Bandiera sotto accusa

Da ieri l’Italia è più piccola. Non perché il Giro d’Italia abbia accorciato la penisola con una fuga, ma perché un simbolo di libertà – la bandiera palestinese – è bastato a far scattare l’identificazione dell’europarlamentare dei Verdi Cristina Guarda da parte dei Carabinieri a Lonigo, in provincia di Vicenza. Un gesto grottesco che ci costringe a chiederci quale Paese stiamo diventando.

Non si tratta di un episodio isolato. Il 15 maggio, a Putignano, la polizia ha bussato a un appartamento “consigliando” di rimuovere lo stesso vessillo in vista del passaggio della corsa rosa. In nome dell’“ordine pubblico” – formula magica buona per addomesticare qualunque dissenso – si ripete uno schema ormai familiare: normalizzare l’abuso finché diventa prassi.

Nel De l’esprit des lois Montesquieu ci avverte che «non c’è libertà se il potere di giudicare non è separato dal potere esecutivo». Che separazione resta quando l’esecutivo dispiega le proprie forze per sanzionare un atto di solidarietà? Il “giudizio” si consuma sul marciapiede, senza toghe né contraddittorio, confondendo la sicurezza con la tutela delle suscettibilità di chi non vuole vedere il dolore altrui.

John Locke, padre del liberalismo, ricordava che lo Stato nasce per proteggere “vita, libertà e proprietà”, non per selezionare le idee tollerabili. Voltaire – vera o apocrifa che sia la frase – riassunse l’essenza dell’Illuminismo: «Non condivido la tua opinione, ma darei la vita perché tu possa esprimerla». Eppure, nel 2025, in una Repubblica nata dalla resistenza al fascismo, si identifica chi brandisce un simbolo di resistenza al genocidio. Stiamo derubricando la libertà di manifestazione del pensiero (articolo 21 della Costituzione) a favore temporale concesso dall’autorità.

Qualcuno minimizza: «È solo un controllo d’identità, non uccide nessuno». È la stessa logica che, novant’anni fa, considerava normale schedare gli oppositori. Il liberalismo si misura nei dettagli: una bandiera pare irrilevante finché non tocca il nostro foulard arcobaleno o il nostro cartello ambientalista. I diritti non si difendono caso per caso; si difendono sempre o muoiono tutti insieme.

Anche il silenzio mediatico è complice. Montesquieu insegnava che il potere tende all’abuso; la stampa dovrebbe contenerlo, non voltarsi dall’altra parte “per non disturbare lo spettacolo”. Ogni editore che archivia la notizia perché “non fa ascolto” abdica al proprio ruolo di cane da guardia e diventa notaio dell’arbitrio.

La Costituzione, all’articolo 21, proclama che «tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione». “Ogni altro mezzo” include anche un pezzo di stoffa issato in un campo di famiglia o su un balcone polveroso. Cesare Beccaria ci ricorda che «la vera misura della civiltà è nella protezione dei deboli». Quando le sirene blu si accaniscono contro chi denuncia la fragilità di un intero popolo bombardato lo Stato dimostra di temere più un drappo di quanto tema l’ingiustizia da cui quei colori scaturiscono.

Occorre perciò che il ministro dell’Interno chiarisca immediatamente chi e perché abbia ordinato l’identificazione di un rappresentante eletto. Serve che i vertici delle forze dell’ordine ristabiliscano la cultura dei diritti, non la caccia al dissidente. E serve, soprattutto, che la società civile continui a sventolare quella bandiera e tutte le altre, senza timore: in democrazia non si chiedono documenti alla coscienza.

«La libertà – conclude Montesquieu – è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono». Se la legge, o la sua applicazione distorta, riduce al silenzio un gesto pacifico, essa diventa complice dell’arbitrio. Finché il tricolore potrà affiancarsi, senza paura, al drappo palestinese saremo all’altezza della nostra Costituzione. Se un giorno dovessimo abbassare quel pezzo di stoffa lo spettro dell’autoritarismo avrà già trovato casa fra noi.

Luigi Pistone
Luigi Pistone
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