Centenario di Scotellaro: occasione per guitti quali “fini dicitori”!

È arrivato il tempo di “scarcerare” Rocco Scotellaro. Il poeta, lo scrittore, il politico, il contadino. La figura di Rocco è stata per troppo tempo imprigionata dalla sua stessa grandezza e appartenenza. Il regionalismo in cui è stato relegato per troppi anni ha impedito sia in passato che oggi di scavare realmente appieno nella figura di un uomo e di un letterato.

Montale lo accostò a Chagall, Luchino Visconti, c ne fu grande estimatore, diede il suo nome al protagonista del film “Rocco e suoi fratelli”. Dunque rivalutare la figura di Rocco Scotellaro, anzi no! Non bisogna rivalutare Scotellaro, bisogna solo dare a tutti la possibilità di leggerlo, non c’è bisogno di rivalutarlo, basterebbe diffonderlo, parlarne, recitarlo e più di ogni altra cosa ripubblicare le sue opere.

Scrittore (Tricarico 1923 – Portici 1953), di umile origine, socialista, fu sindaco di Tricarico dal 1946 al 1950, quando fu arrestato sotto l’infondata accusa di irregolarità amministrative; in seguito, grazie all’intervento di Carlo Levi, ottenne un impiego presso l’Istituto agrario di Portici diretto da M. Rossi Doria. Trasse dalla sensibilità ai problemi sociali della sua terra motivi per alcune opere comparse postume: l’inchiesta Contadini del Sud (1954), il romanzo autobiografico incompiuto L’uva puttanella (1955) e una serie di poesie (È fatto giorno, 1954) nelle quali, muovendo dai modi elegiaci dell’ermetismo, tende a un tono epico-popolaresco, con esiti pieni di dissonanze, ma di indubbia genuinità lirica. In seguito sono stati pubblicati il volume di racconti Uno si distrae al bivio (1974) e la raccolta di versi Margherite e rosolacci (1978). Nel 2019 la sua intera produzione letteraria è stata raccolta nel volume Tutte le opere.

Rocco Scotellaro ha conosciuto anche il carcere. Questo episodio va introdotto con una nota di carattere storico. Il fatto che un giovane socialista, per giunta poeta e onesto, fosse diventato sindaco, non era cosa gradita a quella classe politica che sostanzialmente era rimasta immutata dal fascismo con delle minime operazioni di spolvero superficiale. I nuovi “mazzieri”, si prodigarono con l’altra arma, oltre alla violenza, che conoscevano; la calunnia. Scotellaro fu accusato di peculato. Quella del carcere fu una dura esperienza da cui uscirà devastato. Rimase nella cella 7 del carcere di Matera per 45 giorni. Giorni in cui leggeva ai suoi compagni di reclusione il Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi e la Divina Commedia di Dante. Una volta che la corte d’Appello di Potenza decretò il non luogo a procedere per inesistenza del fatto, Scotellarò usci e decise di dimettersi, deluso dalla politica, ma non esausto del suo ruolo realizzò che avrebbe potuto continuare a lottare tramite la letteratura, la poesia e l’inchiesta. Questo è il periodo più fecondo e di maggiore attività. Viaggia molto e scrive molto, fino alla morte che avverrà nel 1953, per l’occlusione di una vena generata da altra malattia non adeguatamente curata.

Stava scrivendo L’uva puttanella, quando muore, infatti il romanzo se pure di senso compiuto e maturo rimarrà incompleto. In esso si realizza la materia letteraria dello Scotellaro narratore. I volti dei suoi contadini diventano vividi talmente toccanti da apparire magici, con rughe vere e capelli bianchi che cadono sulla terra rossa e danno un contrasto materico e graffiante, come un filo d’erba che ti taglia le dita quando lo strappi male. L’uva puttanella diventa iconografia del sottoproletariato, i piccoli uomini come piccoli acini, di dimensioni ridotte ma mature, che confluiranno nel mosto insieme a tutti gli altri. Con le parole dell’autore: “L’ordine che non c’è non lo troverete come appunto è nel grappolo d’uva che gli acini sono di diversa grandezza anche a voler usare la più accurata sgramolatura. Questi sono acini piccoli, apireni, se pur maturi, che andranno ugualmente nella tina del mosto il giorno della vendemmia. Così il mio piccolo paese fa parte dell’Italia. Io e il mio piccolo paese meridionale siamo l’uva puttanella, piccola e matura nel grappolo per dare il poco di succo che abbiamo.” Lui stesso sembrava presagire che non avrebbe finito il romanzo, lo definirà “…il romanzo che non finirò” in una lettera all’amico Alberto Carocci, lettera del 14 Dicembre 1953, il giorno prima di morire.

Saltimbanchi allo sbaraglio!

In questi giorni tutti, soprattutto rappresentanti istituzionali, pseudo intellettuali e coloro che per vicende varie (e non è il caso di ricordar quali sono in questa sede) hanno assunto posizioni di rilievo nel mondo della cultura, si “stanno riempendo la bocca” di Rocco Scotellaro. Occorre aspettare sempre un centenario, un bicentenario, eccetera per ricordare personaggi cari al mondo letterario. Solita vergogna tutta italiana. In questi giorni, ribadisco, tutti sembrano sapere chi è Rocco Scotellaro…ma ascoltando ciò che dicono è lapalissiano solo una cosa: non sanno un beneamato … (per rispetto di Rocco non proferisco usare la parola tanto usata perché volgare)!

