La Cia ordì la morte di Guevara, tradito da Castro su ordine dell’Urss. “La maledizione” del Che: la cruenta fine dei responsabili del suo assassinio

Documenti appena pubblicati negli Usa, nell’ambito del Digital National Security Archive della George Washington University, svelano i retroscena della fine del rivoluzionario argentino nelle selve della Bolivia. Avrebbe dovuto esportare il castrismo nel cuore dell’America Latina, ma i contadini non si fidarono. E l’intelligence statunitense riuscì a scovarlo e catturarlo.

Le battaglie si vincono sempre, ma alla morte è difficile scampare; soprattutto se qualcuno parla. Due anni di ricerche per le foreste della Cordigliera, una squadra espressamente addestrata alla caccia e all’eliminazione, le confessioni di Debray, l’esecuzione: questa la cronaca della fine di Ernesto Che Guevara, il mito della rivoluzione castrista. Anzi, la Rivoluzione fatta gioventù.

Portare il castrismo nel cuore dell’America Latina

Talmente forte, la sua ascendenza sul popolo cubano, che anche Fidel se ne era ingelosito e lo aveva mandato a portare, sulla punta delle baionette, il verbo del castrismo fin nel cuore dell’America Latina. Non sarebbe più tornato. Qui incomincia la storia svelata da un faldone di fogli battuti a macchina, di cabli riservati e semplici appunti – non per questo meno delicati – riemersi in queste ore in quella Washington dove tutto si poteva di ciò che si voleva, e infatti si volle la fine del Mito. Il documento sulla delazione di Regis Debray che dà la certezza agli Usa che Guevara sia effettivamente in Bolivia

Il tramonto di Che Guevara forse inizia proprio al momento della sua apoteosi, vale a dire quella foto scattatagli da una strana prospettiva ad opera di Alberto Korda, fotografo della Revolucion. Era il marzo del ’60 e i barbudos trionfavano per le vie dell’Avana. Ma troppo bello era quel giovanotto, troppo intenso il suo sguardo: finì nel cuore di intere generazioni, venne stampato sulle magliette di migliaia di studenti delle borghesissime università capitaliste, suscitò entusiasmi. E si sa, l’entusiasmo e l’ammirazione hanno sempre un rovescio della medaglia. Magari non fu questo il motivo della sorda rottura con Castro, famoso a sua volta per una certa baldanza fisica ed un carisma innegabile.

Probabilmente giocò soprattutto una serie di divergenze di carattere politico ed ideologico, ma fatto sta che appena quattro anni dopo quella foto Ernesto prese la via che lo portava fuori di Cuba. E questo in altre latitudini ed altri contesti storici lo si sarebbe chiamato esilio dorato, o volontario che fosse.

Il fallimento dell’avventura in Congo

Andò a parlare alle Nazioni Unite, nella tana del leone, poi tornò a casa ma subito dopo ripartì, con l’Africa come meta. Uno schema che poi si sarebbe ripetuto anche dopo la sua morte: Cuba che esporta la rivoluzione negli ex imperi coloniali appena affrancatisi da Londra o da Parigi, come più tardi da Lisbona. Una lunga ricognizione, la sua, per stabilire se fossero giunte a maturazione le condizioni per l’esportazione del processo rivoluzionario. Concluse che sì, si poteva fare nel Congo del presidente Joseph Kasavubu. Si sbagliava però di grosso. Il suo ritorno in sordina all’Avana fu tutto che una marcia trionfale. Sarebbe di fatto sparito dalle pubbliche cerimonie. Su una cosa lui e Castro, comunque, erano d’accordo. Anzi, su due. La prima – magari per opposte ragioni – che non v’era motivo alcuno di sospendere i tentativi di esportare la rivoluzione. Il secondo che gli Stati Uniti, soprattutto dopo la grande paura della Crisi dei Missili del 1962, tenevano gli occhi ben puntati sull’area caraibica e centramericana. La circostanza lasciava spazi liberi più a sud. Lì si poteva tentare. Fine dei punti fondanti dell’accordo tra il Lider Maximo ed il compagno che non lo aveva certo abbandonato la notte della Baia dei Porci.

Argentina o Bolivia?

