In tutta Italia la gente scende in strada mentre i palazzi del potere si tappano le orecchie. Oggi, 22 settembre 2025, sindacati di base, studenti, lavoratori dei trasporti, della scuola, dei porti hanno incrociato le braccia per Gaza: cortei in decine di città, binari occupati, porti rallentati, idranti a Marghera, scontri a Milano. Una giornata di sciopero generale che fotografa un Paese vivo e indignato, opposto a un esecutivo che recita il copione dell’ordine pubblico mentre il massacro continua. I numeri della mobilitazione parlano da soli e sono stati certificati in tempo reale da agenzie e tv nazionali.
Il governo Meloni, inchiodato alla retorica del “realismo atlantista”, continua a invocare genericamente un cessate il fuoco mentre mantiene relazioni e cooperazioni che, nella sostanza, non spostano di un millimetro la responsabilità politica. È la politica del “dire senza fare”: comunicati felpati, strette di mano, foto di rito e intanto nessuna scelta netta su sanzioni, embargo di armamenti, sospensione di intese militari. È tutto scritto, nero su bianco, nelle loro stesse dichiarazioni e nelle cronache degli ultimi mesi.
Fuori dal perimetro delle chiacchiere la realtà è questa: la crisi umanitaria a Gaza peggiora settimana dopo settimana. Gli aggiornamenti Onu parlano di fame, sfollamenti, ospedali svuotati o sotto evacuazione, bambini malnutriti a migliaia. È un bollettino spietato, documentato e quotidiano, che rende grottesca ogni polemica sulle “parole sbagliate” dei manifestanti. Il lessico della politica diventa un lusso quando il pane non c’è, quando le ambulanze non passano, quando persino un ospedale da campo è costretto a sgomberare sotto le bombe.
Sul piano giuridico internazionale non siamo nel far west delle opinioni. La Corte internazionale di giustizia ha aperto un procedimento formale e ha emesso ripetute misure provvisorie: sono ordini, non consigli. E gli esperti Onu – da mesi – chiedono agli Stati un embargo totale sulle armi per non diventare complici per via commerciale. Non servono toni apocalittici: bastano i documenti.
E allora l’Italia? La destra meloniana ha raggiunto l’apice della propria inadeguatezza proprio perché, pur vedendo il quadro, rifiuta di agire con la nettezza che l’eccezione impone. Alle piazze risponde con fogli di via, cariche “dosate”, criminalizzazione rituale. Ai dossier internazionali risponde con l’arte eterna della melina. È una doppia fuga: dalla gente e dalla realtà. Nel frattempo, il Paese che loro definiscono “serio” si ritrova a implorare la cosa più elementare: che non si armino più mani già piene di sangue; che non si assecondi, per calcolo, la distruzione di un popolo intrappolato
Chi oggi manifesta non è “estremista”: è un cittadino che pretende che la politica esca dall’ambiguità. Che l’Italia smetta di produrre comunicati e cominci a produrre conseguenze: sospensione delle licenze di esportazione militare verso le parti in causa, pressione diplomatica coerente, sostegno pieno alle vie giudiziarie internazionali, protezione della libertà di protesta come dovere costituzionale, non come concessione revocabile. Tutto il resto è rumore.
“Basta” non è uno slogan: è una diagnosi. Basta con l’ignavia, con i riti di Palazzo che coprono il vuoto, con i commentari sulla “moderazione” mentre i convogli umanitari vengono bloccati. Chi governa ha il potere di decidere; chi sta in piazza ha il diritto – e il dovere civile – di ricordarglielo. La storia non archivia: annota. E a fine riga, come sempre, chiede una firma. Oggi quella firma tocca a noi: non in calce a un post, ma sotto un cambio di rotta reale. Per Gaza, per il diritto, per l’Italia che non si gira dall’altra parte.


