di asterisco
Il Bel Paese è ricco di tradizioni gastronomiche che nel corso dei tempi ha saputo ben amalgamare grazie a due elementi di fondo: l’estrema varietà del territorio e la diversità dei prodotti che madre natura gli ha concesso. Negli ultimi decenni, dopo il secondo conflitto mondiale, abbiamo assistito alla crescita di un benessere sociale condizionato dall’assurda pretesa che uno sviluppo industriale su larga scala lo avrebbe reso possibile. L’agricoltura che da sempre era stata il motore pulsante di un’economia in mano al latifondo e ai grandi proprietari terrieri con origini aristocratiche nella maggior parte dei casi, e poi a una nascente piccola borghesia, è stata trascurata se non proprio abbandonata, nel miraggio di tale visione industriale. Oggi invece si riscopre quale unica attività degna di un futuro sostenibile e vantaggioso per i comuni mortali.
Le numerose e frequenti rassegne dedicate al gusto e al cibo che in questi giorni spopolano da Torino a Bologna hanno un loro efficace ruolo se mantenute in ambiti ben precisi, e non essere delle vetrine pubblicitarie che mirano solo a ben precisi intenti consumistici giocando su identità e tipicità varie, a seconda dei finanziamenti regionali, e perché no europei.
È importante che a queste “fiere” venga data la possibilità di incrementare l’economia di mercato riferita alla filiera alimentare legata alle attività quotidiane ma anche alle potenzialità del cosiddetto turismo gastronomico che la nostra Terra madre possiede.