Che Guevara, infatti, puntava sulla sua Argentina, convinto non a torto che situazione sociale e presenza di una certa simpatia alla causa da parte dei ceti intellettuali avrebbero avuto la loro importanza. Castro decise invece per la Bolivia, avendo da parte propria non qualche isolata motivazione. La prima era di carattere geostrategico (materia nella quale il suo interlocutore non brillava): l’Argentina è il secondo colosso del Sudamerica, ma resta geograficamente decentrata. La Bolivia, senza dubbio meno importante, ha però il pregio di essere al centro di uno scacchiere da cui è possibile destabilizzare tutto il Continente.

Erano gli anni del Gioco a Somma Zero e della Teoria del Domino, per cui Cabot Lodge era convinto che perdere in Vietnam avrebbe voluto dire perdere tutta l’Asia ed automaticamente regalare tutto all’Urss. Vincere a La Paz, per converso, avrebbe significato per la Cuba rivoluzionaria farsi – si perdoni l’espressione degna del peggior vocabolario capitalista colonizzatore – un piccolo impero. Quanto ai rapporti con Mosca, si sarebbe visto cosa fare. 

Inoltre sussisteva un’altra questione, un non detto: il Mito era argentino, l’Argentina era importante e ricca, pertanto consegnare l’Argentina al Mito avrebbe creato una dicotomia rivoluzionaria e magari anche personale. Sparava meno bene di Che Guevara, Castro, ma quanto a politica non gli stava certo dietro. Ernesto partì nel novembre del 1966, mostrando alla dogana un falso passaporto uruguayano. Qui inizia la caccia al Che da parte della Cia. I documenti pubblicati oggi, nell’ambito del Digital National Security Archive della George Washington University, dimostrano che l’Intelligence teneva costantemente informato il Presidente Johnson, ma questo non vuol dire che sapesse nulla di dove l’uccel di bosco fosse andato a posarsi.

A Washington non avevano nemmeno creduto, a dir la verità, che Guevara fosse finito in Congo. Che ci fa un sudamericano in Africa? Bisogna ammettere che la rivoluzione immaginifica di Castro aveva una capacità di elaborazione ben maggiore di quella dei burocrati di Langley. In compenso a Langley si iniziò presto a nutrire una vera e propria fissazione per il destino personale del giovane transfuga.

Il cablo dell’ambasciatore

La prima cosa che si disse, anche questo qualcosa di ricorrente, fu che era morto. Per l’esattezza, Che Guevara aveva già perso la vita nel 1965, quando Johnson aveva mandato i marines nella Repubblica Dominicana. La cosa non resse alla prova dei fatti, ma come tutte le leggende fu dura a morire. Ancora nel 1967 c’era nella Cia chi giurava e stragiurava che le cose erano davvero andate così. E si trattava nientemeno che del responsabile delle operazioni segrete, Desmond FitzGerald.

In quell’atmosfera così sovreccitata quasi ogni giorno arrivava sulla scrivania di Johnson, nello Studio Ovale, un report diverso: è in Perù. No. In Colombia. È passato in Messico, trama in Brasile, è arrivato persino in Vietnam. E così tutte le ansie di Johnson, che iniziava a spedire ragazzi al Generale Westmoreland a migliaia alla volta, finivano per saldarsi. Non ci si sorprenda se, a questo punto, un cablo dell’ambasciatore americano in Bolivia finì inascoltato. “Potrebbe essere qui”, mandava a dire il diplomatico. Macché, non è possibile, ribatté personalmente il capo della Cia, Richard Helms. 

Gli errori fatali

Guevara, insomma, partì molto avvantaggiato. Sperperò però quasi subito il capitale. Il suo primo, imperdonabile errore una volta arrivato in Bolivia proveniente (questa volta sul serio) da Praga fu la rottura con il locale partito comunista. Il segretario Mario Monje si disse disposto a smantellarne la struttura per unirsi agli insorti insieme a minatori e sindacati. Ma Che Guevara voleva essere l’unico a comandare, come scrisse nelle sue carte recuperate in seguito, e declinò l’offerta. Al Pc il controllo di La Paz, a lui quello di tutta la Bolivia.

