Francesca Albanese, giurista italiana e Relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi occupati dal 1967, è finita al centro di una vicenda che intreccia geopolitica, finanza e scontro politico interno. Incaricata dal Consiglio dei diritti umani dal maggio 2022 il suo mandato la porta a riferire regolarmente alle Nazioni Unite su violazioni e responsabilità del conflitto, con presentazioni e rapporti che hanno avuto risonanza a Ginevra e New York.
Il 9 luglio 2025 l’Office of Foreign Assets Control (Ofac) statunitense ha inserito Albanese nella lista delle persone sanzionate nell’ambito della normativa collegata alla Corte penale internazionale, accompagnando la misura con una “licenza generale” per consentire lo smobilizzo di transazioni già in corso fino all’8 agosto. In concreto il provvedimento comporta il congelamento di eventuali beni negli Stati Uniti, restrizioni sui viaggi e un effetto a catena sul sistema bancario internazionale che si appoggia ai circuiti in dollari.
L’impatto pratico è stato immediato anche in Italia. Albanese ha raccontato di non riuscire ad aprire un conto corrente nel suo Paese; una difficoltà che testate e operatori del settore del credito hanno ricondotto al timore degli istituti di incorrere in sanzioni secondarie o tagli fuori dai circuiti di pagamento collegati al dollaro. Un caso emblematico riguarda la richiesta a Banca Etica, che – pur esprimendo critiche alla distorsione del quadro – non ha potuto procedere proprio a causa del regime sanzionatorio USA. Il risultato, secondo la diretta interessata, è l’impossibilità di pagare o ricevere pagamenti attraverso canali ordinari. “È incredibile l’ostacolo finanziario che questo sta causando alla mia famiglia” ha detto a margine di un incontro con la stampa a Ginevra.
Sul piano politico la vicenda ha alimentato un clima rovente anche a Roma. Nei giorni scorsi a Palazzo Madama esponenti di Fratelli d’Italia hanno promosso un convegno in cui la figura della relatrice Onu è stata duramente contestata, con accuse di militanza ideologica e di prossimità a gruppi filo-Hamas. Un’impostazione respinta dai sostenitori di Albanese, che parlano di campagna diffamatoria e di uso strumentale delle istituzioni parlamentari.
Resta un dato di fatto: a carico di Francesca Albanese non risultano condanne penali né prove pubbliche di finanziamenti da parte di Hamas o altri gruppi. Le sanzioni americane, per come sono state disposte, non si fondano su accuse di finanziamento del terrorismo, ma sull’inquadramento – contestato da più parti sul piano giuridico e politico – delle relazioni con la Corte penale internazionale e dei suoi sostenitori. Nel frattempo la sua attività istituzionale in sede Onu prosegue: il suo ultimo rapporto, presentato nell’autunno 2024, ha parlato di “genocidio come cancellazione coloniale” a Gaza, posizione che ha innescato forti reazioni diplomatiche ma anche un vasto sostegno nella società civile.
Il quadro che ne emerge è quello di una ingiustizia sostanziale, come la definiscono i suoi difensori: una funzionaria indipendente delle Nazioni Unite che ha riferito nelle sedi internazionali viene colpita da misure che, al di là dell’intento politico di Washington, finiscono per impedirle una vita economica normale in Italia, dal più basilare conto corrente alla ricezione di compensi per il proprio lavoro. Un effetto domino che chiama in causa non solo la tenuta dell’indipendenza dei meccanismi Onu, ma anche la capacità del sistema bancario europeo di garantire diritti elementari a soggetti non condannati da alcuna autorità giudiziaria. In attesa che la diplomazia sciolga il nodo resta l’immagine paradossale di una relatrice speciale che parla alle Nazioni Unite ma non può neppure incassare un bonifico.