Rappresentanti istituzionali ignoranti, mazzettari non solo della cultura, presenzialisti per lavoro, accademici diventati tali secondo il classico metodo tutto italiano, storici-pavoni ormai spiumati e chi più ne ha ne metta. Questi sono i soggetti che oggi ricordano Rocco Scotellaro, il sindaco socialista di Tricarico, il politico e il poeta, mentre coloro che avrebbero maggiori titoli e conoscenze per parlare e diffondere l'”opera” del giovane di Tricarico, morto prematuramente, sono stati messi in disparte perché non fanno parte del “sistema” composto solo da faccendieri. Meglio così. Qualche volta è un bene dimostrare che anche gli asini hanno il diritto di esistere e apparire come intellettuali, storici, studiosi ma soprattutto far sentire a tutti il proprio “raglio”!

Onore a Rocco Scotellaro! Sono state scritte centinaia di pagine sul poeta “della libertà contadina”, come lo descrisse Carlo Levi, ma come spesso accade poco lo si è letto, colpa anche di miopi editori che non hanno mai pensato a un piano editoriale vero sulle opere che abbracciano il romanzo, la poesia, l’inchiesta e le epistole.

Come disse Moravia di Pasolini, i poeti dovrebbero essere protetti, perché ne nascono tre o quattro in un secolo, e Scotellaro appartiene a questi tre o quattro del secolo scorso. Scotellaro ancor prima di Pasolini, se non altro per ragioni anagrafiche, si occupò dei problemi del sottoproletariato, nel suo caso quello dei contadini nelle campagne di un Mezzogiorno dimenticato e periferico della Basilicata dei primi anni del Novecento. Operazione che Pasolini sposterà meritoriamente nelle borgate anch’esse dimenticate e periferiche delle città che raccoglievano quegli stessi contadini in fuga come veri e propri profughi. Pasolini e Scotellaro sono accomunati dalla passione politica attraverso la quale intervenire per alleggerire le pene materiali di uomini e donne ultimi tra gli ultimi. Non è un caso che Pasolini sceglierà Matera per dare una casa ai suoi film.

Se la Lucania riuscisse a elaborare progetti culturali e realizzare atti per far conoscere a tutti Scotellaro sarebbe un risultato enorme. Anche perché come avrebbe detto Rocco stesso: “Nessuno può rivivere con la sua scrittura. Tutti restano nella nicchia d’aria che muovono”.

Ma la Basilicata-Lucania è ciò che è: una terra amara con i suoi figli che davvero valgono e che hanno lasciato un segno indelebile nella cultura ma anche “prodiga” di “smargiassate” e di elargire “regalie” a destra e manca e poter dire: “Dalla mia bocca è uscito qualcosa di bello”. “Cosa?”. “So pronunciare un nome…quello di Rocco Scotellaro!”.

4 commenti

  1. “Feeling Scotellaro” pocket-book di Sue poesie giovanili, in 10 Lingue straniere, Prefazione di Raffaele Nigro, a cura di Donato Michele Mazzeo, Arti Grafiche Vultur, 2017.

  2. Nel ’73 ero a Tricarico per i vent’anni dalla morte di Rocco. Conobbi Carlo Levi, indimenticabili il suo viso scolpito e il gilet ricavato dal vello di un agnello. Fu come sentire un mito parlare di un altro mito: noi meridionali siamo facili a mitizzare, e nel caso di Rocco è la sua stessa breve vita a tradirci. Oggi siamo a un’altra celebrazione: il centenario dalla nascita del grande conterraneo che merita di uscire dal mito paesano per essere conosciuto diffusamente.

  3. Una Stele per Rocco
    All’inizio non ero sicura di poter fare un omaggio a Scotellaro, dato che mi ero bloccata su quelle sue dichiarazioni tremende riguardo alle donne: anzi, per quelle, mi era persino antipatico! Solo in seguito, riflettendoci, sempre spinta da quella sete di conoscenza e verità che dovrebbe essere propria di ciascun essere umano, mi ero riavvicinata a lui, comprendendolo, anzi entrando empaticamente in quella profonda, assoluta umanità di cui l’opera – specie quella poetica – diventa l’espressione sublime, ciò che ne rivela e in qualche modo (e in qualche parte ne assorbe – ma non tanto , ahimè, da essere per lui salvifica) quella grande sofferenza che segna, come un tragico filo rosso, la sua vita da più punti di vista, compresi quelli del suo impegno politico e della partecipazione con i diseredati.
    L’autenticità e profondità del suo patimento personale e sociale – che arriva ad esprimere con accenti prossimi ad una universalità condivisa – ha purtroppo contribuito alla sua scomparsa da questa terra, ma – come splendida compensazione – quali orme imponenti ha lasciato dietro di sé, pur nel triste primato di essere diventato un Poeta per sempre giovane, per sempre magnifico…

  4. p. s. È forse per scontare la mia iniziale svalutazione, che mi sono dedicata tanto a realizzare quest’ opera, Una Stele per Rocco, alta tre metri, con un impegno crescente, per tutti questi mesi, e l’ultimo è stato direi incredibile, sia per le difficoltà pratiche di realizzazione del manufatto, che – per le sue dimensioni e la sostanza della struttura – doveva degnamente contenere/sostenere il frutto della ricerca di tutte le sue poesie, compresa la non facile scelta di quelle da evidenziare. Non ultime, le difficoltà tecniche della composizione grafica del puzzle e la sovrapposizione a colla – sempre manuale – dei pezzi.
    Anche per realizzare le foto ci sono stati problemi, per la difficoltà di scattarle in una casa priva di pareti vuote, e per l’altezza (tocca il soffitto), per cui dovuto fare diverse prove, e farmi aiutare , creando, dopo aver spostato tavoli, cyclette, sedie etc. una specie di scenario nascondi- armadio … Insomma, una vera avventura… a lieto fine

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