Bielorussia: un’altra Corea del Nord?

Gli attacchi alla stampa indipendente in Bielorussia sono iniziati nel 2020, subito dopo le elezioni, e si sono inaspriti ogni giorno di più. Dopo l’incidente del dirottamento aereo, il presidente Lukashenko ha firmato emendamenti che, tra l’atro, vietano ai giornalisti di trasmettere in diretta proteste e manifestazioni non autorizzate. Sarà sempre più difficile seguire ciò che sta accadendo nel paese, con il rischio di ricevere solo le notizie della propaganda. Di recente il mondo intero ha assistito a quella che in molti considerano “l’operazione speciale” di Lukashenko, orchestrata per fare dirottare e atterrare a Minsk l’aereo Atene – Vilnius, dopo un falso allarme bomba sul bordo. Tutta un’impostura che ha permesso al regime di arrestare il co-fondatore e l’ex capo redattore del canale Telegram Nexta Roman Protasevich, che tornava a Vilnius con la fidanzata Sofia Sapega, arrestata anche lei. Il canale Nexta, seguitissimo durante le proteste del 2020, e anche dopo, viene considerato dalle autorità come estremista, e i suoi creatori – terroristi. Non c’è da sorprendersi: il potere di Lukashenko è intessuto di arresti e repressione della stampa indipendente, nonché di quelli voci che da tempo si levano critiche nei suoi confronti. Proprio per questo Nexta – in bielorusso нехта, che si traduce come qualcuno, un individuo non identificato – non poteva di certo scampare all’ira del presidente, essendo stato uno dei principali portavoce dell’opposizione durante le proteste, parlando di scioperi, numerosi arresti e postando testimonianze della bruttale repressione da parte della polizia antisommossa. Un incrocio tra attivismo e giornalismo in senso classico, che si avvale di piattaforme di nuova generazione – Youtube e Telegram, quest’ultimo molto in uso nei paesi dell’Est Europa, il progetto svolge il ruolo chiave nella diffusione di notizie che differiscono dalla classica propaganda bielorussa. In un certo senso, Nexta, a tratti, ha coordinato anche le proteste, consigliando alle persone i punti della città più sicuri. Insomma, ha dato parecchio il filo da torcere all’autocrazia di Lukashenko. E qui l’algoritmo delle azioni dell’ultimo dittatore d’Europa, come viene chiamato Lukashenko, è abbastanza prevedibile. Secondo la sua logica vale la pena di alzare un caccia militare e fermare un aereo di transito, per poter arrestare il ventiseienne Protasevich, nonostante abbia lasciato Nexta da tempo, per poi chiamarlo pubblicamente un “terrorista” che sta tramando una “carneficina e rivolta sanguinosa” e mostrare poco dopo un video con la presunta “confessione” del giornalista. Tutto a discapito di sicurezza di decine di passeggeri e degli accordi internazionali. È un canovaccio sperimentato più volte nel corso della storia. Durante il Grande Terrore, Stalin se la prendeva coi cosiddetti “elementi antisovietici” e “agenti esteri”, mentre ora Lukashenko va contro i presunti “terroristi” e “agenti dei servizi speciali dell’Occidente”. Gli anni passano, il metodo resta, e uno dei bersagli più colpiti è la stampa indipendente. Per quanto riguarda la libertà di stampa, non c’è dubbio: La Bielorussia di Lukashenko segue le orme della Corea del Nord. La persecuzione dei giornalisti in Bielorussia è iniziata nel 2020, dopo le elezioni, ma non è che prima la situazione fosse del tutto sprovvista di ostacoli. Poco prima dell’arresto di Roman Protasevich, nel mirino del regime è entrato il più grande media indipendente del paese – il portale tut.by, già privato del suo status di media. Una delle poche risorse indipendenti rimaste, il portale vanta una copertura vastissima: secondo gli ultimi dati disponibili, nel 2020 i 62,58% degli utenti bielorussi sceglieva tut.by per leggere le notizie. Fondato nel 2010, il blocco del sito è avvenuto il 18 maggio, seguito dall’arresto dei giornalisti e da molteplici perquisizioni, nonché dall’avvio