovani e sani). Inoltre, ed è questo il problema principale, gli scienziati non sono riusciti a calcolare differenze nei livelli di anticorpi neutralizzanti significative dal punto di vista statistico e quindi a individuare una soglia di protezione. Nota conclusiva dello studio: nel 74% dei casi di infezione registrati, al basso titolo anticorpale si abbinava un’alta carica virale, che potrebbe indicare (ma non è stato verificato sperimentalmente in questo lavoro perché le persone risultate positive sono state subito isolate) che anche vaccinati, quando si infettano, possono diffondere il virus. Insomma, almeno al chiuso dovremmo continuare tutti a indossare le mascherine e mantenere le distanze.

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