Così facendo confermò la teoria di Lin Piao, di gran voga a quei tempi, della avversità tra città e campagna, ma pose le basi della sua sconfitta. Il concetto maoista di sostituzione con la classe contadina della categoria del proletariato non avrebbe funzionato. Non avrebbe funzionato per quello che ci verrebbe da chiamare il principio dei Magnifici Sette, che qualche anno prima era uscito nelle sale come remake dei Sette Samurai di Akira Kurosawa.

Nell’ultima scena dell’una come dell’altra versione il guerriero, seppur vincitore, ammette che il contadino ha una forza che chi maneggia le armi non avrà mai: la costanza della semina e del raccolto. Il contadino boliviano non è diverso da quello messicano o giapponese, e questo segnò la condanna del Guerrero Heroico di Korda.

Le azioni si concentrarono nella regione di Cochabamba, a ridosso della Cordigliera delle Ande. Foreste e campi, fiumi e villaggi. Guevara registrò successi iniziali e rapide difficoltà: non conosceva i luoghi, non riusciva a farsi capire dalla popolazione locale; questa prese a considerare i suoi sessanta rivoluzionari di professione come emissari di chissà quale squadra della morte e ad averne paura. Quando il contadino ha paura il controllo del territorio è impossibile: gli americani lo stavano imparando anche loro,  nelle risaie del Mekong. Per la Cia, comunque, si trovava ancora in qualche altro angolo dell’America Latina. Johnson lo leggeva nei rapporti.

La delazione dell’intellettuale francese

Eppure ci fu chi lo trovò: Regis Debray, intellettuale engagée della Parigi a sinistra e sostenitore delle rivoluzioni. La sua storia meriterebbe un racconto a parte, ma quello che emerge dalle carte equivale alla conferma delle accuse che il mondo di sinistra gli avrebbe mosso da quel momento in poi. Quelle di aver contribuito, in modo sostanziale, alla cattura di Ernesto Che Guevara. Il documento sullo scontro a fuoco a La Higuera

Il 10 maggio 1967 un cablo della Cia indirizzato a Washington riferisce non solo che Debray ha identificato il capo guerrigliero cubano, ma anche fornito una serie di particolari che solo il Che avrebbe potuto conoscere. Primo tra tutti il racconto dei suoi mesi in Congo, quando la Cia lo credeva nella Dominica. Anzi: Debray (nel frattempo opportunamente arrestato dagli uomini della dittatura boliviana) poteva asserire che Guevara gli aveva mostrato il testo del manifesto pronto per essere proclamato al momento della vittoria.

Non ci sono più dubbi. A La Paz vengono inviati due emissari della Cia, Felix Rodriguez e Gustavo Villoldo, ad organizzare una unità speciale. L’esercito boliviano, è la valutazione del Consiglio di Sicurezza Nazionale, è del tutto impreparato e lo si vede dall’andamento delle operazioni sul campo. Ci vuole una squadra “per la caccia e l’eliminazione” di uomini appositamente addestrati al combattimento nella foresta. Mesi di duro lavoro e si parte per l’appuntamento con la morte.

Perduto nella foresta

La sera del 7 ottobre 1967 Che Guevara pare essersi perso: deve raggiungere un gruppo di tre villaggi dove già ha compiuto alcune azioni, ma non li trova. Deve rivolgersi ad una contadina, che gli indica la strada: tre miglia più a nord. La mattina seguente lui ed i suoi uomini vengono intercettati vicino a La Higuera, poche casupole in mezzo al nulla. I Rangers boliviani, come vengono chiamati gli uomini dello squadrone governativo, aprono il fuoco. Il Che resta indietro per coprire la ritirata dei suoi, protegge i feriti ma gli si inceppa il fucile e finisce le munizioni della pistola. Ferito al polpaccio, si deve arrendere.

È la fine del sogno rivoluzionario che i contadini non hanno mai accettato. I documenti pubblicati in questi giorni parlano anche di una volontà americana di salvare la vita al capo rivoluzionario. Sarebbe più corretto dire: di prenderlo vivo.

