Bruxelles al bivio

Le capitali europee hanno guadagnato tre sole settimane di tregua: gli aumenti tariffari statunitensi, inizialmente attesi il 9 luglio, scatteranno ora il 1° agosto 2025. L’annuncio congiunto di Donald Trump e del suo segretario al Commercio Howard Lutnick ha creato più confusione che sollievo: le “lettere tariffarie” partiranno comunque in questi giorni, formalizzando dazi fino al 50% su beni europei che spaziano dai formaggi francesi all’elettronica tedesca.

A Bruxelles si lavora senza sosta per trasformare la proroga in un vero accordo. Fonti comunitarie riferiscono che la Commissione, guidata da Ursula von der Leyen, punta a un’intesa “in principio” entro mercoledì: l’obiettivo minimo è congelare le minacce più pesanti accettando, in cambio, un dazio uniforme del 10% su larga parte dell’export europeo. In parallelo, i negoziatori chiedono l’esenzione per settori sensibili – aerospazio, farmaci – e un tetto alle tariffe sull’auto già al 25%.

Non tutti gli Stati membri vedono di buon occhio un accordo “leggero”. Il cancelliere tedesco spinge per un’intesa rapida, sull’esempio del Regno Unito, per proteggere la filiera automobilistica; Emmanuel Macron, invece, teme un testo sbilanciato e preferirebbe mostrare “i muscoli” a Washington se le concessioni restassero modeste. La linea dura trova ascolto anche fra le associazioni agricole, allarmate da un possibile balzello del 17% su vino, formaggi e carne.

Dietro le quinte la Commissione prepara piani B. In caso di rottura Bruxelles studia dazi speculari su bourbon, aeromobili e big tech, invocando il regolamento UE anti-coercizione; parallelamente valuta di riattivare la procedura WTO già avviata contro i dazi su acciaio e alluminio. I diplomatici europei sperano che la minaccia di una guerra commerciale aperta – in un contesto di inflazione statunitense e dollaro debole – induca la Casa Bianca a più miti consigli.

Il mondo produttivo segue con il fiato sospeso. Le stime di Business Europe indicano un rischio di 35 miliardi di euro di perdite annuali se entrassero in vigore i dazi massimi. Le aziende siderurgiche temono il raddoppio dei costi sull’import di rottami USA, mentre Airbus avverte che un 10% su parti d’aereo “eroderebbe i margini già compressi dalla concorrenza cinese”. Sul fronte opposto, i porti del Baltico registrano un picco di prenotazioni: diversi caricatori accelerano le spedizioni “just in case” per battere la scadenza di agosto.

C’è poi l’effetto domino sui dossier strategici. L’UE ha fretta di chiudere il negoziato Mercosur e di rilanciare il dossier Indo-Pacifico per ridurre la dipendenza dall’export negli Stati Uniti. Bruxelles valuta anche di far scattare già da settembre le prime misure del CBAM – il dazio sul carbonio alle frontiere – con la doppia funzione di cassa e di leva negoziale. Non a caso la presidente von der Leyen ha affermato che “l’Europa non può rinunciare ai propri strumenti di difesa commerciale mentre altri alzano muri tariffari”.

Ma il calendario stringe. Entro fine luglio il Parlamento europeo dovrà votare la delega alla Commissione per firmare un accordo ridotto; in mancanza di numeri la scelta ricadrebbe sul Consiglio straordinario del 29 luglio. Un funzionario ammette off-record: “Siamo a un passo dal compromesso, ma ogni Stato conta i propri polli”. L’UE oscilla fra realpolitik e ambizione strategica. Accettare il 10% vorrebbe dire comprare tempo, salvare le catene del valore e forse riaprire dossier come le tariffe sull’acciaio. Rifiutarlo significherebbe puntare sul multilateralismo e sul potere del mercato unico, ma con il rischio concreto di scivolare in una spirale di ritorsioni. La scelta, che sia “accordo quadro” o prova di forza, dovrà arrivare prima che l’orologio segni il 1° agosto. Dopo sarà la logica del dazio a dettare le regole.