di un procedimento penale per evasione fiscale contro i responsabili del portale. Secondo i media locali, invece, il blocco del portale è avvenuto dopo la pubblicazione di un articolo che parlava della fondazione BYSOL, sotto accusa per il “finanziamento dell’estremismo”, dato che il fondo raccoglie denaro per vittime di arresti o licenziamenti per ragioni politiche. Quel giorno, 15 giornalisti sono stati arrestati. In questo modo, Lukashenko è certo che il popolo bielorusso non potrà mai accedere alle informazioni e alle notizie “indesiderate”. Dopo l’arresto di Roman Protasevich, le autorità bielorusse hanno adottato una serie di emendamenti sui media e sugli eventi pubblici, il che complicherà notevolmente il lavoro dei giornalisti. Le nuove regole vietano la copertura in tempo reale di eventi di massa non autorizzati, e il divieto riguarda anche i giornalisti. In altre parole, niente dirette live durante le proteste. Dato che ora tutti gli eventi di massa possono essere organizzati solo con il permesso delle autorità locali, non è difficile supporre che più nessuna protesta sarà autorizzata. Ai media bielorussi sarà anche vietato pubblicare sondaggi politici o sociali condotti da istituzioni non accreditate presso il governo bielorusso. In più, non è consentito alle testate di pubblicare link e collegamenti dell’ informazione “proibita”. Fin qui niente di nuovo: il regime autocratico ha solo legittimato le repressioni “in vigore” da tempo. Basta ricordare il caso di Katerina Andreeva e Daria Chultsova, due giornaliste bielorusse che lavoravano per il canale televisivo polacco Belsat. Lo scorso novembre sono finite sotto il processo per aver trasmesso in diretta la brutale dispersione di persone riunite a commemorare Roman Bondarenko, un attivista picchiato a morte per aver impedito di rimuovere dei nastri bianchi e rossi, colori simbolo delle proteste. Nonostante fossero accreditate dalla redazione, le giornaliste sono state condannate a due anni di prigione ciascuna. Un altro caso che è balzato sulle pagine di media internazionali è l’incarcerazione per sei mesi della giornalista di tut.by Katerina Borisevich, uscita di prigione da poco. La colpa della giornalista consisteva nell’avere scritto un articolo che dava una versione sulla morte dell’attivista Roman Bondarenko chiaramente in contraddizione con quella ufficiale. Le autorità bielorusse sostenevano che Bondarenko fosse morto in una rissa tra ubriachi, dove lui stesso non era sobrio. Borisevich, invece, aveva riportato alla luce risultati medici che mostravano che nel sangue di Bondarenko non era stata trovata alcuna traccia dell’alcol. Sotto la lente del regime è finito anche il medico che aveva passato i referti medici alla giornalista, ed entrambi sono stati accusati di divulgazione del segreto professionale. È stato chiamato il caso “zero per mille”, per il tasso alcolemico negli accertamenti, finito con una giornalista in prigione. L’ultimo report di Reporter senza frontiere del 2021 sottolinea in Bielorussia “repressioni senza precedenti contro i giornalisti volte a nascondere la scala reale di proteste contro i risultati delle elezioni presidenziali“. RFI scrive che, secondo l’organizzazione, nel 2020 più di 400 giornalisti sono stati detenuti o arrestati in Bielorussia, molti di loro hanno raccontato di aver subito violenze durante l’arresto o la detenzione. Il canale televisivo polacco Belsat, che trasmette in Bielorussia, citando Reporters senza frontiere, scrive che dall’inizio delle proteste d’agosto alla fine del 2020 l’organizzazione ha contato 368 arresti di giornalisti. Invece secondo l’Associazione bielorussa dei giornalisti, nel 2020 i giornalisti locali hanno trascorso più di 1200 giorni dietro le sbarre. Sempre secondo l’organizzazione, dall’inizio del 2021 sono stati arrestati 68 giornalisti, e 34 si trovano in carcere ora.

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