Qui, se le cose sono davvero andate in questo modo, si apre una corsa per lo scalpo del Che, e vince chi è già sul terreno. I boliviani, vale a dire: il tempo che ci vuole perché un messaggio urgente da Washington arrivi a comandare alla ambasciata a La Paz di intercedere presso il governo, ed uno del governo per essere portato nella selva, e il Mito è stato fucilato. Sono le 13,15 del 9 ottobre 1967. Nelle due ore precedenti Rodriguez, che veste i panni di un regolare dell’esercito, ha parlato a lungo con il condannato (l’ordine di uccisione lo ha ricevuto lui personalmente). Il primo resoconto della morte di Che Guevara

Al suo carnefice l’eroe giovane e bello si dice sicuro che il suo spirito continuerà ad ispirare rivolte e rivoluzioni. Non è stato esattamente così. Se avesse detto “nessuno crederà che io sia morto” invece ci avrebbe visto benissimo. Lo stesso Johnson ci mise due giorni per accettare la notizia. Per non dire dei giovani delle università del mondo capitalista. 

«Che Guevara tradito da Castro su ordine dell’Unione Sovietica». Parla uno dei tre sopravvissuti al commando in Bolivia

Parigi. È l’ultimo che ha visto il Che nella giungla della Bolivia. È l’ultimo testimone di un’esecuzione ancora oggi oscura. Dariel Alarcón Ramírez, detto «Benigno», ex guerrigliero della rivoluzione cubana, vive dal 1996 a Parigi, inseguito da una condanna a morte e dall’accusa di aver tradito il regime per il quale ha combattuto con onore. Che Guevara fu il capo seguito fino alla fine, un fratello che gli insegnò «a leggere e scrivere» e a «rispettare i nemici e i prigionieri». Ha ancora gli occhi umidi, Benigno, quando racconta la «trappola mortale» in cui cadde il mito rivoluzionario di intere generazioni. E sfoga rabbia e delusione per una «macchinazione di cui furono responsabili Fidel Castro e l’Unione Sovietica ». «Volevamo esportare la rivoluzione. Fummo abbandonati nella giungla. Il Che andò incontro alla morte, sapendo di essere stato tradito. Il 9 ottobre 1967, eravamo a pochi metri dalla scuola dove l’esercito boliviano lo teneva prigioniero. Il nostro commando si era disperso. Altrimenti avremmo tentato di liberarlo a costo di morire». Nel 1956, Benigno era un «campesigno » di 17 anni, quando i soldati del dittatore Batista incendiarono la fazenda sulle montagne della Sierra Maestra, e uccisero sua moglie Noemi, quindicenne, incinta di otto mesi. Entrò nel gruppo di Cienfuegos, uno dei capi rivoluzionari. «Mi arruolai nella rivoluzione per vendicare i miei cari. Ero il più bravo con la mitragliatrice. Ho ucciso molti soldati. Non sapevo che cosa fosse il socialismo. Il Che mi insegnò tutto. Non era facile conquistare la sua fiducia. Ma era un uomo buono e onesto. Era l’unico, fra i leader, a pagare di tasca propria l’auto di servizio», racconta al Corriere. Oggi Benigno ha quasi settant’anni. Dopo la rivoluzione, divenne capo della polizia e responsabile della sicurezza, poi dirigente dei campi di addestramento dei guerriglieri da inviare nel mondo a sostegno dei movimenti rivoluzionari. È in quegli anni che intuisce che il socialismo cubano non corrispondente agli ideali. «Cienfuegos e Guevara facevano ombra a