Questa campagna elettorale è una bomba d’acqua. Non ha niente di concreto ma porta via tutto, azzera il pensiero, annulla anche la parte buona del paese che ancora rimaneva e che si spera possa riemergere dopo il 25 settembre. Esiste un pezzo di cultura capace di dialogare dopo aver connesso idee al momento obnubilata, nascosta, tenuta ben lontana dagli strumenti di comunicazione divenuti solo di propaganda, strumenti prestati, speriamo non venduti definitivamente, al potere costituito, sì proprio quello dal quale si fuggiva traversando le corti di Venezia. Un tempo, non lontano, esistevano i quotidiani, quelli veri, esistevano i giornali illustrati, quelli che non si abbandonavano solo al gossip, esistevano i settimanali dei quali attendevamo con ansia la puntuale uscita, esistevano le Riviste, già le riviste di diversa estrazione da cui attingere a piene tempie pulsanti. Funzione importante delle riviste, come sottolineato di recente da Goffredo Fofi, era quella di fare da ‘trade union’, dimenticando l’origine sindacale del termine, tra le diverse epoche, ma anche tra periodi socio-culturali contermini, veicolando onestamente in base al pensiero di fondo, idee e modelli che avessero un senso compiuto, un approccio in un porto i cui cannoni conservavano solo i fiori. Nelle riviste si trovava gran parte del lavoro culturale, hanno raccontato la storia degli anni ‘70 e ‘80, ora lo fanno molto meno, evidentemente perché quasi del tutto scomparse e per mancanza contestuale di argomentazioni. Quello che però non è scomparso, non può scomparire, è l’intellettuale che vi scriveva, che riempiva la rivista, che andava a incidere nella pubblica opinione. Che cosa è dunque cambiato rispetto agli anni Settanta ed anche Sessanta e quale il ruolo che una rivista culturale, nell’accezione più ampia, può ancora avere nel 2022 e passa? Non è solo la mia domanda, ma spero il quesito di tanti, perché anche la bellezza è parte integrante di questo discorso. E se vero è che la bellezza può salvare il mondo, altrettanto vero è che gli intellettuali possono ritessere la tela di una società con un grosso buco al suo interno. In che modo e con quali tempi gli intellettuali possono contribuire a mutare la rotta ad oggi indicata solo dalla politica che, peraltro, non ha capacità, strumenti e uomini, uomini per guidare le folle, sempre più semplici assembramenti, al di là del guado. Gli intellettuali, non i personaggi che amano ergersi al di sopra del pensiero comune e magari condiviso, ma quelli che creano e vivono nel pensiero di piazza che scorre lungo i vicoli per poi reincontrarsi ai piedi della scalinata non da conquistare, ma da salire ponendo un perché ed una risposta su ogni gradino. Al di là del figurativismo, resta uno dei problemi e forse il maggior problema odierno ma che viene ormai da lontano di questo paese, sì l’Italia, è la scomparsa della figura dell’intellettuale tra la gente, qualche ben pensante direbbe dell’intellettuale del territorio. In realtà il grande grattacapo è costituito da quanti avevano trovato uno spazio vitale e riuscivano a comunicare senza pontificare e ora hanno perso la bussola, non riescono più con naturalezza a confrontarsi. Non c’è più una lotta ideale, non esistono più i “gruppi” di pensiero che invogliavano anche la popolazione meno acculturata alla partecipazione, non ci sono più i partiti come ancora di salvezza e quindi tutto e tutti rischiano di rimanere una individualità. Il che non è cattiva cosa se non decade nell’egoismo del pensiero, nella rigida conservazione dello svolgimento di un’idea. Il ruolo dell’intellettuale, quindi, in questo frangente, si spera, di sociologica sofferenza, deve essere quello di favorire l’individualità rendendola fruibile, accrescere gli stimoli ed ampliare la ricerca per far capire a chiare lettere a chi crede ed e’ convinto di stare al centro del mondo di avere la grande responsabilità per quanto sta accadendo e sta portando alla rovina in ogni settore produttivo e in qualsivoglia classe sociale. Un grande bisogno di educatori, tornando a Goffredo Fofi. Il difficile, come sempre accade da tempo, è individuare i discepoli, o quanto meno, gli alunni.

