Avvocato a chi?

Secondo Pignatone, noto magistrato in pensione, oggi scrittore, se la giustizia va male è colpa del numero esagerato degli avvocati. Una fesseria fantasmagorica. In una vita di avvocatura ho chiesto meno rinvii io, tutti giustificati, di quanti ne ho subiti per indisponibilità di tutti i magistrati che in oltre 40anni ho visto occuparsi delle mie cause, e non sempre, per non dire quasi mai, rinvii giustificati.
È bene precisare che il numero elevato degli avvocati è un problema, ma non determina il cattivo funzionamento della giustizia.
E’ un problema perché tanti avvocati non possono essere tutti bravi, come dovrebbe essere, finendo così per cedere autorevolezza anche a danno di chi bravo lo è. Oggi nessuno vuole fare l’avvocato, perché è una professione che è stata maltrattata negli anni, difficile, mal pagata.
Basti pensare agli spiccioli che i magistrati, grazie anche a un legislatore beffardo, liquidano in favore degli avvocati per le prestazioni a carico dello Stato, il cosiddetto gratuito patrocinio, liquidato, peraltro, a distanza di anni. Dietro così tanta mancanza di rispetto per la professione di avvocato, non può che esserci una disistima generale nei confronti di quella che dovrebbe essere, ed è stata, una delle professioni più nobili. Gli avvocati, troppi per contare qualcosa, neanche protestano; come non protestano per la denegata giustizia nei casi in cui una causa viene rinviata di ufficio più e più volte, perché come una pallina rimbalzata da un giudice a un altro, o perché troppo giovane (SIC!) per essere decisa.
Le cause del malfunzionamento della giustizia, alias tempi biblici, costi fissi altissimi, e processi che si dimostrano bufale o portati avanti svogliatamente, sono ben altri, non risolvibili col dimezzamento del numero degli avvocati. Se poi Pignatone quando accusa gli avvocati intende riferirsi all’ipotesi di una superproduzione inutile di contenzioso dagli stessi affaristicamente posta in essere, costringe a chiedersi come mai non accusi anche i pubblici ministeri quando si inventano processi dal costo inimmaginabile, dal clamore mediatico superlativo e dagli esiti inoffensivi, tranne che per chi ci è malauguratamente finito sotto. Perché, anche se volessimo ritenere, come Davigo, che in ogni italiano si nasconde un delinquente che l’ha fatta franca, se assolto, vorrà dire che il PM ha sbagliato completamente il processo. Ma questo Pignatone non lo dice, anche perché pare che anche sue famosissime indagini siano finite in una bolla di sapone.
Del resto, una categoria costretta alla fame, troppi i casi che si contano di dismissione della toga a favore anche di un impiego provvisorio e scarsamente pagato, cioè una nuova forma di proletariato, non tutelata e maltrattata, come può influire negativamente a livello di grandi sistemi? Come dire che negli anni settanta le crisi economiche, con svalutazione della lira alle stelle, fossero causate dagli operai, il che è semplicemente assurdo.
Fin quando, però, l’avvocatura non avrà riguadagnato prima di tutto stima in se stessa e poi da parte della gente, neanche la giustizia riguadagnerà quella dignità persa e quella fiducia da parte di un popolo, tanto necessaria quanto vitale, perché rimanga credibile.
Da quando la giustizia è materia per magistrati e legislatori magistrato-dipendenti, con totale esclusione degli avvocati, non offre un buon servizio. Se ne rendano conto tutti, Pignatone incluso. La spina dorsale della giustizia sta nella difesa dei diritti, che fa l’avvocato, non nelle sentenze che sono solo l’epilogo di una battaglia. Quel che conta è avere fiducia in una tutela giudiziaria e ogni sentenza verrà finalmente accettata come giusta. Ci vuol poco. Ma quel poco si costruisce un granello alla volta, senza tifoserie e senza atteggiamenti da dio in terra, come fin troppo spesso i magistrati finiscono per credere di essere.

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