Fidel. C’erano contrasti nel gruppo dirigente. Poi Cienfuegos morì, in un misterioso incidente. Ero con Guevara in Congo, quando Fidel rese pubblica una lettera in cui Guevara dichiarava di rinunciare ad ogni incarico e alla nazionalità cubana. Il Che prese a calci la radio e urlò: ecco dove porta il culto della personalità! Il comandante aveva scritto la lettera dopo il discorso di Algeri in cui aveva messo in guardia i Paesi africani dall’imperialismo sovietico. Credo che quel discorso fu la sua condanna a morte. Quando tornammo all’Avana, Fidel gli propose di andare a combattere in Sud America». «Il líder máximo —ricorda Benigno—partecipò ai preparativi. Veniva al campo d’addestramento, ci garantiva l’appoggio del partito comunista boliviano, la copertura degli agenti segreti, la formazione di nuove colonne. Avremmo dovuto sbarcare nel nord del paese, in territorio favorevole alla guerriglia. Imparammo anche il dialetto locale. Quando Fidel era presente, il Che se ne stava in disparte. Capimmo poi il perché». Nell’ottobre 1967 scatta l’operazione. Il commando di rivoluzionari cubani penetrò in una foresta infestata da insetti e agenti segreti, isolata, dove si parlava un altro dialetto. «Scoprimmo che il partito comunista boliviano non ci sosteneva, probabilmente su istruzioni di Mosca. Il Che non era più lui. Sembrava disperato e depresso. Ci lasciò liberi di continuare o rinunciare. Rimanemmo, ma alla fine eravamo ridotti a diciassette, circondati da tremila soldati. Ci dividemmo in tre gruppi e una mattina cominciò la battaglia finale. Il Che fu fatto prigioniero. Lo ammazzarono il giorno dopo». Tre guerriglieri riuscirono a raggiungere il confine. Benigno, Urbano e Pombo si salvarono con l’aiuto di Salvador Allende, allora presidente del Senato. Nel viaggio di ritorno, passarono da Tahiti e dalla Grecia, fino a Parigi. Furono ricevuti all’Eliseo da De Gaulle e infine accolti a Cuba da Fidel come eroi. In patria, l’ultimo compagno del Che continuò a far carriera. Urbano fu poi arrestato e internato. Pombo divenne generale. «Io cominciai a vivere una doppia vita». Chiediamo: per quali ragioni Castro e i sovietici avrebbero avuto interesse alla scomparsa del Che dalla scena politica? «I sovietici consideravano Guevara una personalità pericolosa per le loro strategie imperialistiche. Fidel si piegò alla ragion di Stato, visto che la sopravvivenza di Cuba dipendeva dall’aiuto di Mosca. Ed eliminò un compagno di lotta ingombrante. Il Che era il leader più amato dal popolo. La nostra rivoluzione è durata pochi anni, oggi è una dittatura come quella di Batista. I cubani hanno conquistato la cultura, non la libertà, e sono ancora poveri. E la causa non è soltanto l’embargo americano. È Fidel ad aver tradito la rivoluzione. Difficile prevedere il futuro, ma non vorrei che il potere finisse agli esuli di Miami che sono corrotti». Benigno decide di fuggire. Approfitta di un permesso dell’unione degli scrittori cubani. Si fa raggiungere dalla moglie a Parigi. «Se fossi fuggito in America, dove vive un mio figlio, avrei tradito il Che. Mi considero ancora un rivoluzionario. Il rivoluzionario è chi riesce a indignarsi per le ingiustizie».

La “maledizione” del Che: la cruenta fine dei responsabili dell’assassinio di Ernesto Guevara

9 ottobre 1967: è da poco passata l’una del pomeriggio, in un remoto villaggio boliviano che conta non più di venti case, quando muore un uomo e nasce un mito: è Ernesto Guevara, o semplicemente il Che.

L’immagine più famosa di Ernesto Che Guevara, del fotografo Alberto Korda – 1960

A ucciderlo, materialmente, è un giovane militare, Mario Terán Salazar, scelto tra altri sette soldati che si erano offerti come volontari. Dietro la morte del Che ci sono però molte altre persone e diverse forze in campo, e forse la sua solitudine di rivoluzionario mai disposto a scendere a compromessi, inviso all’Unione Sovietica, il cui sostegno era fondamentale per la Cuba di Fidel Castro, in particolare dopo l’episodio della Baia dei Porci e l’embargo statunitense. Nel 1965 il comandate Che Guevara se ne va in Congo, per sostenere la rivolta marxista, con risultati deludenti, poi torna per qualche mese a Cuba, solo per organizzare la sua nuova missione: esportare la rivoluzione cubana in America Latina, far scoppiare “tanti Vietnam” per contrastare l’ingerenza statunitense nei paesi del Sud America. Va in Bolivia, dove però non trova il sostegno degli oppositori del dittatore René Barrientos Ortuño, filo-sovietici. In Bolivia, dove da tempo si sospettava la presenza di Guevara, arrivano forze speciali dell’esercito statunitense, per addestrare l’esercito locale, e agenti della CIA, tra i quali c’è Felix Rodriguez, cubano di nascita e sostenitore di Fulgencio Batista, costretto a lasciare l’isola dopo la rivoluzione. Tra l’altro, per agevolare l’invasione della Baia dei Porci era stato inviato a Cuba, da dove era poi riuscito a scappare. Non ha nemmeno il sostegno di Cuba il Che, abbandonato (secondo uno dei guerriglieri che era con lui in Bolivia, Dariel Alarcón Ramírez, nome di battaglia Benigno) da Fidel Castro. E’ solo, con una manciata di compagni che, vista l’inevitabile prossima cattura, lui lascia liberi di abbandonare la lotta. Sono i primi giorni di ottobre, Guevara e i suoi, che non hanno nemmeno più quasi nulla da mangiare, si nascondono in un canalone, la Quebrada del Yuro. A rivelare la posizione dei rivoluzionari è un contadino locale, Honorato Rojas, dopo aver subito minacce e percosse dai soldati regolari. C’è Gary Prado Salmón a comandare militari boliviani e Rangers, che accerchiano i guerriglieri vicino al villaggio di La Higueira. Prima catturano Willy, nome di battaglia di Simeón Cuba Sarabia, e poi il Che, che pare abbia urlato: “Non sparate, sono il Che Guevara, valgo più da vivo che da morto”. I due vengono condotti nella misera scuola del villaggio, una baracca con due stanze, che saranno poi il luogo dell’esecuzione di entrambi, tenuti separati in quella notte fra l’8 e il 9 ottobre. Arriva anche Felix Rodriguez, entusiasta della cattura, che vuole assolutamente parlare con il suo nemico. Nonostante le sue dichiarazioni che raccontano di un colloquio amichevole e addirittura di un abbraccio finale, pare che il Che gli abbia sputato in faccia chiamandolo gusano, “verme”.

Mappa degli spostamenti del Che in Bolivia – La linea tratteggiata segna gli spostamenti del gruppo di guerriglieri guidati da Guevara prima della cattura

Sono le ore 10 del 9 ottobre quando arriva l’ordine “nada de prisioneros”, dalle alte gerarchie militari boliviane: i guerriglieri devono morire. Rodriguez avverte la CIA, che approva l’esecuzione. L’unica avvertenza è uccidere i prigionieri in modo che sembrino caduti in battaglia. In particolare, il volto di Che Guevara deve essere ben riconoscibile: René Barrientos avrebbe desiderato (pare) metterla in bella mostra su una picca, esposta sulla pubblica piazza di La Paz. L’uomo scelto per uccidere Che Guevara entra nella stanza piuttosto nervoso, tanto che il comandante, ben sapendo cosa lo aspetta, gli dice: «Lei è venuto a uccidermi. Stia tranquillo, lei sta per uccidere un uomo». Era vero, moriva un uomo (e anche i suoi compagni) ma nasceva un mito, fin da subito: quegli occhi ostinatamente aperti lo facevano sembrare vivo, tanto che prima di seppellirlo in una fossa comune a Vallegrande, gli tagliarono le mani, per dimostrare la realtà della sua fine. Dopo la morte di Ernesto Guevara nasce una leggenda, quella della “maledizione” del Che. Perché molte delle persone presenti a La Huiguera o comunque coinvolte nella fine del rivoluzionario, hanno concluso la loro vita in maniera violenta. A partire dal dittatore  René Barrientos Ortuño, ovvero il primo responsabile della morte di Guevara, l’uomo che ne aveva ordinato l’esecuzione. Barrientos, giunto al potere nel 1964 con un colpo di stato, oltre ad avere come consulente dei servizi segreti un criminale nazista, si avvale degli squadroni della morte per eliminare gli oppositori, ma al tempo stesso cerca il sostegno popolare (in particolare quello dei contadini poverissimi, ai quali assegna sì delle terre, ma in aree remote e poco fertili) viaggiando in ogni angolo del paese. Durante una di queste trasferte, il 27 aprile 1969, il suo elicottero si schianta a terra e prende fuoco. Incidente o attentato? La versione ufficiale parla di incidente, ma sono in molti a propendere per l’attentato, organizzato (pare) dal co-presidente Alfredo Ovando Candia, che poco dopo, a settembre del ’69, rovescerà il successore di Barrientos e prenderà il potere (solo per un anno).

L’11 maggio 1979 è la volta di Joaquín Zenteno Anaya, ucciso a Parigi, dove era ambasciatore, da un commando maoista: all’epoca della cattura di Guevara, Zenteno era il colonnello che aveva scelto Mario Terán come boia del Che.

Prima ancora, il 15 luglio 1969, alcuni guerriglieri boliviani sparano a Honorato Rojas, il contadino che aveva rivelato il nascondiglio di Guevara.

Il 10 ottobre 1970 perde la vita il tenente colonnello Eduardo Huerta, che peraltro si era rifiutato di assassinare a sangue freddo il Che, ma che comunque era lì, a La Higuera, a custodire il prigioniero. Huerta finisce letteralmente decapitato, in un incidente stradale. Anche in questo caso qualcuno sospetta che non si sia trattato di una tragica causalità.

Il 1° aprile 1971, la “vendicatrice” di Che Guevara, Monika Ertl, uccide ad Amburgo Roberto Quintanilla, un ex colonnello dei servizi segreti boliviani appena arrivato nella città tedesca in qualità di console. A Vallegrande, Quintanilla avrebbe voluto decapitare il cadavere del Che, ma poi si era limitato a tagliargli le mani. Ertl attua la sua vendetta in nome dell’Esercito di liberazione nazionale boliviano, il movimento di guerriglieri rivoluzionari formato da Guevara. Monica Ertl finirà poi uccisa dai servizi di sicurezza boliviani nel 1973.

Fa una brutta fine anche il colonnello Andés Selich, che aveva fatto gettare il corpo di Che Guevara nella fossa comune di Vallegrande. Il mistero sul luogo di sepoltura del Comandante dura trent’anni: solo nel 1997 le sue ossa vengono ritrovate, insieme a quelle di altri sei guerriglieri cubani, dall’antropologo Jorge Gonzalez. Nel 1973 Selich è ministro dell’interno nel governo del dittatore Hugo Banzer, ma qualcuno dei suoi colleghi sospetta che si prepari a organizzare un colpo di stato, e così viene ucciso, a botte.

Anche il maggiore Miguel Ayroa, presente a La Higuera, scompare misteriosamente nel 1972, dopo essere stato tratto in arresto per ordine dello stesso governo di Banzer.

Il 2 giugno 1976 muore assassinato, mentre è in esilio in Argentina, l’ex presidente boliviano Joan José Torres Gonzales (deposto proprio da Banzer), che nel 1967 era capo di stato maggiore: probabilmente era stata una sua idea l’esecuzione di Guevara, per evitare un processo che avrebbe fatto da cassa di risonanza alle idee rivoluzionarie.

Poi ci sarebbe Gary Prado Salmón, l’uomo passato alla storia per aver catturato il Che. Lui ha sempre sostenuto di non essere stato presente nel momento dell’esecuzione, ma ha anche raccontato altre cose, poi smentite dai fatti, come la cremazione del corpo di Guevara. Nel 1968 Prado sfugge a un attentato, durante il quale vien ucciso un suo collega, scambiato per lui da quattro seguaci brasiliani del Che. Nel 1981 viene però colpito da un proiettile, durante una manifestazione politica, e da allora è costretto su una sedia a rotella.

La maledizione del Che non ha colpito Mario Terán, che però ha vissuto nel terrore per tutti questi decenni, un po’ nascondendosi, un po’ negando di essere il responsabile.

Anche Felix Rodriguez, l’agente della CIA che il Che chiamò “verme”, è sopravvissuto alla maledizione e alla guerra del Vietnam, per poi partecipare ad operazioni fonte di scandalo negli USA, come la vendita di armi all’Iran dell’Ayatollah  Khomeini e l’omicidio di un agente del dipartimento anti-droga statunitense che stava indagando sul presunto coinvolgimento del governo americano nel narcotraffico con il Messico.

Chissà se a Rodriguez, guardando l’orologio appartenuto al Che e da lui tenuto come souvenir (malgrado la richiesta del Comandante di farlo avere al figlio), viene mai qualche dubbio sulle sue azioni?

Torna su

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi